Cosa c’è nel futuro della Fiat

Marchionne non avrà mai licenziato, ma a fare un conto di quello che sta già succedendo alla Fiat, si può parlare a ragione, di un ruolo ridimensionato dell’azienda in Italia, con almeno 3.500 occupati in meno nel prossimo futuro. Almeno. Perché se si realizzassero le previsioni di mercato più fosche, senza una ripresa reale del settore auto, i tagli potrebbero essere ben più alti rispetto a quelli ipotizzati in questi giorni. Fino a questo momento, l’azienda ha gestito la crisi con gli ammortizzatori sociali: sono 16.000 i dipendenti in cassa integrazione straordinaria e 32 milioni le ore di cig erogate a loro favore. Con il nuovo piano, che sarà presentato uf?cialmente il 21 aprile, potrebbe venir fuori che non basta più la cassa, ma occorrono misure strutturali, per portare la Fiat fuori dalla dif?cile congiuntura. Il quotidiano La Repubblica aveva avanzato l’ipotesi di un nuovo piano con drastici tagli al personale: 5.000 posti di lavoro che nei prossimi anni saranno eliminati per fare posto a fabbriche più piccole e alla produzione di 8 modelli (sono quelli annunciati ?nora) contro i 12 che si realizzano attualmente. Uno scenario che autorizza qualche preoccupazione, anche se l’ad della Fiat ha gettato il giorno dopo acqua sul fuoco, attaccando i sindacati indisciplinati, che a suo parere fanno il tiro al bersaglio sull’impresa.

Ecco, i conti dicono esattamente questo: con la chiusura di Termini Imerese, i posti tagliati saranno almeno 2.000 (senza tener conto degli effetti sull’indotto). Si sta lavorando in questi mesi per giungere a un’ipotesi di riconversione dell’impianto, con nuovi investitori e una nuova missione produttiva. Il ministero dello Sviluppo economico ha comunicato al Parlamento che vi sarebbero 16 investitori interessati, ma da quello che si sa, forse solo una o due proposte potrebbero avere le carte in regola. Certo non toccherebbe alla Fiat licenziare, né è detto che si giungerebbe ai licenziamenti. L’altra strada verso la riduzione del personale è quella che passa attraverso gli esodi incentivati. Accade o accadrà a Pomigliano, a Cassino e probabilmente alla Cnh di Imola. Il rilancio di Pomigliano, annunciato in pompa magna al ministero dell’Industria il 30 marzo sembra una cosa seria. Investimenti massicci, per ristrutturare a fondo l’impianto in vista della produzione della nuova Panda a partire dal 2012. Nello stesso tempo, però, l’azienda ha già proposto la mobilità per circa 500 persone. Stesso discorso a Cassino (500 unità coinvolte) e alla Cnh (altre 500 persone). Fin qui le informazioni certe.

C’è poi l’incognita Mira?ori. I rischi per l’impianto torinese sono la vera novità di quanto emerge dalle anticipazioni, secondo cui si potrebbero perdere 2.000-2.500 posti su 5.000. “Se il piano è questo, è inaccettabile, perché signi?ca la morte sicura della fabbrica, la Fiat piuttosto deve dirci cosa intende fare per non giungere a uno scenario simile”, attacca il segretario piemontese della Fiom Giorgio Airaudo. Per il momento, i modelli che saranno prodotti uf?cialmente a Torino nei prossimi anni sono due – la Mito e un monovolume da 5-7 posti –, contro i cinque realizzati attualmente nello stabilimento (Idea, Musa, Punto, Multipla e Mito). Anche in questo caso, si potrebbe aprire la strada degli incentivi per i molti lavoratori che sono vicini alla pensione.

Ma quello che preoccupa di più è la tenuta dello stabilimento e la caduta secca di occupati. Secondo Enzo, Masini, responsabile nazionale auto della Fiom, “il piano del 21 aprile indicherà un ruolo dell’Italia sempre minore nelle strategie della Fiat e una presenza crescente negli Stati Uniti e in Europa orientale”. Le auto ad alimentazione elettrica e quelle di segmento D ed E saranno spostate in America, sotto l’ombrello protettivo dell’accordo con Chrysler e dei ?nanziamenti del governo Usa. Non solo. Due modelli low cost saranno prodotti in Serbia (200.000 vetture dal 2011-2012), negli stabilimenti della Zastava. E la Polonia, che non produrrà la nuova Panda, riceverà probabilmente in cambio la realizzazione dei nuovi motori bicilindrici. Una scelta strategica, quest’ultima, che rappresenterà un problema serio soprattutto per Pratola Serra, in provincia di Avellino, stabilimento di motori con 2.000 occupati che ha avuto una performance produttiva molto negativa nell’ultimo anno.

In mezzo a questi dati, c’è l’ipotesi di scorporo, cioè di divisione tra il settore auto e tutte le altre attività del gruppo. Che per il momento sembra accantonata, ma a cui chi dirige la Fiat sta lavorando ormai da anni. E non è un mistero che tutto quello che rimane al di fuori dell’auto sarà soggetto in futuro ad assumere più i connotati della ?nanza che dell’industria, con la “valorizzazione” (leggi vendita) di intere attività. “Il governo – conclude Airaudo – è il grande assente di tutta la partita Fiat. Non sta facendo nulla, se non assecondare le posizioni dell’azienda”.