Coro di voci dalla precarietà

Per sua stessa dichiarazione Kathrin Röggla, autrice di un singolare romanzo- saggio, Noi non dormiamo. L’insonnia dei precari di successo – pubblicato da Isbn nella traduzione di Cristina Vezzaro (revisione di Laura Ghirini, pp. 188, euro 13) – discende dalla tradizione di avanguardia austriaca del dopoguerra, dalle riflessioni sul modernismo e sul postmodernismo in atto in Germania a metà del Novecento, e dalla musica techno. Austriaca trapiantata a Berlino, la trentacinquenne scrittrice è anche drammaturga radiofonica e teatrale, giornalista e performer, e tutte le sue opere – fra le quali, ancora inedito in Italia, really ground zero, un reportage da New York dopo l’11 settembre – sono caratterizzate da un taglio fortemente sperimentale, nell’intento di sottoporre la lingua e le esperienze della Berlino contemporanea a una critica giocosa, spesso parodistica. Per Noi non dormiamo, testo narrativo che è al tempo stesso documento e potenziale pièce teatrale, Röggla ha intervistato decine di lavoratori del terziario avanzato, condensando i risultati in un affresco corale affidato alle voci di sei personaggi (una key account manager, una stagista, una redattrice online, un itsupporter, un senior associate, un partner) impegnati in professioni i cui paradossali nomi inglesi non sfigurerebbero tra quelli che si trovano in internet nei «generatori di qualifiche assurde per la web economy». Evidentemente anche nella cultura aziendale tedesca prevale una equivalenza tra anglicizzazione e modernità, e infatti i dialoghi dei protagonisti sono punteggiati di parole come life-style o headhunter. In trentadue capitoli di scrittura tutta minuscola i punti di vista degli intervistati, presi singolarmente o giustapposti, si intrecciano sui vari aspetti problematici del lavoro moderno, con titoli icastici come «fallimenti », «raccontare favole», «finire di parlare», «inquietudine» o «evitare il dolore». A fare da cornice al romanzo è una fiera di settore, dove tutti i protagonisti sono presenti e interagiscono tra loro. È dunque dalla loro viva voce che il lettore apprende una gamma di esperienze e di situazioni che seguono passo passo l’iter della precarietà. C’è in primo luogo l’angoscia di non riuscire a entrare nel mondo del lavoro. E la stagista sottolinea come per «infilarsi» sia necessario avere «entrature» oppure «genitori che ti procurano stage retribuiti e posti di volontariato», visto che oggi come oggi bisogna avere soldi anche per pagarsi uno stage. «Cercare lavoro è un lavoro a tempo pieno», afferma la ragazza dichiarando di essere disposta a tutto pur di trovare un impiego. A proposito della cessione totale del tempo libero e della vita privata all’azienda, invece, il senior associate evoca giornate lavorative che durano 14-16 ore e descrive persone che usano l’aereo come se fosse un autobus e passano le settimane in anonimi residence senza intrattenere rapporti di amicizia. Dormire non sta bene, non è di buon gusto, si regala anche il sonno all’azienda, e a chi esce dal lavoro alle 18 si chiede scherzosamente se si è presa mezza giornata di permesso. Quanto alla key account non ha una vita privata al di fuori del contesto lavorativo perché è «faticoso cambiare aria, imbarcarsi in altri contatti sociali che si svolgono in tutt’altro mondo». Da qui alla socializzazione coatta per intrattenere contatti di lavoro il passo è breve, con le innumerevoli «serie di vinelli» che si cominciano a bere già dal pomeriggio, e che per alcuni si trasformano rapidamente in alcolismo. Le leggi di mercato trovano corpo nei consulenti che sfoltiscono personale e chiudono ditte in perdita o nei funzionari costretti a dividere tra persone a («i nostri top performer, quelli che vogliamo tenere in ogni caso»), b («se se ne vanno non crolla tutto»), e c («di questa gente non sappiamo cosa farcene»). Inutile dire che per questi ultimi scatta il mobbing, con la speranza in un licenziamento spontaneo, che altrimenti viene imposto dall’alto. E Noi non dormiamo non dimentica la vita alienante delle fiere, il cibo scadente, il caldo, il rumore, il pervasivo senso di inutilità frenetica di chi vi è coinvolto. Con grande efficacia Röggla descrive la continua ricerca di adrenalina generata dallo stress, la falsità endemica dei rapporti lavorativi e infine la rapida esclusione di chi non ce la fa e cede psicologicamente o fisicamente, quando addirittura non si toglie la vita. Insomma, il romanzo di Kathrin Röggla offre un affresco completo sui lavoratori del terziario all’inizio di questo millennio, chiaramente enfatizzati ed estremizzati nei «personaggi- tipo» creati dall’autrice, che riassumono in sé le caratteristiche di tutta una categoria. Narrato con piglio incalzante, in una lingua moderna, asettica e crudele, che sortisce l’effetto di un pugno nello stomaco, Noi non dormiamo rappresenta un ottimo strumento per resistere al disastro della situazione attuale del mondo del lavoro e per riflettere sull’argomento (anche se forse chi vive ritmi lavorativi del genere sulla propria pelle riuscirà difficilmente a ritagliarsi il tempo necessario per leggere un libro, o anche solo per pensare, come suggeriscono molte delle testimonianze qui incluse). Sarebbe interessante vedere adattato il testo da una compagnia teatrale italiana capace di metterlo in scena in tutta la sua polifonicità: magari davanti ai vertici di qualche azienda del terziario avanzato, perché tocchino con mano il risultato devastante delle loro strategie.