Cos’è il programma dell’Unione? Un esempio: l’Università

La notizia è di pochi giorni fa. A Venezia si è svolto il 6 marzo un convegno “a porte chiuse” sull’Università a cui hanno partecipato esponenti del centro destra e del centro sinistra (fra i primi Renato Brunetta, fra i secondi Franca Bimbi, Luciano Modica e Walter Tocci). Parte della discussione si è concentrata sulla proposta di legge dell’onorevole Nicola Rossi (DS), già presentata in parlamento nel febbraio scorso, relativa alla trasformazione degli Atenei in Fondazioni private. Secondo quanto riferito dal “Gazzettino” del 7 marzo, la proposta di Nicola Rossi consentirebbe “agli atenei che lo desiderino di trasformarsi in fondazioni autonome, godendo dei vantaggi e accettando i rischi della competizione sul mercato mondiale della formazione e della ricerca”. In questa prospettiva gli atenei otterrebbero “autonomia finanziaria, gestionale, didattica e scientifica, prevedendo la facoltà di assumere il personale docente e non docente con contratti di diritto privato, organizzare l’intera struttura della didattica e acquisire risorse da destinare alle attività statutarie della fondazione”.
Già molto efficacemente Alberto Burgio ha preso posizione sulla questione, mettendo in rilievo la gravità del progetto: “Si tratta in sostanza –scrive Burgio- di una ipotesi di radicale privatizzazione delle Università che, lungi dall’invertire la tendenza delle sciagurate ‘riforme’ Moratti, le condurrebbe al loro naturale approdo”. Infatti, prosegue Burgio, “ove disegni di questo genere dovessero prevalere, si compirebbe un ulteriore passo verso la piena subordinazione dell’Università agli interessi delle imprese, verso la precarizzazione del personale docente e non docente e verso la limitazione della libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione”.
L’episodio, oltre alla gravità in sé cui si riferisce Burgio, consente qualche ulteriore considerazione. Tanto più che non si tratta di un caso isolato. Poco prima della presentazione della proposta di legge dell’onorevole Rossi sulla trasformazione degli atenei in Fondazioni, i DS avevano già avanzato un’altra proposta di legge, questa volta relativa all’”Istituzione dell’Autorità per la valutazione del sistema delle università e della ricerca”. Una proposta che si muoveva nella direzione della precarizzazione di fatto della carriera dei docenti universitari (come è stato rilevato fra l’altro dall’ANDU), riecheggiando in alcuni passaggi le parti peggiori del DDL Moratti poi eliminate nella sua formulazione definitiva. Lasciamo da parte qui il tema specifico (la necessità di una seria e rigorosa valutazione dell’Università italiana), che certo merita grande attenzione da parte nostra ma che non per questo deve significare l’adozione di una logica di tipo aziendalistico applicata alla vita scientifica degli atenei. Per dirla con una battuta: sì alla valutazione, ma condotta non in base a criteri ‘produttivistici’ e piuttosto attraverso una autentica attenzione al rigore scientifico di ciò che viene realizzato. Ma lasciamo appunto da parte il nodo specifico, che è estremamente complesso e la cui trattazione richiederebbe un ampio spazio e ci porterebbe fuori strada.
Ciò che qui preme è altro: mettere in rilievo come su alcuni punti nevralgici i DS stiano attivamente propugnando una propria politica sull’Università accanto o addirittura per certi versi al di là del programma dell’Unione.
Il che induce innanzi tutto una considerazione di ordine generale sul programma del centro-sinistra (sull’Università, certo, ma estensibile forse all’impianto e alla ‘filosofia’ del documento nel suo complesso). In secondo luogo una riflessione sulla strategia politica che sembra necessario adottare in questo contesto come Rifondazione Comunista.

