Cosa vuole Montezemolo? I nostri salari

Ma quanta concordia nelle analisi sui guai del Paese! Dalla Confindustria alla Banca d’Italia, dal Corriere della Sera, al Sole 240re, ad economisti ed intellettuali, è un coro quasi unanime quello che lamenta la crisi strutturale del sistema economico italiano.
Un coro che suscita entusiasmi nel segretario dei Ds, e fa invece inviperire quella parte del centro destra, il presidente del Consiglio prima di tutto, che ha deciso di negare la realtà. In questa pessima campagna elettorale, anche su questo c’è un giudizio generalmente concorde, solo il dominio radiotelevisivo delle sciocchezze impedisce che il governo attuale sia travolto nella rabbia e nel ridicolo generale. In ogni caso c’è da sperare che tra un mese i cittadini, come il bambino della fiaba di Andersen, rendano definitivamente evidente che il re è nudo. Se e quando questo avverrà, scopriremo allora che tante convergenze di analisi mascherano profonde divergenze di giudizio e di proposta.

Il presidente della Confindustria, in un’intervista, ha delineato un vero e proprio manifesto del liberismo post Berlusconi. Si chiedono nuove privatizzazioni e liberalizzazioni, in particolare nel settore dei servizi, compresi quelli essenziali (si fa l’esempio delle farmacie pubbliche). Si rivendicano tagli alla spesa pubblica e riduzioni fiscali e naturalmente del costo del lavoro. Si afferma la necessità di una nuova centralità dell’impresa – non basta mai evidentemente -, e si propone meno contratto nazionale e più “collaborazione” nelle relazioni sindacali.

A sua volta il nuovo governatore della Banca d’Italia si fa lanciare dal Corriere della Sera come il nuovo campione del mercato della libera concorrenza, dopo i guai provocati dal protezionismo casereccio del suo predecessore. L’Italia deve uscire dalla crisi prima di tutto aumentando la produttività, dice il governatore. E il punto sta tutto qui. In questo semplice indice matematico, la produttività, sono contenute tutte le astratte convergenze e i reali conflitti che si annunciano dopo l’auspicata e generalmente concorde mandata a casa di Berlusconi. Infatti né il governatore della Banca d’Italia né tante altre voci autorevoli, chiariscono cosa intendono, quando rivendicano il miglioramento della produttività. Se esso debba avvenire con la crescita del valore del suo numeratore, (i servizi e i beni prodotti) o calando quello del denominatore (i salari).

Che l’Italia abbia perso competitività è un dato di fatto. Che nel passato il recupero di essa sia avvenuto soprattutto con la svalutazione delle monete e con l’ampiamento del deficit pubblico oltre che con la compressione delle retribuzioni, è altrettanto vero. Oggi però le prime due strade non sono più percorribili, se non a costi superiori ai risultati. Senza nulla togliere alla necessaria critica alle politiche dell’Europa di Maastricht e della Banca centrale, non si può certo pensare oggi di tornare alla finanza pubblica allegra degli anni Ottanta o alle svalutazioni degli anni Novanta.

Ma se queste misure non si possono più utilizzare, che cosa propongono allora i neoliberisti? Il senso ideologico della proposta sta nella esaltazione dell’economia a basso costo. Insomma, per reggere la competizione, bisognerebbe copiare ed estendere in tutti i settori il modello della compagnia aerea low coast Ryanair.

A me pare questa una colossale perdita di contatto con la realtà del Paese. E’ vero infatti che in Italia le grandi privatizzazioni hanno dato luogo spesso a monopoli privati che hanno sostituito quelli pubblici. Però è anche vero che le privatizzazioni nei settori industriali non hanno nemmeno prodotto questo risultato, ma autentici disastri, in particolare nei settori più avanzati. Basti pensare al polo elettronico dell’Aquila, esempio di devastazione liberista dello sviluppo tecnologico del Paese.
Il punto allora è: davvero l’Italia riprenderà a crescere se, in alternativa al perfido protezionismo di modello francese, si praticherà un liberismo ancora più spinto ed integrale di quello finora realizzato? No, una nuova ondata di liberalizzazioni e privatizzazioni accentuerebbe tutti i fenomeni negativi che si sono finora realizzati, metterebbe all’asta delle multinazionali ciò che nel Paese è ancora invenduto. Il tutto senza farci crescere di un solo millimetro. Anzi, troverebbero così nuova linfa quella rendita e quella finanza speculativa che, ancora una volta con generale concordia, vengono oggi indicate come uno dei mali dell’economia italiana.

Se si vuole che davvero cresca la qualità dei prodotti e degli investimenti, se si vuole conservare e sviluppare un forte sistema industriale, se si vuole una crescita del Mezzogiorno e della qualità complessiva del nostro sistema economico non è alle virtù del mercato che bisogna appellarsi, ma all’intervento della buona politica nell’economia. Occorrono scelte meditate e costruite di programmazione economica ed industriale. Del resto in alcuni casi questo si è già fatto. Come ricordava maliziosamente di fronte al sommo pontefice il presidente di Banca Intesa, le banche italiane hanno salvato Fiat e Rizzoli anche rischiando moltissimo. I fatti dimostrano che senza una nuova dimensione dell’intervento pubblico, finanziata da una forte iniziativa fiscale, non si ridà competitività al Paese.

Ma tutto questo non basta. In realtà tante analisi comuni saltano spesso una questione di fondo: la distribuzione del reddito. Nel 1972 il reddito da lavoro dipendente in Italia era il 60 per cento di quello complessivo. Nel 2003 era sceso a meno del 50 per cento. Più è caduta la competitività più è caduta la quota di reddito del lavoro dipendente, ci sarà pur un rapporto tra queste due tendenze! Allora non è vero che tutte le analisi coincidono. Per i neoliberisti la distribuzione del reddito non è rilevante, e per questo da essi viene riproposta ancora una volta la politica dei due tempi, prima lo sviluppo e poi la crescita delle retribuzioni. Il presidente della Confindustria, nella sua intervista rivendica addirittura la necessità di nuove misure impopolari. Così una delle cause fondamentali del declino del Paese, la caduta del reddito del lavoro, viene cancellata dall’analisi della crisi, e conseguentemente vengono riproposte le ricette negative di sempre. Persino un moderato come l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu ha finito per chiedere cautela al segretario dei Ds nel consenso verso le posizioni del presidente degli industriali. E’ bene dirci che se attuate esse comporterebbero dei costi sociali altissimi, e un aggravamento ulteriore della crisi industriale del Paese. Il presidente della Confindustria si è detto deluso dal congresso della Cgil, a noi invece le sue posizioni non hanno provocato particolare delusione perché non ci aspettavamo granché di diverso. Sappiamo che per far ripartire lo sviluppo in Italia occorrono politiche profondamente diverse da quelle del passato. Da quello più vicino, ma anche da quello un po’ più lontano. E sappiamo anche che nelle scelte della Confindustria c’è una continuità negativa di fondo che è davvero difficile cambiare.