Cosa c’è dietro il sequestro di Vittorio Arrigoni a Gaza. I 3 network dell’islam politico

Il rapimento di Vittorio Arrigoni per mano di un gruppo islamico di ispirazione salafita, segnala l’aspra competizione in corso tra i network dell’islam politico, una competizione accentuata dalle rivolte, dagli sconvolgimenti e dalle alleanze spurie e inedite in corso nel Medio Oriente.
A Gaza questa competizione tra Hamas e i gruppi islamici salafiti, già in diverse occasioni è sfociata in scontri sanguinosi.
Ad agosto del 2009 a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, 16 persone sono rimaste uccise e 125 ferite durante scontri tra la polizia di Gaza e il gruppo combattente salafita “Jund Ansar Allah” (soldati per Dio), guidato dallo Sheikh Abdul-Latif Musa. Il 22 maggio del 2010 , decine di miliziani salafiti hanno attaccato un campo estivo per i bambini e le bambine di Gaza, gestito dall’UNRWA.
Nel caso del squestro di Vittorio Arrigoni, il gruppo coinvolto sembra essere il Tawhid Al Jihad. Nel video di rivendicazione, i terroristi hanno infatti chiesto il rilascio di Abu Walid Al Madqisi, “emiro” del Tawhid Al Jihad. Al momento non paiono coinvolti gli altri gruppi vicini al salafismo e ad Al Qaida come Jund Al Islam, Jund Ansar Allah, Jund Allah.
I movimenti di ispirazione islamica che agiscono nel quadro internazionale non sono infatti tutti uguali e non perseguono gli stessi obiettivi. Tesi consolatorie – secondo cui sono tutti gestiti dalla CIA – non aiutano a comprendere un processo diversificato e conflittuale anche al suo interno L’irruzione della variabile islamista nelle relazioni internazionali e tra le forze in campo, ha introdotto un nuovo soggetto politico su cui esistono analisi “di nicchia” molto esaustive ma una conoscenza e valutazione “di massa” desolanti.
Da questa forchetta di giudizio escludiamo ovviamente i gruppi reazionari impegnati nella campagna islamofobica e gli allievi dei cattivi maestri come Huntington, Pipes e i likudzik statunitensi. Costoro sono – o sono stati – a tutti gli effetti dei soldati della guerra di civiltà per conto del moderno colonialismo. D’altro canto occorre sottolineare come la “guerra di civiltà” non sia solo una tesi dei neocons statunitensi o dei gruppi sionisti, ma lo è – del tutto simmetricamente – anche di alcuni gruppi islamisti che vedono non nell’imperialismo ma nell’occidente nel suo complesso il “nemico da abbattere”.
La nostra attenzione è invece rivolta al dibattito sviluppatosi nei movimenti che si battono contro la guerra e agli studiosi e giornalisti che affiancano questi movimenti. Troppo spesso, infatti, abbiamo visto liquidare i vari gruppi islamici come “fondamentalisti” o come strumenti della CIA “tout court”.
E’ vero che la comunicazione di massa moderna respinge come inefficaci i ragionamenti o le spiegazioni articolate e privilegia gli spot, la semplificazione, il giudizio tranciante funzionale alla propaganda. Ma è anche vero che quando nella storia e nelle relazioni internazionali entra in campo un soggetto molteplice e capace di incidere da un capo all’altro del mondo nell’agenda politica, ridurre il tutto a semplificazioni o a sintesi azzardate può diventare auto-consolatorio e dunque inefficace. Un articolo, per quanto esteso, non può certo rimediare a questo “buco” di approfondimento, ma può aiutare ad aprire alcune finestre di ragionamento in tante compagne e compagni.

I tre network dell’islam politico
Se dovessimo sintetizzare l’irruzione dell’islam politico nelle relazioni internazionali potremmo indicare tre momenti:
1) La Rivoluzione islamica in Iran nel 1979 che rovescia la dittatura filo-USA
2) L’uso dell’islam nella guerra fredda da parte degli USA contro i sovietici in Afghanistan e contro il nazionalismo arabo a partire dalla seconda metà degli anni ‘70
3) Il colpo di stato che impedisce le elezioni in Algeria nel 1992 e che avrebbe visto la vittoria del Fronte di Salvezza Islamico
Questi tre eventi storici mettono in moto un processo di emersione dell’islam come fattore politico che in qualche modo animerà quelli che possiamo definire tre grandi network islamici diversi e in competizione tra loro. Questa competizione prima interna e poi direttamente anche con gli USA, caratterizzerà buona parte dell’agenda internazionale nell’Arco di Crisi (1) che va da Rabat all’Indonesia per poi, con gli attentati dell’11 settembre, assumere un carattere globale.

