Contro la 194: nel nome del padre e del mercato

Il controllo della propria capacità procreativa è una condizione assolutamente necessaria per garantire alle donne uno dei diritti umani fondamentali, vale a dire la piena sovranità sul proprio corpo. Quando si costringe una donna ad avere una figlia/o contro la propria volontà si lede un diritto umano fondamentale della persona umana, considerando la donna/persona come strumento e non come fine. L’attuale attacco alla 194 tende a ristabilire uno dei pilastri fondanti dell’ordine patriarcale: il controllo della sessualità e della capacità procreativa delle donne. Tale controllo è stato da sempre praticato con violenza (e con aberrazioni che io definisco sadiche, come le mutilazioni genitali femminili) e accanimento da tutte le società patriarcali che purtroppo sono pressoché la totalità delle società da noi conosciute. Lo stato di diritto moderno ha consentito un lento ammorbidimento dell’ordine patriarcale ed in alcune società (poche purtroppo) si è arrivati ad uno scardinamento almeno sul piano formale della millenaria asimmetria tra diritti e libertà delle donne e degli uomini. I processi che hanno consentito tale cambiamento sono stati innumerevoli e complessi, e forse non sono stati ancora compresi appieno. Un nesso tuttavia è chiaro, quello che vi è stato tra processi di accumulazione capitalistica, politiche dello stato sociale e diritti delle donne. Non è un caso che i diritti delle donne siano stati acquisiti di pari passo pressoché con i diritti dei lavoratori e con alcune conquiste dello stato sociale, quale l’assistenza sanitaria, l’istruzione universale pubblica, il sistema previdenziale. Semplificando al massimo si può dire che quando l’accumulazione del capitale ha avuto meno bisogno dello sfruttamento nudo e crudo della forza lavoro e maggiore bisogno di sviluppo di mercati di massa, stabilità sociale, qualificazione della forza lavoro e così via, anche i settori più reazionari della società si “sono lasciati convincere dalla forza dei soldi” a permettere una maggiore libertà delle donne. Nella maggior parte dei casi, e l’Italia è un fulgido esempio, sono rimaste tuttavia le ombre scure della misoginia e del sessismo che non hanno permesso di fatto alle donne di usufruire appieno dei nuovi diritti acquisiti (si veda il triste primato in quanto a tasso di inoccupate e scarsa presenza nelle posizioni dirigenziali che l’Italia ha nella Unione Europea).

L’attuale fase di accumulazione capitalistica può giocare in direzione assolutamente opposta, per quel che riguarda la posizione delle donne nella società. Da un lato giocano contro le donne le stesse dinamiche che giocano contro i diritti dei lavoratori, da un lato contro le donne giocano altri due fattori che potremmo chiamare “genere-specifici”. Il primo è l’arretramento dello stato sociale che riporta nella sfera privata ( e quindi sulle spalle delle donne) il lavoro e la responsabilità di cura che in un recente passato erano stati parzialmente socializzati. Il secondo è la nuova richiesta di stabilità sociale, messa in pericolo dai conflitti sociali generati dall’aumento dell’iniquità nella distribuzione del reddito e dalla diminuzione della protezione sociale, da parte della stessa classe capitalistica. I mercati per funzionare hanno bisogno di una “società ben ordinata”, e questa può essere ottenuta o attraverso istituzioni formali democratiche avanzate e cittadine/i responsabili, o da istituzioni semi/formali (nel senso che il confine tra le istituzioni formali quali la famiglia e la chiesa e l’insieme di credenze e norme consuetudinarie che ne sono alla base è difficile da definire) quali il patriarcato e la religione di carattere premoderno e assolutistico.

Il tentativo di restaurazione della famiglia patriarcale quale cellula primaria dell’ordine sociale va letto appunto in questi termini: come richiesta del capitale di istituzioni “adatte” alle sue attuali esigenze di accumulazione. Brancaccio in un suo recente articolo (Liberazione, 10 febbraio, “L’Italia nella morsa di profitto e famiglia”) ha in parte affrontato tale questione. Dico in parte perché lo ha fatto in modo debole e indiretto, come sempre fanno gli “uomini di sinistra” quando toccano i nervi scoperti della questione femminile e del patriarcato. Brancaccio non ha sottolineato con forza le colpe del pensiero economico nel non avere tenuto conto del patriarcato e della famiglia quali istituzioni portanti del capitalismo. Così come non ha sottolineato l’aberrazione di un processo di accumulazione che si è di fatto appoggiato sullo sfruttamento del lavoro di riproduzione non pagato storicamente a carico delle donne. Soprattutto Brancaccio sembra avere ignorato il lavoro che le economiste femministe da tempo hanno svolto per dar conto del fatto che le donne siano da sempre state sottorappresentate ed in posizione debole all’interno del “discorso economico”. La spiegazione principale che le economiste femministe hanno dato è che l’economia convenzionale stabilisce che le donne contribuiscono in misura minore degli uomini alla crescita economica. L’esclusione delle donne dall’economia e dalla scienza economica dipende dal fatto che il principale lavoro storicamente svolto da esse, il lavoro domestico non pagato (che nei paesi sviluppati è pari a circa un terzo del PIL) non è contabilizzato nelle statistiche del prodotto interno. Così come il lavoro domestico è stato escluso dalle statistiche della produzione, le famiglia è stata esclusa dalle istituzioni economiche generalmente considerate dalla teoria economica, vale a dire lo stato, l’impresa, il mercato.

Il fatto che fattori “materiali” di natura economica si sovrappongano e operino di comune accordo con fattori “immateriali” quali i fondamentalismi religiosi, la misoginia e l’ordine simbolico patriarcale, è attualmente di estremo pericolo per le donne. Bisogna indagare a fondo sulle cause che stanno portando ad un attacco così violento di una libertà, come quella all’aborto, acquisita con estrema fatica dai movimenti femministi. Bisogna combattere su più fronti, su quello delle dinamiche materiali e “immateriali”. Soprattutto donne e uomini devono lavorare insieme per scardinare “coazioni a ripetere” a livello materiale e simbolico che frenano un reale possibile cambiamento sociale ed economico. Gli uomini devono lavorare al pari delle donne per sconfiggere quegli stereotipi di genere che sono necessari alla riproduzione dell’ordine economico capitalistico e che bloccano le donne nel gradino inferiore della società (sicuramente per quel che riguarda la posizione economica e di rappresentanza politica).

La subordinazione del genere femminile e le varie dinamiche dello sfruttamento capitalistico, così come la distruzione dell’ambiente, sono tutte facce della stessa medaglia che vanno lette e combattute insieme per ottenere un possibile cambiamento. Una società che si dà ordine esclusivamente nel nome del padre e del mercato non potrà mai essere giusta. I vari uomini di sinistra cha combattono l’ideologia neoliberista dovrebbero interrogarsi maggiormente sulla propria aderenza all’ordine simbolico patriarcale ed iniziare a scardinarlo con azioni concrete, per esempio rifiutandosi di “dare” il proprio nome a i propri figli e pretendere che questi prendano quello della madre, partire appunto dal “nome del padre”.