Cooperazione e democrazia: due universi non sempre paralleli

Sono parole nobili, “cooperazione” e “democrazia”: nascondono alte idealità ed aspirazioni profonde, rivelano, con l’intensità dei sentimenti che muovono e delle emozioni che evocano, la profonda connotazione etica e politica delle strategie di intervento afferenti a quell’ambito o orientate a quel fine: appunto, l’ambito della cooperazione, la finalità della democrazia. Non bisogna, infatti, dimenticare che restano in piedi una presupposizione di natura etica ed una finalità di natura politica ad agire a monte di tutte le migliori e più avanzate strategie di intervento nell’ambito dell’aiuto umanitario o della cooperazione internazionale, sia quest’ultima generale o decentrata, tecnica o “di pace”.
Ed è tuttavia una pre-condizione di cui spesso ci si dimentica e che, in un numero di casi molto più alto di quello che si potrebbe immaginare, finisce per tradire le aspirazioni medesime di chi si avvicina a quest’universo, generando talvolta un senso di smarrimento, più spesso di frustrazione.
Il punto è che l’incomprimibile – e sacrosanto – principio di “autonomia relativa” della società civile, e delle sue espressioni più avanzate e conseguenti, ha teso (e talvolta tende ancora oggi) a tradursi in un esclusivismo o in una auto-referenzialità che, non solo non rendono giustizia della “dimensione di complessità” che è propria di ogni strategia produttiva ed efficace di sostegno allo sviluppo delle comunità locali, ma soprattutto si traducono in prassi escludenti e settorialismi apodittici, quando non in esplicite forme di separatezza etica e di “rifiuto del politico”.
Questo atteggiamento è, in realtà, frutto di una grave mistificazione: l’impressione di disinteresse generale del mondo della politica, parzialmente giustificata anche dai ritardi di taluni provvedimenti normativi atti a disciplinare la materia e istituire funzioni e professionalità insostituibili per il mondo della cooperazione (dai “corpi civili di pace” ai professionisti della comunicazione e dell’informatica applicata alla solidarietà internazionale) ha generato la convinzione dell’utilità del “fare da sé” da parte della società civile medesima.
Quest’ultima, ritenendosi unica soggettività fattivamente coinvolta ed impegnata nel settore, ha teso più e più volte a rivendicare un primato esclusivo: una sorta di “ius primae noctis”, da cui era esclusa qualsivoglia “contaminazione” o finalità politica dal novero dei propri interventi. Ricostruire strutture materiali in contesti agiti da disagio, sfruttamento e sofferenza o costruire legami di pace, solidarietà e dialogo tra comunità in conflitto, diventava così, sempre più, espressione di una filiazione disinteressata dell’esigenza morale della solidarietà, la quale tuttavia, scevra come era da soluzioni e “sbocchi” di carattere generale, veniva a rappresentare più il soddisfacimento del bisogno morale di “fare del bene” che la messa in pratica di strategie conseguenti ed articolate, finalizzate allo sviluppo, alla democrazia e al progresso.
Vogliamo ricordare l’esitazione di tanti e tanti esponenti prestigiosi del solidarismo mondiale dinanzi alle guerre umanitarie e alle campagne militari “a fin di bene”, a tutelare malintese protezioni dei diritti umani e delle comunità etniche? Oppure, l’indisponibilità a progetti di solidarietà di medio periodo, con la conseguenza che il “tutto e subito” si andasse traducendo in un “poco e male”, sovente lasciato a metà, per carenza di competenze e di fondi, e quindi, inevitabilmente destinato a risultare inutile, contro-producente, se non addirittura dannoso? O infine, citare il caso di tanti e tanti interventi di sostegno umanitario, in cui, attraverso il canale dei finanziamenti governativi in loco si è finito per “potenziare” una parte contro l’altra, delle due in conflitto, magari proprio quella che maggiormente si era macchiata di reati, violazioni e crimini?
E’ questo aspetto della cooperazione quello che maggiormente tradisce il vizio di fondo, il non avvertito bisogno di partecipazione, equanime e orizzontale, tanto ai processi decisionali quanto alle strategie operative che presiedono e sovrintendono, delle popolazioni locali, vissute come “destinatarie” e non come “protagoniste” del loro autonomo sviluppo; e nel quale si rivela ancora l’antica mitologia (moralistica e devastante) del “fardello dell’uomo bianco”, che finisce, come un Mida alla rovescia, per trasformare in abominia neo-colonialistica anche quanto fatto nominalmente per il bene, la solidarietà e la giustizia.
E’ questa modalità, volontaristica e volutamente anti-politica, a tradire una scoperta “cattiva coscienza” della cooperazione (occidentale, in particolare) e a venir meno al fine ultimo della democrazia, della pace e del progresso.
Ecco perché è ormai giunta a matura consapevolezza la convinzione che non solo la disponibilità di figure professionali sempre più adeguate e preparate, tanto nell’universo della cooperazione, quanto in quello, sovente parallelo, dell’aiuto umanitario, ma soprattutto il mantenimento di una convergenza tra etica e politica siano le strade migliori per evitare i guasti che (anche) la cooperazione ha saputo, purtroppo, produrre in un passato neanche tanto remoto, tenendo ferma la dirittura di marcia che, prima di tutte, dovrebbe animare quanti si muovono nel terreno minato (talvolta, com’è noto, non solo metaforicamente) della cooperazione internazionale: quella dell’assorbimento delle matrici della violenza dominante in tutte le sue forme (strutturale e culturale, come ammonisce Galtung) e, in definitiva, della trasformazione generale dello stato di cose presenti.