Così Greenspan sconfisse Clinton, affossò il riformismo e spinse a destra il mondo.

Fino a pochi mesi fa i media americani lo definivano un “cane sciolto”, un “tipo schietto”, addirittura un firebrand, ossia un agitatore. Da qualche tempo però le opinioni sono mutate e qualcuno ha addirittura insinuato il dubbio che si trattasse più modestamente dell’ennesimo pugilatore a pagamento disposto a servire in tutto e per tutto i repubblicani. La questione insomma appare quanto mai aperta: chi è davvero Ben Bernanke? Quale sarà l’orientamento politico del successore di Alan Greenspan al vertice della Federal Reserve, l’istituzione monetaria più potente del mondo, perno indiscusso del circuito capitalistico mondiale?
Dal profilo scientifico del nuovo chairman della banca centrale statunitense emergono i primi indizi per una risposta. Preside della facoltà di economia presso la prestigiosa università di Princeton, Bernanke ha alle sue spalle una brillante carriera accademica, nella quale si è distinto principalmente per i suoi studi sulla Grande Depressione e sul ruolo del credito bancario nella propagazione delle crisi. Negli anni ‘80 Bernanke poteva sotto molti aspetti esser considerato un economista “non allineato”. La sua notorietà derivava infatti dal tentativo di offrire una chiave di lettura della crisi del 1929 almeno in parte distinta dalla interpretazione dominante, elaborata da Milton Friedman e dagli altri esponenti della scuola monetarista. Secondo Friedman, le cause della Grande Depressione andavano ricercate nel fatto che, in una fase in cui le banche private fallivano e quindi il denaro circolante subiva un tracollo, la Federal Reserve non aveva avuto la prontezza di controbilanciare la carenza di liquidità attraverso un’adeguata, massiccia espansione monetaria. Friedman riteneva dunque che la determinante della crisi risiedesse in una failure del banchiere centrale, vale a dire in un errore umano “esterno” al sistema e non in una contraddizione “interna” ad esso, come invece sostenevano marxisti, keynesiani ed altri esponenti dell’economia critica ed eterodossa. In seguito l’analisi di Friedman, già di per sé alquanto rassicurante e apologetica, venne estremizzata dai neo-monetaristi Kydland e Prescott. I loro contributi furono infatti adoperati al fine di diffondere il convincimento che l’ipotesi keynesiana di una caduta della domanda di merci non costituisse una valida spiegazione per l’avvio della Grande Crisi, e che andasse pertanto sostituita con l’assunzione di uno shock iniziale causato da un imprecisato “regresso tecnologico” oppure, al limite, da un ancor più fantasioso spostamento delle preferenze dei lavoratori dal consumo di merci al “tempo libero”. La controrivoluzione monetarista riportava dunque in auge la vecchia massima vittoriana: la disoccupazione quale fenomeno puramente volontario, il frutto della libera scelta di una ristretta minoranza di inoperosi, le cui vicende non meritavano il benché minimo riguardo politico. Bernanke reagì a questa vulgata pubblicando diversi lavori, ampiamente citati nei manuali correnti di macroeconomia. In primo luogo egli rilevò che, sul piano statistico, non sussisteva conferma degli shock nella tecnologia e nelle preferenze suggeriti dalle analisi di Kydland e Prescott, laddove invece emergevano numerose evidenze a sostegno della intuizione keynesiana di una “crisi da domanda”. In secondo luogo, riguardo alla propagazione della crisi, Bernanke fece notare che le recessioni abbattono il valore degli immobili, dei beni capitali e delle altre attività che le imprese solitamente pongono a garanzia dei loro debiti.

La conseguenza è che le banche, insoddisfatte del valore delle garanzie offerte, comprimono il credito concesso agli imprenditori proprio nel momento in cui essi ne hanno più bisogno. Contrariamente a quanto sostenuto da Friedman, dunque, gli elementi di fragilità sono interni e non esterni al sistema: infatti, è proprio la struttura dei rapporti di credito e debito tipici di un’economia capitalistica a contenere in sé i fattori di propagazione della crisi economica.