Il network iraniano prende ovviamente grande slancio con la Rivoluzione Islamica del ’79.

Nasce la prima Repubblica Islamica (anche se in verità questa esisteva già come tale nel Pakistan post coloniale) che proietta l’islam politico nel mondo. Questo network ha però un limite fortissimo dentro lo stesso islam. L’Iran infatti non è un paese arabo ed è sciita e gli sciiti – minoritari – sono soggetti all’ostilità del resto della Sunna (la maggioranza nella comunità islamica). Ragione per cui il network iraniano riesce a consolidarsi solo dove ci sono comunità sciite: Iraq, Libano meridionale, regione dell’Herat in Afghanistan, alcuni nuclei in Pakistan, paesi arabi del Golfo. Negli anni Ottanta la sua influenza riesce ad avere successo nel Libano del sud (dove contribuisce alla nascita di Hezbollah) mentre viene duramente ostacolata da Saddam Hussein in Iraq, contro il quale verrà dato il via ad una sanguinosa guerra durata otto anni, istigata e foraggiata dagli USA, da Israele e dall’Arabia Saudita nel tentativo di contenere la possibile onda lunga islamica iraniana anche nei paesi arabi del Golfo.
Gli USA, insieme a Israele e Arabia Saudita sosterranno indirettamente e con armamenti entrambi i paesi belligeranti dando vita ad una serie di operazioni coperte e di alleanze trasversali che caratterizzeranno la loro azione in tutto l’Arco di Crisi meridionale. (2).

Il network saudita-statunitense. Non è secondario rammentare che nel 1979, due mesi dopo la Rivoluzione Islamica in Iran, le truppe sovietiche entravano direttamente in Afghanistan e negli USA si diffonde il panico. Già era andato perso un gendarme regionale come l’Iran e l’URSS penetrava nel cuore dell’arco di crisi con le proprie truppe. Prende così il via l’operazione coperta teorizzata da Brzezisnki di trasformare l’Afghanistan nella prima linea della Jihad potendo contare sull’appoggio dell’Arabia Saudita e del Pakistan. Prende corpo così il network saudita-statunitense che agirà sistematicamente su tutti i fronti del post guerra fredda: dalla ex Jugoslavia alla ex URSS, dalla Bosnia alla Cecenia.

L’Arabia Saudita fornirà i soldi e la copertura religiosa, gli USA ci metteranno l’intelligence e le armi. In questo modo, fino alla fine degli anni Novanta, gli USA potranno contare su gruppi armati da scatenare in tutti i teatri dell’Arco di Crisi. Questo network – nonostante le contraddizioni che vedremo – agisce concretamente anche adesso, in modo particolare in Libano e contro l’Iran, ed è stato particolarmente efficace in Bosnia, nel Kosovo e in Cecenia. E’ un network totalmente al servizio degli interessi degli USA e che spesso e volentieri si connette con gli interessi israeliani nella regione. Cosa che sta accadendo anche in queste settimane. A metà marzo c’è stato infatti un vertice a Mosca al quale hanno partecipato i massimi leader di Israele e Arabia Saudita oltre che Abu Mazen per l’Anp. In questo vertice la questione palestinese è passata completamente in ultimo piano ed ha assunto invece rilievo centrale la “minaccia iraniana” sulle petromonarchie del Golfo e la convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele contro il comune nemico iraniano.

Il network di Al Qaida. Il terzo network dell’islam politico è il figlio degenerato del secondo. Al Qaida nasce infatti dentro l’operazione coperta del network statunitense-saudita in Afghanistan e per tutto il periodo della post guerra ne sarà parte integrante ed operativa nelle azioni nelle repubbliche della ex Jugoslavia e della ex URSS (3).