Cominciamo dal primo punto. Il programma dell’Unione sull’Università, come su molti altri snodi cruciali, si mantiene volutamente vago e formula piuttosto delle linee generali che degli obiettivi precisi. Il che per certi versi potrebbe anche sembrare comprensibile e compatibile con la natura di un oggetto così complesso come è il programma per il governo di cinque anni del paese. Peccato però che quelle linee generali, nel caso dell’Università, siano per alcuni versi decisamente distanti dalle nostre, come dimostrano gli esempi dell’”autonomia” e della riforma del cosiddetto “3+2”: due “pilastri” delle politiche dei governi degli anni Novanta (di centro destra così come di centro sinistra) da noi sempre fortissimamente contrastati e oggi, al di là di qualche sfumatura che non tocca la sostanza delle cose, perni ideali del programma dell’Unione.
Ma il vero problema è un altro. E sta nel fatto che l’ambiguità e l’indeterminatezza di quel programma ha lo scopo di lasciare aperti precisi spazi all’iniziativa politica di chi persegue un progetto sull’Università ancor più radicalmente opposto al nostro. Valga un solo esempio. Apparentemente il documento dell’Unione preserva il valore legale del titolo di studio (strumento indispensabile per tentare di arginare la deriva in senso aziendalistico dell’Università): l’”azione di innovazione istituzionale”, recita infatti il programma, deve prevedere “il mantenimento del valore legale del titolo di studio”; ma, aggiunge velenoso il testo, “con opportuni correttivi per valorizzare le competenze realmente acquisite dai laureati”. Una formulazione estremamente ambigua che apre con ogni evidenza un varco all’iniziativa legislativa di chi vorrà intaccare il principio del mantenimento del valore legale del titolo di studio facendo appello agli “opportuni correttivi” previsti nel programma comune.
Di formulazioni come questa il programma dell’Unione non è certo avaro (e non solo nelle pagine dedicate all’Università). Passaggi cioè che non si presentano come immediatamente negativi (pur, come si è detto, non mancando anche questi ultimi) ma che aprono piuttosto un effettivo e appetibile spazio politico per chi vorrà e saprà imprimere una più forte spinta “a destra” al programma.
Siamo di fronte insomma non a un dato accidentale e casuale ma sostanziale, che indica un tratto identificativo del programma dell’Unione: quel suo essere costruito con maglie sufficientemente larghe da facilitare lo spostamento della sua applicazione legislativa in una direzione molto precisa e a noi avversa.
Se questa considerazione è vera, qual è il senso della difesa del programma dell’Unione così com’è? Quel programma, così com’è, sembra infatti costituire un ottimo strumento per facilitare le forze che avranno il peso politico per farlo nello spostare a destra l’azione concreta del governo. E come è ben evidente quelle forze non mancano e non mancheranno, e stanno cominciano sin da ora a far sentire piuttosto distintamente la loro voce.

Appare dunque tanto più urgente che Rifondazione Comunista si avvii nella stessa direzione in cui si muovono con determinazione e non senza abilità fra gli altri i DS. Formulare cioè un proprio preciso programma sull’Università, articolato nelle sue diverse parti, che sappia anche staccarsi, proprio come avviene nel caso dei DS, dal documento comune dell’Unione in nome del perseguimento di un disegno strategico conforme alla propria identità e alle proprie aspirazioni politiche.
Non soltanto per questa via Rifondazione potrà provare ad arginare più efficacemente la deriva di destra che alcuni settori del centro sinistra annunciano di voler imprimere al programma, ma riuscirà anche meglio ad agire nelle contraddizioni che agitano e continueranno ad agitare le altre componenti del centro sinistra, i cui dirigenti e soprattutto i cui militanti ed elettori non necessariamente condividono o condivideranno le sciagurate ipotesi di “riforma” dell’Università di Nicola Rossi o Gianni Toniolo.
Lasciare alla lettera del programma dell’Unione il compito di costituire l’argine a queste minacce appare in fondo tanto meno lungimirante quanto al contrario ciò che sembrerebbe davvero necessario è proprio un lavoro che si incarichi di delineare con precisione un nostro profilo programmatico distinto e netto: accanto e, se necessario, per alcune parti, al di là del documento dell’Unione.