Correntone DS: «Il partito unico non fa per noi»

Il seminario a Firenze all’insegna del rilancio della sinistra dell’Unione
Fabio Mussi Nella sua relazione il leader del correntone boccia la Fed e lancia un avvertimento allo stato maggiore Ds: «Quanto più correrete al centro tanto più la lepre Margherita scapperà»

«C’è voglia di sinistra», è lo slogan che circola nel soleggiato chiostro del convitto della Calza di Firenze. Che significa, per contro, che non c’è molta voglia di lista unica alle prossime politiche. Almeno per quanto riguarda il correntone diessino, che ieri ha riunito nel capoluogo toscano le proprie schiere. Perché, spiega Fabio Mussi nella sua relazione introduttiva, «il punto è che Margherita e Ds non sono un partito unico». Quindi, «quanto più i Ds correranno al centro, nell’illusione che, in uno spazio politico omogeneo, si possa trovare l’armonia, tantopiù la lepre Margherita scapperà». Come un circolo vizioso, ma con la Margherita sempre avvantaggiata. Ecco perché Mussi ribadisce la «contrarietà all’ipotesi di partito unico riformista, che non potrebbe vederci partecipi». I quadri della minoranza ds assiepano la platea in occasione del seminario promosso per rilanciare la mozione nata al congresso di Pesaro (nel 2000) e che alle recenti assise romane si è attestata al 15 per cento. Due giornate fiorentine per parlare di referendum sulla procreazione assistita, di pace e guerra, di welfare, di programma dell’Unione. Ad ascoltare, anche la maggioranza diessina per mezzo di Marina Sereni e diversi osservatori interessati che orbitano a babordo della Quercia.

La lista unitaria riformista stenta, le sirene federative a sinistra steccano, Rifondazione non brilla. Di fronte alla crisi del centrodestra e allo spostamento di consensi (due milioni di voti, calcola Mussi) verso l’Unione, il correntone cerca di riprendere il proprio corso, invece appannatosi durante e dopo l’ultima battaglia congressuale. La prova in positivo è nella partecipazione oltre le previsioni. Quella in negativo è nel difetto più generale di partecipazione e di capacità evocativa quando viene a mancare la spinta dei movimenti. Ovvero il rischio di chiusura dell’azione politica entro il recinto asfittico delle percentuali: sia quella di una sinistra radicale che è la più forte di Europa, sia quella di una sinistra riformista che sbaglierebbe a cedere alle tentazioni di «autosufficienza». Non a caso Mussi indica fin da subito l’esigenza di «promuovere» quotidianamente il protagonismo dei soggetti collettivi, affinché il tema della governo non sia quello della successione di un ceto politico all’altro, bensì la formazione di «nuove classi dirigenti».

Oggi il leader della minoranza Ds ne parlerà con il segretario del Prc Fausto Bertinotti e il presidente dell’Arci Paolo Beni, oltre che con Vannino Chiti per la maggioranza Ds e Dario Franceschini per la Margherita. Ieri, nel frattempo, Mussi ha stretto gli assi cartesiani entro cui mettere in campo l’azione della minoranza diessina. Proprio a cominciare dal punto fermo del no al partito unico riformista: «Non è giusto che i sali del socialismo e della sinistra si sciolgano nell’acqua tiepida di un indistinto riformismo», dice il vicepresidente della camera mettendo il dito anche nella piaga del risultato «zoppo» di Tony Blair.

Lo stesso premier inglese stenta: «La terza via si è esaurita», sentenzia Mussi. Non meno di quando si sia dissolta la chimera berlusconiana. Una stagione dopo la quale, non a caso, torna una domanda di sicurezza sociale, economica e esistenziale: che si traduce con il ritorno evocazioni fino a poco tempo fa ritenute obsolete, come il «welfare» e il «lavoro».

E se Blair dovrà affrettare il passaggio del testimone, è anche per la guerra in Iraq. La pace è stata l’onda su cui la sinistra e il correntone hanno riannodato le relazioni tra loro e dentro la base di centrosinistra. Che dunque si richiami – come ha fatto di recente Massimo D’Alema – il problema dell’uso della «forza» suona come un pericoloso campanello d’allarme: «Quello dell’esportazione della democrazia è stato un argomento di riserva» dopo le «bufale» sulle armi di distruzione di massa addotte per l’intervento. Ammettere l’intervento armato può dunque essere «troppo» (nella misura in cui è estraneo al diritto internazionale) o «troppo poco» (nella misura in cui è generico e arbitrario). Mente per Mussi non si può certo definire «relativismo» – termine che recentemente Piero Fassino ha derubricato a sorta di insulto per apostrofare la mancanza di nerbo rispetto ai fondamentalismi – richiamarsi ai «valori del socialismo».

In questo perimetro il correntone gioca la sua partita: postulando una «competizione» tra Ds e Margherita da cui possa ridefinirsi un’identità socialista europea a cui contribuire; contrastando dunque la Fed riformista e allungando «i ponti» con il resto delle sinistre. Sempre dentro l’Unione intesa come confine dell’alternativa. Anche se – ammette Mussi – «non è una passeggiata».