Controllo delle armi leggere, gli Usa bloccano la convenzione Onu

E’stato un fallimento. La conferenza newyorkese dell’Onu sulle armi leggere si è chiusa venerdì della scorsa settimana senza approdare a nulla. Nei quattordici giorni di colloqui e mediazioni terminati la settimana scorsa, i delegati dei 192 governi riuniti a New York hanno bocciato ogni proposta, compresa l’ultima: una dichiarazione unitaria che li impegnasse a intensificare i controlli sui traffici illeciti.
«La conferenza – ci dice l’ambasciatore Trezza, rappresentante permanente presso la conferenza del disarmo – intendeva consolidare la lotta al traffico illecito di small arms e sviluppare temi nuovi, come il regolamento delle munizioni, dei trasferimenti delle armi e il possesso da parte dei civili».

Ma le discussioni sono andate oltre i limiti, lasciando poco tempo utile per formalizzare un documento condiviso: i delegati avrebbero iniziato a lavorarci dopo 11 giorni. A cinque anni dal Programma di azione lanciato dalla prima conferenza sulle armi leggere del 2001, l’Onu si ritrova bloccato – come spesso accade – dai veti incrociati. Per l’ambasciatore dello Sri Lanka, Prasad Kariyawasam, l’unica consolazione è aver fatto un po’ di luce su una questione troppo spesso dimenticata. Magra consolazione.

Si stima che nel mondo ci siano più di 600 milioni di armi leggere – quelle che esplodono ogni genere di proiettile e sono trasportabili da un uomo, come le definisce l’Onu. Più di 1000 persone ogni giorno perdono la vita per il loro impiego: 560 per omicidi legati al mondo della criminalità, 240 nei conflitti, 140 per suicidi, il resto per incidente. Nei conflitti “ufficiali” uccidono più dei bombardamenti e delle mine: una cifra di vittime stimata tra il 60 e il 90% dei decessi. Guerra a parte, le armi leggere fanno strage anche nella quotidianità della vita “civile”: il 6% dei suicidi e il 40% degli omicidi sono conseguenza diretta del loro impiego.

A New York erano presenti anche diverse Ong. Tra le iniziative più significative, la Control arms campaign – organizzata da Amnesty International, Oxfam International e International Action Network on Small Arms – e sostenuta dall’inventore dell’Ak47, Mikhail Kalashnikov: una petizione che chiedeva controlli più rigidi sul traffico di armi, con più di un milione di firme da 160 paesi, in rappresentanza del numero di vittime delle small arms dal 2001.

Secondo uno studio recente, almeno il 25% dei 4 miliardi di dollari investiti ogni anno nel commercio mondiale di armi leggere finisce nel giro illecito, quello sporco. 800mila small arms vengono sequestrate e distrutte ogni anno. Ma il numero di armi prodotte è dieci volte superiore: 8 milioni, costruite da più di 1200 aziende in 92 paesi, insieme a circa 14 miliardi di munizioni.

La conferenza è inciampata sulla volontà di alcuni stati di non dichiarare apertamente l’entità del commercio in armi leggere da e per i propri confini. Anche eventuali proposte di limitare il “diritto” a possedere un’arma sono rimaste fuori dalle discussioni, come fossero tabù, insieme ai tentativi di controllare il commercio con attori non governativi. Tra i temi più controversi anche la definizione della linea di confine tra traffico lecito ed illecito.

Nel rapporto con cui è stata aperta la conferenza, Keith Krause, direttore del programma di ricerca 2006 dello Small arms survey, ha reso noto come il 77% delle armi sia nelle mani di 20 stati. La Cina, la Russia e, sorprendentemente, la Corea del Nord avrebbero gli arsenali di armi da fuoco più numerosi al mondo: 41, 30 e 14 milioni, rispettivamente. Gli Stati Uniti sono al dodicesimo posto di questa classifica esplosiva, con “solo” tre milioni di armi da fuoco. Diversi i piazzamenti nella graduatoria dei produttori d’armi leggere: primi gli Usa, seguiti da Italia, Russia e Germania.

Stranamente non citati tra coloro che avrebbero, più o meno esplicitamente, boicottato la conferenza, gli Stati Uniti d’America. I delegati di Washington non hanno avuto bisogno di alzare la voce a New York. » bastata la lunga lista di condizioni che il governo Usa non avrebbe accettato, redatta dal sottosegretario per il controllo delle armi Robert Joseph, per far capire ai buoni intenditori che da Washington ci sarebbe stato comunque poco da aspettarsi. Gli Stati Uniti hanno poi rifiutato di votare la riconvocazione dell’assemblea nel 2011, fra cinque anni.

L’amministrazione Bush è sostenuta dalla National Rifle Association (Nra), la potente lobby dei “fucilieri” d’america. Nonostante la conferenza di New York si fosse posta solamente l’obiettivo di limitare il commercio illegali di armi leggere – «Lasciatemi ricordare che non è in discussione il bando delle armi leggere, né il diritto di possedere armi», aveva detto il segretario generale Annan nel discorso d’apertura -, la Nra ha comunque lanciato il suo fuorviante grido d’allarme: «vogliono toglierci il diritto ad avere un’arma». Poco prima dell’inizio del vertice, Wayne LaPierre, vice-presidente esecutivo della Nra aveva scritto una mail agli associati: «Se il trattato sarà ratificato negli Stati Uniti, ti impedirà di possedere la tua arma, lederà il tuo diritto alla legittima difesa e distruggerà per sempre il nostro secondo emendamento». Cioè quello che, in nome della «sicurezza di uno Stato libero», riconosce «il diritto del popolo di tenere e portare armi».

Non tutto sarebbe però perduto. Alcune delegazioni hanno reso nota l’intenzione di riproporre un’apposita risoluzione all’assemblea generale di settembre e al comitato Onu per il disarmo, dove l’unanimità non è richiesta.