Corea del Nord e sacrario militare, Koizumi rilancia l’orgoglio nipponico

Ieri mattina un signore è passato a tutta velocità con il suo scooter davanti all’ingresso del quotidiano economico giapponese Nihon Keizaì, ed ha lanciato una bottiglia molotov contro il portone. I danni non sono gravi, quello che spaventa è il motivo per cui qualcuno decide di rischiare la galera rendendosi protagonista di un attentato in pieno giorno a Otemachi, il quartiere finanziario di Tokyo.
Giorni fa il Nihon Keizaì, aveva riferito delle notizie inedite su Hirohito, l’imperatore morto nel 1989 e protagonista della guerra contro gli Stati Uniti e della grande trasformazione del suo Paese nel dopoguerra. Secondo il quotidiano, nel 1988, Hirohito aveva espresso la sua forte contrarietà alla traslazione nel santuario di Yasukuni di 14 criminali di guerra (tra questi i comandanti del massacro di Nanchino, dove morirono centinania di migliaia di cinesi). Yasukuni è un tempio shintoista in cui vengono venerati i soldati morti, una specie di milite ignoto con un di più religioso. Dopo quella traslazione, Hirohito non andò più a rendere omaggio ai caduti. Stesso atteggiamento tenuto da suo figlio, l’imperatore in carica Akihito.

La notizia del parere su Yasukuni di una figura venerata come Hirohito ha destato grande scalpore in Giappone. Le visite allo stesso tempio da parte del premier Junichiro Koizumi sono oggetto di polemica e hanno causato dure crisi diplomatiche con la Cina e la Corea del Sud. L’anno scorso a Pechino e Seul ci sono state violente manifestazioni antigiapponesi, i governi hanno protestato e il malumore nei confronti di Tokyo è tornato a diffondersi in diverse società dell’Asia. Di fronte a tanti problemi, il premier Koizumi ha ribadito ancora una volta che lui al santuario continuerà ad andarci, «Ciascuno è libero di prendere le proprie decisioni».

Ecco spiegato l’attentato. La destra nazionalista non tollera la diffusione del pensiero di Hirohito proprio quando il Giappone sta muovendosi deciso verso un ruolo internazionale più assertivo. Prima la missione militare in Iraq, poi la fermezza di Koizumi nel respingere le accuse sul santuario nonostante le proteste ufficiali dei vicini e infine – parliamo proprio di questi giorni – la diplomazia di Tokyo scatenata sul lancio di missili Taepodong2 in mare da parte della Corea del Nord. Sembra che all’Onu fossero tutti stupiti della durezza dei toni utilizzati dai diplomatici giapponesi, normalmente allineati alle grandi potenze e privi di grandi slanci autonomi. Stavolta hanno preteso che ci fosse una condanna del regime di Pyongyang e sono arrivati ad ipotizzare attacchi preventivi alle piattaforme missilistiche nordcoreane. Per il pacifista Giappone una rivoluzione (negativa).

La probabile e triste verità è che sia Koizumi che i suoi possibili successori si muovano soprattutto per fini interni. Da un lato occorre restituire orgoglio nazionale a un Giappone passato per una crisi economica strutturale e di identità (ormai alle spalle, dicono gli esperti), dall’altro bisogna fare a gara per conquistare la candidatura alla premiership. Koizumi ha infatti anunciato che presto si farà da parte e nel suo partito (Liberal-democratico, la balena bianca giapponese) si è aperta la lotta per la poltrona.

Ma spiegare le novità della politica estera giapponese solo così non basta. Il vero problema di Tokyo è Pechino. I rapporti tra i due Paesi sono precipitati proprio a causa delle visite al santuario militare e la crisi coreana è un altro sintomo. La Cina è infatti il primo protettore di Pyongyang, si sforza di mediare tra le potenze nucleari e i coreani, aiuta Kim con tonnellate di derrate alimentari. I dati diffusi ieri dal World food program dell’Onu mostrano infatti come Pechino sia diventato uno dei massimi donatori di cibo (il terzo dopo Usa e Ue) e come la sopravvivenza dei coreani dipenda molto dalla generosità cinese. Costringere l’Onu a condannare Pyongyang significa anche mostrare i muscoli in Asia, ricordare come, anche se si è amici di Pechino, occorra fare i conti con Tokyo. Così si spiega anche la fermezza di Koizumi sul sacrario. Il premier in carica è molto apprezzato internazionalmente per il suo stile informale e per aver restituito slancio al Giappone. Speriamo di non doverlo ricordare anche per aver restituito vigore al nazionalismo giapponese.