Così cominciò il dopo-Prodi

Roma, Torino, Firenze, Bologna. La protesta dei sindaci delle grandi città – e altre sono già in fila per aggiungersi al sofferente coro – contro una legge finanziaria giudicata «insostenibile» non è né inedita né sorprendente; eppure può essere dirompente per il già fragilissimo equilibrio del governo e della sua maggioranza. Non è inedita: gli stessi sindaci hanno detto le stesse cose quando, una finanziaria dopo l’altra, il governo centrale ha tagliato loro i viveri. Non è sorprendente, anche se viene da esponenti della stessa maggioranza che sostiene Prodi: già negli scorsi anni contro Berlusconi con i sindaci del centrosinistra protestarono anche quelli del centrodestra, a dimostrazione del fatto che la materialità di alcuni problemi e la vicinanza ai propri elettori fa premio (per fortuna) sulle esigenze di bottega politica nazionale. Ha una carica dirompente: i quattro sindaci in questione – tutti dei Ds, il primo partito della coalizione; tutti molto popolari; tutti con statura politica nazionale; e, tra loro, uno che rappresenta tutti i comuni d’Italia e l’altro che è candidato perenne nella panchina dei leader – hanno un peso politico rilevantissimo. E potenzialmente sovrastante, rispetto a quello di un Prodi fiaccato dal caso Telecom e appannato dalla trattativa sulla finanziaria (senza parlare delle secche nelle quali si trova il progetto del partito democratico).
Forse è presto per dire che sulla legge finanziaria sono già iniziate le grandi manovre in vista del dopo-Prodi (anche se in questo senso c’è più di un indizio); ma certo sono in pieno corso le manovre del dopo-finanziaria. Gli industriali, che hanno ottenuto quel che volevano sulla riduzione del cuneo fiscale, piangono sul Tfr da versare; la sinistra radicale, soddisfatta sull’impatto redistributivo della manovra fiscale, va all’attacco sul ticket al pronto soccorso; gli autonomi si preparano a ogni forma di pressione per scampare ai nuovi rigori; i sindaci, ai quali sono stati tolti soldi oggi in cambio di nuove entrate domani, chiedono un cambiamento di rotta radicale; in più, tutti i partiti più o meno di centro si autoeleggono rappresentanti dei presunti ceti medi e chiedono ribassi delle aliquote al di sopra dei 75mila euro l’anno.
In questo contesto, il governo – Prodi – ci tiene a tener fermo un solo punto: il saldo di bilancio. Con il rischio che, alla fine del percorso, una manovra di grandissimo volume ma dall’identità non chiarissima resti identica nel volume ma senza nessuna identità. Quella che entra in parlamento non è la Finanziaria di Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare ai poveri: è una Finanziaria che cerca di toccare l’area grigia e nera dell’evasione, che per la prima volta da anni cerca di colpire un po’ di più chi ha di più, che rimette un po’ di ordine nel caos ereditato dal governo precedente. Ma è anche una Finanziaria che taglia i fondi agli enti locali – cioè ai servizi sociali – che taglia la spesa sanitaria, che non rilancia né scuola né ricerca. E soprattutto che non dice il perché di questi sacrifici, l’obiettivo finale: il risanamento? lo sviluppo? il welfare? il mercato? Nel ’96-’97 l’obiettivo era uno solo: l’Europa, anzi l’euro. Raggiunto quello, non se n’è ancora trovato un altro. Se ci fosse, forse anche la mediazione con le tante proteste – più o meno giuste – sarebbe al rialzo e non al ribasso.