Contro Togliatti solo la vecchia logica dei sospetti

Per tre giorni di fila, tra il 17 luglio e ieri, il “Corriere della sera” si è occupato di una presunta novità storiografica in grado – secondo chi ne ha dato il primo annuncio – di incidere profondamente sulla ricostruzione di una delle più dolorose vicende della storia del movimento comunista, la lunga prigionia di Antonio Gramsci, conclusasi con la morte del grande dirigente politico dopo tre anni di agonia trascorsi tra una clinica e l’altra. La «novità» – di cui “Liberazione” ha dato notizia l’altroieri – è rappresentata da una lettera di incerta datazione inviata a Stalin dalla moglie di Gramsci e da una delle sue cognate, Evgenia Schucht, verosimilmente unica autrice della missiva. Il “Corriere” ha presentato il documento (richiamandolo in prima pagina) come fonte di «nuovi indizi» del «tradimento» che Togliatti avrebbe commesso a danno di Gramsci al fine di prolungarne la prigionia e di monopolizzarne a scopi censori il lascito teorico. Come si vede, non si tratta di bazzecole. La lettera è indubbiamente molto dura. Imputa a Togliatti di tenere «nel cassetto di una scrivania» il tesoro dei Quaderni, e l’accusa – se fondata – basterebbe ai nostri occhi a screditare irreversibilmente l’immagine del «Migliore». Inoltre Evgenia ricorda i gravi sospetti che Gramsci nutriva nei confronti di possibili traditori («i fascisti e i loro lacché, i trockisti di tutte le specie»). Temendo complotti ai suoi danni, scrive Evgenia, Gramsci voleva che «nessuno degli italiani» venisse informato dei tentativi di sottrarlo alle carceri fasciste. E qui cade l’ultima, terribile insinuazione: «questo non siamo riusciti a farlo e forse per questo Gramsci è morto». Impressionante, certo. Ma qual è il punto, anzi quali sono i punti di tutta la faccenda? Intanto, di «indizi» del tradimento attribuito a Togliatti – il preteso scoop del Corriere – non c’è nemmeno l’ombra, visto che Evgenia non fa nomi a questo riguardo e che l’unica accusa che ritiene di poter muovere al capo dei comunisti italiani concerne la gestione dei manoscritti gramsciani. Non solo. Anche qualora la cognata di Gramsci sospettasse Togliatti di avere complottato alle spalle del prigioniero (e che in effetti lo pensasse è tutt’altro che inverosimile), basterebbe forse questa circostanza per sostenere seriamente la tesi del complotto? A ciò si aggiunge – secondo motivo di sconcerto – il fatto che il documento pubblicato dal “Corriere” è stato presentato da Silvio Pons, direttore dell’Istituto Gramsci. Dunque non l’ultimo venuto, né uno studioso sospettabile – in principio – di preconcetti anticomunisti. Per di più Pons è uno storico, dovrebbe saper maneggiare i documenti, contestualizzarli, decifrarli con prudenza. Dovrebbe conoscere, soprattutto, la distanza che corre tra un sospetto e un fatto, tra una impressione e un accadimento. Per quanto riguarda in particolare la lettera in questione, egli sa che cosa significasse muoversi al tempo del «Grande Terrore staliniano». E infatti sottolinea come i testi che vedevano la luce in quel clima fossero «intrisi di una mentalità e di una prassi di natura poliziesca». Invece niente. Un sospetto (nemmeno enunciato) diventa immediatamente prova della propria fondatezza. Togliatti è l’anima nera di una orribile macchinazione. Poco ci manca che lo si accusi direttamente di avere fatto fuori lui Gramsci, contro la volontà di Mussolini. Un’anima nera. Secondo il direttore del Gramsci, ha talmente ragione Evgenia, che è proprio la sua lettera a costringere Togliatti a metter mano alle prime edizioni delle Lettere e dei Quaderni. «Non a caso, ci risulta che Togliatti prese a lavorare alacremente proprio nei mesi