Ma ad un certo dentro il network saudita-statunitense si apre una profonda contraddizione. Essa è sicuramente determinata dalla delusione di molti jihadisti finanziati dall’Arabia Saudita per la subalternità della monarchia wahabita agli interessi USA. Per un verso questi “giovani jihadisti” sono inclini a imporre una più intransigente moralità religiosa, dall’altra avvertono la necessità di una maggiore indipendenza e fuoriuscita dall’arretratezza dei loro paesi. (4)
Ma un altro elemento scatenante e sottovalutato è quanto accadde in Algeria alla fine del 1992, quando un colpo di stato militare impedisce che si svolgessero elezioni in cui si profilava la netta vittoria del FIS (Il Fronte si Salvezza Islamica). Sarebbe stata la prima volta che una organizzazione dell’islam politico arrivava al potere attraverso le elezioni. Nulla di simile era immaginabile nei limitrofi Egitto, Tunisia, Marocco, Libia. A rendere più “detonante” la vicenda, vi è il sostanziale ed aperto sostegno di tutte le potenze occidentali – dagli USA alla Francia, dalla Gran Bretagna all’Italia – al colpo di stato militare che impedisce le libere elezioni in Algeria e il loro risultato.
Per la corrente più giovane e più radicale dell’islam politico – in particolare i salafiti – è il segnale che i cambiamenti nella regione non potranno avvenire attraverso la strada democratica ma solo attraverso la destabilizzazione delle oligarchie che controllano con pugno di ferro i paesi musulmani e che continuano ad essere subalterne agli USA e al resto delle potenze occidentali. E’ per questo che – secondo Al Qaida – l’Islam politico non può che trasformarsi anche in “Islam combattente” e non potrà che avere un carattere globale e non più locale.

La competizione tra i tre network dell’islam politico
I tre network islamisti che abbiamo individuato, rispondono ad obiettivi diversi. Per il network iraniano si è aperta una partita rischiosa ma interessante. Paradossalmente sono proprio gli USA ad aver spianato la strada alle ambizioni del network iraniano. Lo hanno fatto occupando e destabilizzando l’Iraq (dove gli sciiti sono maggioranza), occupando e mettendo in rotta i Talebani in Afghanistan (che avevano sottoposto a vessazioni la minoranza sciita e filo-iraniana nella regione di Herat), logorando e liquidando definendo il nazionalismo arabo, pretendendo l’allontanamento dei siriani dal Libano, rimettendo in discussione gli accordi di Taba (e appoggiando il fallimentare attacco israeliano al Libano nell’estate del 2006), assecondando i piani di guerra israeliani contro l’Iran stesso.

L’Iran sciita è diventato così – obiettivamente per ora – la principale linea di resistenza di tutto l’islam politico contro il progetto statunitense-israeliano del Grande Medio Oriente alleati con l’Arabia Saudita. Gli USA stanno utilizzando a tutto campo il network saudita-statunitense contro l’Iran cercando di fare leva sull’identità sunnita “minacciata” dall’onda lunga degli sciiti sia nelle petromonarchie del Golfo sia negli altri punti di tensione: Libano e Gaza sono tra queste.

Lo fanno in Libano – vedi gli scontri nel campo profughi di Nar el Bared o i continui scontri nel mega campo di Ein el Helwe, con il rischio concreto di scatenare a breve una nuova guerra civile – lo fanno in Palestina sostenendo Al Fatah contro Hamas (accusata di essere filo-iraniana), ma lo fanno soprattutto in Iraq con una spregiudicata giravolta di alleanze che ha visto le truppe USA prima sostenere gli sciiti e poi sostenere i sunniti.

Ma questa spregiudicatezza nelle alleanze da parte degli USA e di Israele, deve ora fare i conti anche con il terzo network (Al Qaida) che gioca una partita tutta sua e che soprattutto affianca alla lotta contro “ebrei e i crociati” (quindi i nemici esterni della Umma cioè di tutta comunità musulmana) una lotta feroce contro gli “apostati” (cioè i musulmani corrotti e infedeli ai principi coranici).

Al Qaida infatti persegue la lotta senza quartiere anche contro i regimi, i governi e le monarchie musulmane “stregate” dall’occidente o non sufficientemente osservanti dell’islam più retrivo. Questo passaggio complica di molto le operazioni statunitensi che hanno potuto sempre fare conto su oligarchie disposte a vendersi ed a cambiare alleanze repentinamente.
In Iraq, la rete di Al Qaida conduce la propria azione sia contro gli sciiti che contro i capi tribù e i leader sunniti che hanno accettato di collaborare con l’occupazione statunitense. In Libano all’aperta ostilità contro gli Hezbollah sciiti si accompagna la rottura con la famiglia Hariri fiduciaria dei sauditi e dell’occidente nel paese dei cedri. In Afghanistan e Pakistan alla lotta contro le truppe della NATO si affianca la lotta contro il regime pakistano e le minoranze sciite e cristiane.
Il network di Al Qaida è consapevolmente parte della guerra di civiltà in cui si muove con una consolidata capacità di utilizzo di tutte le forme moderne dei conflitti asimmetrici: attentati terroristici e uso dei mass media, richiesta di pulizia morale e condanna dei corrotti, proselitismo religioso e ipotesi “riformiste”. E’ chiaro che è questo network ad avere più appeal tra i giovani musulmani immigrati di seconda generazione o terza generazione che vivono nei paesi europei o negli stessi Stati Uniti o che potrebbero rimanere delusi dagli esiti incompiuti delle rivolte nel Maghreb e in MedioOriente.

