Contro la «banda» Tronchetti

Un corteo di lavoratori in sciopero che reclama il buon diritto d’avere un «padrone vero». Paradossale? No, se i lavoratori sono quelli della Telecom, passata negli ultimi dieci anni nelle mani di capitani coraggiosi, avventurieri, speculatori, capitalisti senza capitale. Erano in 10 mila ieri a Milano, alla manifestazione nazionale dei sindacati confederali contro lo scorporo di Telecom. E sembravano quasi tutti accaniti lettori di Valentino Parlato che, da anni, scrive che il guaio dell’Italia è l’assenza di capitalisti degni di questo nome. «Vogliamo capitalisti veri, due scalate fatte da gente senza soldi hanno regalato ai lavoratori solo debiti», dice un dipendente Telecom venuto dalla Campania. «Spolpano e vendono. In Italia si è perso lo stampino dei padroni veri», conferma uno di Brescia. «Leopoldo riprenditi la Pirelli», invoca la striscione della Pirelli gomme di Bollate. Il vecchio non sarà stato uno stinco di santo, commenta Franco Facci (neo pensionato della Bicocca), «ma in confronto a questo qui era un rivoluzionario». Questo qui è Marco Tronchetti Provera, ovvio bersaglio della manifestazione. Si è dimesso dalla presidenza del gruppo Telecom, ma le sue responsabilità nel disastro aziendale e nella fetida storia della «Spioni spa» restano intatte. Soprattutto, resta in pista il «piano spezzatino» targato Tronchetti Provera. Il neo presidente Guido Rossi è intenzionato a cucinarlo. Ieri il professore si è salvato dagli slogan, non dalle critiche severe e deluse dei lavoratori: «un commissario», «un curatore fallimentare», «una faccia pulita, ma la musica resta la stessa». Anche i comizi dal palco, piazzato sotto la Telecom in piazza Einaudi, non sono stati teneri con Guido Rossi. Persona stimabile, concede Emilio Miceli, segretario nazionale della Cgil-Slc, «ma non ci ha convinti». L’arrivo di Rossi «non ci tranquilizza», dice il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, «come si fa, professore, a definire sostenibile un debito di 41 miliardi?». Il segretario della Uil Luigi Angeletti liquida come «un modo per prendere tempo» la promessa «Tim non si vende» fatta da Rossi in Senato. Il sindacato dichiara un’adesione allo sciopero dell’80%, annuncia scioperi degli straordinari, chiede un incontro a Prodi. L’unico scorporo che piace al sindacato è quello dell’«ultimo miglio». Tutto il resto deve restare dentro il perimetro Telecom. Non solo per difendere i posti di lavoro, afferma Angeletti, ma per salvare l’unica azienda italiana di telecomunicazioni. Che italiana deve restare, «checchè ne dicano le vestali del mercato». La manifestazione ha toccato toni diversi. Dall’ironia dei marchigiani che cantano Maledetta primavera , in versione anti-Provera, alle lacrime della signora Tina, fresca prepensionata venuta in corteo per un «gesto d’amore» per un’azienda che è «tutto quello che io sono». «Soffro a vederla ridotta così, un gigante colpito da frecce e lance. Non si può tagliargli un braccio e pensare che il resto dell’organismo continui a funzionare». Due tecnici si sono «travestiti» da telefoni, «perché ci teniamo al lavoro che facciamo». Comunicano tra loro con walkie talkie, «così non ci intercettano». Rodolfo indossa una T-shirt con la scritta «Adeguato» sul davanti e «Migliorabile» sul dietro. Sono i termini con cui Telecom valuta annualmente i dipendenti. Dal 1991 Rodolfo non si è mosso dalla casella «adeguato», la stretta sufficienza. Le cronache recenti dimostrano che «più stanno al vertice, più sono inadeguati. E il top è Tronchetti». Purtroppo, «di questa inadeguatezza pagheremo il conto noi lavoratori». Simone, tecnico a Brescia, sciopera per dimostrare che in Telecom «ci siamo anche noi, noi che all’azienda ci teniamo non per egoismo, ma perchè è un bene di tutti, anche se l’hanno privatizzato in un modo così sciagurato». Bastano questi scampoli di conversazioni per dire che non è retorica la frase con cui il segretario della Cgil Slc Miceli chiude il suo intervento: «L’unica parte sana di Telecom sono i lavoratori. Loro devono individuare le medicine». C’erano in corteo delegazioni di lavoratori delle aziende dell’indotto Telecom, come Italtel e Sirti. E c’erano i lavoratori della Pirelli gomme. «Noi la cura della banda Tronchetti l’abbiamo provata prima di voi e in un silenzio assordante»», dice dal palco un delegato della Pirelli di Bollate. Tronchetti ha svenduto i cavi, dove la Pirelli era leader, e ora cerca di «dar via» i pneumatici. Tutto per tappare i debiti contratti per comprare Telecom. E l’esatto contrario di quel che pensano i lavoratori della Telecom, convinti che Tronchetti abbia scalato Telecom per tappare i buchi della Pirelli. Ieri questa differenza di vedute – una ruggine tra cugini – è sembrata superata.