Cosa rossa, il giorno dopo Bertinotti: «L’unità si farà» Tregua armata a sinistra

II giorno dopo la tempesta, nella Cosa rossa le acque sono più calme. La lunga riunione dell’altro ieri sera, faticosamente messa in piedi dopo lo strappo del Pdci e le relative polemiche degli altri “soci”, è riuscita a tenere in vita il percorso dell’unità a sinistra, benché non siano mancate ruvidezze e accuse reciproche. Né poteva essere altrimenti. Se è vero che (almeno a parole) la preoccupazione condivisa da tutti è quella di non mettere a rischio la nascita del nuovo soggetto unitario, è altrettanto vero che non tutti gli interessi sono convergenti. Molto dipende da come andranno le cose in materia di legge elettorale e di verifica col governo, non a caso temi sui quali non c’è unanimità di vedute.
Il che ha reso (e rende) ancora più grave la crisi di giovedì e più furibonda la reazione del Prc (ma anche di Sinistra democratica). Il sospetto, infatti, è che non si sia trattato di una decisione improvvisata, ma di un vero e proprio calcolo tattico da parte del Pdci, con l’obiettivo di tenersi aperta una via d’uscita dal processo dell’unità a sinistra e di trascinarsi dietro gli scontenti del Prc, tenendosi stretto il simbolo della falce e martello che nel nuovo partito non ci sarà. Per non dire che “le mani libere” rivendicate da Diliberto potrebbero costituire un intralcio proprio sulla via della verifica, che Rifondazione chiede a gennaio per avere il tempo di consultare la base, ma anche di vedere che piega prende la trattativa sulle riforme (cioè sul referendum). Verifica il cui primo banco di prova è il pacchetto sulla sicurezza che sarà votato la prossima settimana al Senato (dove è sufficiente un solo voto per mandare tutto all’aria). Non a caso Diliberto ieri nuovamente tuonava di non essere più disposto «a capitolare a causa di Dini, ed è questa anche la ragione del nostro voto alla Camera. Abbiamo voluto dare un segnale politico al governo. Non esiste che due senatori “diniani” pesino di più di 150 parlamentari della Sinistra». La rottura, comunque, non c’è stata (e probabilmente non ci sarà, almeno finché i giochi sulla riforma elettorale non saranno fatti). Ha fatto breccia l’appello di Bertinotti: l’unità della sinistra è una «necessità esistenziale di questa fase storica». Un concetto ribadito ieri dal presidente della Camera, a margine del convegno sulla figura di Francesco De Martino: «L’unità si farà», perché «è l’unico modo per far valere le proprie ragioni» e
il timore che le “mani libere” di Dlliberto siano un intralcio alla verifica a gennaio. Il problema, invece, «è di passaggio storico. C’è bisogno di una sinistra che metta insieme non solo i partiti ma tutto ciò che vive in un paese come l’Italia e che si prefigura come sinistra critica all’ordine esistente, una sinistra che pensa a un diverso modello economico-sociale e di democrazia».
La determinazione del Prc di andare avanti su questa linea – «chi ci sta, ci sta» – ha riportato a più miti consigli il Pdci, tanto che il vertice di giovedì sera ha sancito una riconciliazione. Perciò, Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori del Prc, vede il bicchiere mezzo pieno: «Il percorso del nuovo soggetto della sinistra non si è affatto arrestato. Credo, al contrario, che procederà d’ora in poi con maggiore celerità. L’importante – osserva – è capire che gli stati generali segneranno un avvio e non una conclusione». Ma lo stesso Russo Spena non può non precisare che «è evidente che il processo costituente si verificherà da subito, sul terreno concreto delle scelte politiche. Cioè, sul piano della verifica e su quello della legge elettorale. E’ fondamentale che le forze che si accingono a dar vita al nuovo soggetto si muovano all’unisono, per respingere un’offensiva che mira a mettere fuori gioco per decenni proprio la sinistra». Appunto, resta una tregua armata, perché le divergenze sono tutt’altro che appianate. C’è, per dire, la questione del simbolo, anche se il Prc è determinato a non sottostare ai diktat di Diliberto: la scelta sarebbe caduta su “Sinistra”, con l’arcobaleno come chiedono i Verdi. E c’è la questione del “profilo” di tutta l’operazione: Pecoraro Scanio insiste che «noi lavoriamo non per fare una Cosa rossa che come si vede nei sondaggi è a picco, ma per fare una grande alleanza arcobaleno che invece nei sondaggi può andare ben oltre il 10%».
Questi e altri i problemi che «sarebbe un errore sottovalutare», considera Alfiero Grandi (Sd). Secondo il sottosegretario all’economia, «il processo unitario è necessario e urgente, altrimenti la sinistra si candida al ruolo marginale, quello cioè dei sette nani». E poiché si tratta di un’esigenza «epocale», i «comportamenti finali debbono essere univoci; federarsi vuol dire che, su alcune materie decisive come welfare, governo eccetera, sia la federazione a decidere e non i singoli soggetti federandi».