La somiglianza tra le analisi teoriche di Bernanke e l’effettiva conduzione della politica monetaria da parte di Greenspan appaiono evidenti. In un certo senso, è come se Bernanke avesse contribuito a legittimare scientificamente le “magie” del suo predecessore, il quale nei diciotto anni della sua presidenza ha spesso agito al fine di scongiurare un crollo dei valori immobiliari e delle attività finanziarie e reali. I modelli teorici di Bernanke, in altri termini, costituiscono una sorta di efficacissimo filtro culturale, in grado di offrire delle scelte di politica monetaria di Greenspan una immagine a tinte rosa, da borghese illuminato: quella del banchiere centrale keynesiano, che salva il mercato da sé stesso, evitando a milioni di persone il dramma del crollo di borsa e della disoccupazione. Basterebbe esaminare le valutazioni sull’operato di Greenspan da parte dei più autorevoli commentatori, nazionali ed esteri, per comprendere quanto tale interpretazione risulti diffusa e accreditata. Ed è oggi lo stesso Bernanke a contare sul successo della sua chiave di lettura, avendo egli dichiarato di aver condiviso pienamente l’indirizzo di politica monetaria di Greenspan e di voler guidare la Fed lungo il sentiero già tracciato dal governatore uscente.

Se tuttavia si tolgono le lenti teoriche di Bernanke, e si indossano quelle della critica, dell’analisi di classe e del cosiddetto “marxismo sotterraneo” che pure si insinuava negli scritti di Keynes e di molti economisti borghesi del Novecento, si arriverà purtroppo a constatare che il segnale di continuità lanciato dal nuovo capo della Federal Reserve non può assolutamente esser considerato una buona notizia. Il totale allineamento di Bernanke alla gestione precedente costituiva infatti la condizione necessaria affinché l’Amministrazione Bush promuovesse la sua nomina. La linea di politica monetaria di Greenspan ha rappresentato, secondo molti commentatori, la determinante principale delle vittorie elettorali collezionate in questi anni dal presidente in carica e dal partito repubblicano. Greenspan tuonò contro Clinton quando questi propose di aumentare temporaneamente le tasse e il disavanzo pubblico al fine di finanziare i programmi di riforma della sanità per i quali era stato eletto. Ed è storia nota che il presidente democratico dovette recedere dai suoi propositi originari a causa della minaccia di Greenspan di elevare i tassi d’interesse, ben prima che i repubblicani riconquistassero il Congresso e stravolgessero definitivamente l’agenda governativa. Ed ancora, è curioso notare come l’unica circostanza in cui Greenspan abbia deciso di favorire la caduta dei corsi azionari e delle attività si collochi esattamente nel 2000, a ridosso delle elezioni presidenziali che videro soccombere Al Gore a vantaggio di Bush jr. Nel 2001, poi, il capo della Fed si espresse a favore del taglio delle tasse e dell’aumento della spesa militare decisa da Bush, nonostante il fatto che la riduzione delle aliquote fosse totalmente sbilanciata a favore dei redditi e delle plusvalenze dei più ricchi e che le nuove campagne di guerra determinassero un forte incremento del deficit statale. Più di recente, Greenspan ha condiviso l’orientamento del Congresso di finanziare la ricostruzione di New Orleans, dopo i danni prodotti dall’uragano Katrina, tramite una ulteriore compressione del welfare. Il disavanzo risulta dunque ammissibile per finanziare la spesa militare, ma non quelle in campo ambientale e sociale, che sono pertanto destinate a concorrere tra loro per accaparrarsi un budget sempre più risicato. Ma c’è di più. In una intervista di alcuni mesi fa Bernanke ha dichiarato di condividere l’idea secondo cui alcune istituzioni finanziarie private sarebbero “troppo grandi per fallire”, nel senso che la loro bancarotta finirebbe per trascinare con sé l’intero sistema, e quindi andrebbe evitata con repentini provvedimenti di salvataggio. Bernanke pertanto aderisce anche sotto questo aspetto alla linea tracciata da Greenspan, la quale ha assecondato il verificarsi di un nuovo “gigantismo” all’interno del sistema bancario e finanziario americano. Infatti, da quando si è diffuso il convincimento che alcune istituzioni finanziarie di maggior calibro godono della indiscussa protezione della Fed, la concentrazione dei capitali e del potere presso di esse è divenuta un fenomeno pressoché inarrestabile.