Non solo strumenti della CIA ma neanche compagni di strada
Sul piano teorico almeno due di questo network islamici (quello iraniano e quello qaedista) sono in conflitto con i progetti degli USA in tutto l’Arco di Crisi, mentre il terzo – quello saudita – è organicamente collegato e subalterno con gli interessi di Washington. In realtà le cose si presentano in modo meno lineare perché la strumentalizzazione da parte degli Stati Uniti della frammentazione dell’islam politico è evidente, così come sono evidenti gli ormai numerosi incidenti di percorso degli spregiudicati doppi giochi o cambi di alleanza da parte degli USA in tutto il Medio Oriente. Ma liquidare tutto questo come azioni della CIA dice solo una piccola parte della verità e rischia di nascondere all’analisi tutto il resto e ciò sarebbe imperdonabile per i movimenti antimperialisti.
Il dettaglio da non trascurare assolutamente sulla entrata in scena dell’islam politico nelle relazioni internazionali, è che nessuno dei tre network islamici, in quanto tale, può essere considerato compagno di strada di una ipotesi di trasformazione sociale di segno progressista come quella che perseguiamo.

All’interno di essi agiscono anche forze di ispirazione religiosa che hanno dimostrato di essere realtà non sempre reazionarie come Hezbollah in Libano o l’esperienza di Hamas nel periodo della direzione di Rantisi (ucciso però dagli israeliani come tanti altri leader musulmani più avanzati), ma sono esperienze ampiamente circoscritte.

E’ innegabile ad esempio che la presenza e la competizione tra i tre network della Jihad abbia indebolito enormemente il carattere nazionalista della resistenza in Irak, che era invece prevalente nella prima fase della lotta contro l’occupazione statunitense ed alleata. Allo stesso modo il movimento di liberazione palestinese è ormai schiacciato tra l’opzione capitolazionista dell’ANP e quella sempre più confessionale di Hamas, riducendo al minimo la forza e il ruolo dell’opzione nazionalista e di sinistra che pure tra i palestinesi ha avuto in passato un forte seguito. C’è dunque ampia materia su cui cominciare a ragionare e a confrontarsi senza tesi auto-consolatorie.

Vittorio Arridono, generoso attivista che ha condiviso con i palestinesi di Gaza l’assedio, i bombardamenti, l’isolamento internazionale appare al momento l’ennesima vittima di questa aperta e feroce competizione tra i vari nerwork dell’islam politico e dell’uso strumentale che ne fanno gli Stati Uniti, Israele ed ora anche le potenze dell’Unione Europea. E’come se la ruota della storia abbia cominciato a girare all’indietro di almeno un secolo (5).

NOTE:
[1] La definizione di Arco di Crisi, da Rabat a Jakarta, è individuato, spiegato ed esemplificato nel libro di Zbignew Brzezinski“La Grande Scacchiera” pubblicato nel 1997
[2] Vedi l’operazione Iran-Contras e parallelamente le forniture di armi all’Iraq. Gli USA accetteranno senza battere ciglio il bombardamento e l’affondamento della fregata statunitense“Stark” nel Golfo Persico da parte degli iracheni ma accetteranno e diffonderanno la bufola mediatica dei curdi gasati da Saddam Hussein mentre è emerso che in realtà erano stati gli iraniani. Israele da parte sua appoggia l’Iran in quanto paese non arabo, così come farà con i maroniti in Libano, la Turchia, i curdi. Israele bombarda il centro nucleare iracheno di Osirak e venderà armi all’Iran, il quale nonostante i proclami antisionisti le accetterà. L’Arabia Saudita sosterrà economicamente e militarmente l’Iraq
[3] Il giornalista tedesco Jurgen Elsasser negli anni ha documentato molto bene le attività di Al Qaida in Bosnia e Kosovo. Vedi il suo capitolo nel recente libro “Zero” sull’11 settembre
[4] Indicativo e decisamente pedagogico per comprendere anche queste dinamiche è il film “Syriana”
[5] Con tutte le precauzioni del caso, è decisamente utile rileggersi “I Sette pilastri della saggezza”, il diario di Lawrence d’Arabia per capire il meccanismo di cooptazione delle elìte nel mondo arabo da parte delle potenze coloniali. Scritto poco meno di un secolo fa, il diario mantiene una straordinaria attualità.