seguenti sugli scritti di Gramsci», osserva Pons. Al quale evidentemente nulla importa della obbiettiva difficoltà e del rischio di pubblicare in quegli anni pagine per tanti versi incompatibili con la linea del Comintern e con la stessa filosofia politica ad essa sottesa. E ancora: l’accusa di Evgenia gli pare fondata anche perché sembra aver giocato «nella disgrazia conosciuta da Togliatti dopo la Spagna un ruolo molto più centrale di quanto non ci fosse noto»: come se fosse di per sé un argomento il peso esercitato da una insinuazione ai fini dell’apertura di una inchiesta segreta in un periodo nel quale le inchieste e le macchinazioni a danno di tutti i dirigenti comunisti erano all’ordine del giorno. Ma lasciamo Pons e i suoi «nuovi indizi», per un momento. La discussione, come si diceva, è andata avanti. Che cos’è successo? Limitiamoci, per brevità, al “Corriere”. Venerdì 18 è stata la volta di Giuseppe Vacca, attuale presidente dell’Istituto Gramsci, e di altri storici, tra i quali Aldo Agosti, grande conoscitore della storia della Terza Internazionale. Agosti non ha dubbi: quelli delle sorelle Schucht gli paiono «sfoghi colmi di livore» e «privi di elementi precisi». Per parte sua, Vacca non esita a respingere al mittente le accuse contro Togliatti. Il quale non solo riuscì a garantire la «sopravvivenza storica di Gramsci» con la pubblicazione dei suoi scritti, ma fu altresì promotore delle prime trattative per uno scambio di prigionieri tra Italia e Urss, di cui avrebbe dovuto beneficiare proprio l’autore dei Quaderni. E allora la lettera di Evgenia? Per carità, importante: autorizza a pensare che i suoi sospetti nocquero a Togliatti (che dunque si rivela, semmai, vittima di un complotto) e potrà forse aiutare a trovare altri documenti (si spera – ma questo Vacca non lo dice – un po’ meno inconcludenti di questo). Ieri, sabato, è stata poi la volta di Emanuele Macaluso e di Luciano Canfora. Il primo ribadisce il sospetto che si sia trattato di una congiura contro Togliatti, nella quale l’opera e la morte di Gramsci furono un pretesto per costruire ad arte false accuse. Canfora va giù pesante: «questo nuovo documento era vecchio» e per di più «il Direttore dell’Istituto Gramsci non c[e ne] ha potuto dare ancora, forse per la fretta, un’edizione completa», datata con qualche precisione. Insomma, una figuraccia. Ne valeva la pena? Soprattutto – ha ragione chi ha posto la questione – perché tanto clamore per nulla? E perché proprio il direttore del Gramsci – già fiore all’occhiello del vecchio Pci e custode della sua memoria storica – ha voluto farsene banditore? Non sono, sia chiaro, le motivazioni personali a interessarci. Ciascuno fa quel che ritiene giusto e se ne assume la responsabilità. Il discorso è politico, come si diceva un tempo. Allora i casi sono due. O siamo alla resa dei conti. Per cui, liquidate le grandi icone del comunismo mondiale (consegnato Stalin alla storia del crimine, ormai chi parla più di Lenin? e anche il nome di Mao suscita imbarazzo), è giunto il turno dei comunisti italiani, a cominciare – ovviamente – dal «Migliore». Oppure siamo a un giro di boa, alla paradossale vendetta della storia. Sì, perché in tutto questo discutere di complotti, congiure e tradimenti, una cosa non deve passare inosservata. Stalin, proprio lui, ci fa davvero un figurone. E’ lui – almeno stando alle fonti di Pons – il garante della sorte degli scritti di Gramsci e il giudice imparziale di ogni tradimento. Un bel risultato, non c’è che dire, per chi parrebbe voler chiudere a tutti i costi i conti con la storia «grande e terribile» del Novecento. Per chi non esita, pur di lasciarsela alle spalle, a trasformare in dati di fatto sospetti e calunnie.