Le recenti scelte politiche della Federal Reserve stanno a testimoniare, dunque, che la non neutralità della moneta, di cui solitamente si dibatte in ambito accademico e politico, va ben oltre gli effetti della stessa sui meri livelli di produzione e di occupazione. La politica monetaria della banca centrale deve cioè ritenersi non neutrale in un senso molto più generale. Essa infatti ricade in modo sempre più sbilanciato sulla composizione, sulla distribuzione e sulle modalità di realizzazione del prodotto sociale, ossia in ultima analisi sul grado di sfruttamento capitalistico del lavoro e della natura. Si rileva, nell’attuale indirizzo della Fed, l’intento di assecondare la tendenza politica dominante, che vede imporre regole sempre più rigide al finanziamento della riproduzione sociale delle classi subalterne, e che vede al contrario espandersi i margini di discrezionalità per l’erogazione monetaria a favore dei centri di potere del circuito capitalistico. Ed è interessante notare, sotto questo aspetto, che tra le poche idee che distinguono Bernanke dal suo predecessore ve ne sono alcune che potrebbero dar luogo ad un ulteriore inasprimento delle tendenze in atto. Il nuovo capo della Federal Reserve ha infatti recentemente sostenuto di gradire alcune caratteristiche del palinsesto macroeconomico europeo, e di ritenere in linea di principio auspicabile una loro adozione anche negli Stati Uniti.

Si tratta in particolare del cosiddetto inflation targeting, vale a dire della esplicitazione (e al limite della messa a norma) di un preciso vincolo di inflazione da parte della banca centrale, ed inoltre della possibilità di introdurre dei limiti per alcune voci di spesa del bilancio federale, alla stregua del Patto di Stabilità europeo.

L’interesse di Bernanke per gli assetti macroeconomici europei potrebbe rivelarsi una ulteriore fonte di preoccupazione per la classe lavoratrice e per i ceti più deboli della società americana. I vincoli all’inflazione e ai disavanzi pubblici che caratterizzano l’Unione monetaria europea sono stati posti, infatti, allo scopo di contenere la forza delle organizzazioni sindacali e dei movimenti sociali tuttora presenti sul Vecchio Continente. L’applicazione dei medesimi vincoli agli Stati Uniti, dove questa forza risulta di gran lunga inferiore, potrebbe imprimere un’accelerazione senza precedenti ai processi di concentrazione capitalistica e di disgregazione sociale in corso, con esiti prevedibilmente devastanti sulle classi subalterne d’oltreoceano. E’ questo un chiaro monito per la sinistra, in Europa e nel resto del mondo. I futuri mondi possibili sono infatti numerosi, e non tutti appaiono entusiasmanti. L’affermarsi dell’uno o dell’altro dipenderà in larga misura dalle scelte sulle modalità di gestione della massa monetaria, e in particolare dalla maggiore o minore capacità dei movimenti sociali di esercitare una effettiva pressione sul meccanismo di funzionamento del circuito monetario capitalistico. A destra questa partita è stata perfettamente compresa, ed è iniziata da tempo. Dalle nostre parti, invece, invaghiti come siamo delle consolanti fantasie di alcuni simpatici mattacchioni della politica e della cultura cosiddetta “radicale”, fatichiamo ancora un po’ a trovare la bussola.