Contro il sionismo, due popoli e due Stati in terra di Palestina

“La tragedia del popolo palestinese consiste nel fatto che il loro Paese è stato «dato» da una potenza straniera a un altro popolo per crearvi un nuovo stato”.
(Bertrand Russell)

Mentre partono i preparativi per la guerra contro la Siria, in Italia si beatifica il sionismo
Spesso, si sa, la realtà supera la fantasia. In pochi, forse, avrebbero però immaginato di poter rimpiangere i “vecchi” democristiani, quelli della Guerra Fredda, della NATO, della legge truffa, del malgoverno; ma anche quelli che, pur all’interno delle alleanze euro-atlantiche, hanno cercato di costruire un profilo autonomo per la politica estera ed energetica italiana, coltivando le relazioni nel bacino del Mediterraneo, con particolare riferimento ai paesi arabi.
Politica che nel corso di questa nostra “Seconda Repubblica” ha subito una costante involuzione, in parte dovuta alla radicale modifica dei rapporti di forza sul piano delle relazioni internazionali dopo il 1991 (piani di egemonia USA e guerra preventiva di Bush), ma in parte frutto di precise scelte di fondo. Tanto che oggi possiamo forse considerare “normalizzata” la politica estera italiana, quasi completamente rientrata nell’alveo delle nuove relazioni ed alleanze euro-atlantiche. Zero autonomia, o quasi, sugli aspetti di fondo. Se questo processo ha avuto un protagonista che risponde al nome di Berlusconi (sia nella breve esperienza del 1994-1996, sia nell’attuale legislatura, a partire dalla partecipazione alle guerre in Afghanistan ed Iraq), difficile non notare l’assenza di qualsivoglia opposizione da parte del centro-sinistra (anche senza voler ricordare l’aggressione NATO contro la Jugoslavia nel 1999, il sostegno acritico all’espansione della NATO ed alla destabilizzazione di interi paesi – ultimo in ordine di tempo l’Ucraina – e la condivisione della guerra in Afghanistan, è sufficiente notare la sempre maggiore prudenza che caratterizza la discussione sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq). Nel prossimo futuro la politica estera potrebbe non essere, come annunciato da Casini, “oggetto di campagna elettorale”, nel senso che le scelte di fondo sono di fatto condivise da entrambi gli schieramenti, come emerso anche dall’intervista rilasciata da Romano Prodi sul “Corriere della Sera” il 6 ottobre 2005, e funzionali ai progetti dei settori più aggressivi dell’imperialismo occidentale, decisi ad estendere la propria influenza in alcune aree chiave del pianeta.
E’ in questo contesto che occorre inquadrare l’attuale crisi tra Italia ed Iran, seguita alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Ahmadinejad nel corso di una iniziativa anti-sionista organizzata a Teheran. Nulla di nuovo, in realtà (sono diversi i paesi arabi od islamici, incluso l’Iran dal 1979, che continuano a ragionare nella prospettiva della fine di Israele), ma questa volta l’impatto mediatico e politico che è stato attribuito alle parole del presidente iraniano è stato enorme, del tutto sproporzionato rispetto all’effettiva portata dell’evento. Elemento, questo, che dimostra la strumentalità della reazione in Italia. Con il solito Ferrara alla testa dei difensori del sionismo, per la verità in buona compagnia: con Rutelli che propone una mozione “congiunta” con Fini contro l’Iran; con Prodi che dice a Bush di essere più affidabile della destra al governo nell’accondiscendere alle volontà ed ai progetti di Washington; con la Bonino ed i socialisti che rincarano la dose sull’Iraq e con i DS che si scoprono sionisti, tanto da non sostenere nemmeno più la prospettiva dei “due popoli, due stati” ma solo le esigenze di “sicurezza” unilaterali di Israele, unica potenza nucleare ed aggressiva presente in Medio Oriente.
Il segno dei tempi, con Fini che diventa di fatto il maggiore punto di riferimento della comunità ebraica italiana e con la parte più consistente delle forze politiche dimentiche delle dinamiche che hanno portato alla creazione dello stato sionista di Israele, ancora oggi definito dalla Conferenza di Durban stato razzista e militarista. Un paese dove i cittadini arabi sono di fatto oggetto di discriminazione su base etnica, religiosa e razziale (apartheid) e da sempre in guerra per estendere i propri domini a danno del popolo palestinese.
Per chi dissente dal merito della manifestazione del “Foglio”, oltre all’ostracismo, è già confezionata l’accusa di antisemitismo, come se ebraismo e sionismo fossero la stessa cosa, e la religione ebraica corrispondesse alle politiche m esse in atto dallo stato di Israele, governato da sionisti fanatici ed integralisti. Per fortuna non è così, ma così si vorrebbe far credere. L’anomalia in Medio Oriente non è costituita dalla presenza di un popolo di religione ebraica, che ha il diritto ad avere un proprio stato, ma dalla presenza dello stato sionista di Israele, che ha di fatto impedito con la forza l’altrettanto legittimo diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.
Chi ha aderito alla manifestazione di oggi,, 3 novembre, ha di fatto legittimato uno dei più grandi soprusi compiuti a danno di popoli liberi nel corso della storia, il sopruso dei sionisti a danno dei popoli arabi.

Come si è costituito lo stato di Israele (per chi avesse perso la memoria…)
Si era nell’anno 1897, nel pieno delle dinamiche coloniali, con le grandi potenze impegnate a spartirsi il mondo interno, quando a Basilea si teneva il primo Congresso del movimento politico sionista, costituito da ebrei fanatici e conservatori, decisi a riprendere possesso ad ogni costo e con ogni mezzo di quella che consideravano la “patria storica” della “nazione ebraica mondiale”, quella Palestina abitata da popolazioni arabe e che dal XVI secolo era parte dell’Impero Ottomano.
Per raggiungere il loro obiettivo i sionisti si sono appoggiati alternativamente alle diverse potenze coloniali: in un primo tempo alla Germania e successivamente alla Gran Bretagna, uscita vittoriosa dal primo conflitto mondiale e potenza coloniale egemone. Il 2 novembre 1917 Londra, sperando di consolidare in questo modo le proprie ambizioni egemoniche sulla regione mediorientale, ha legittimato le rivendicazioni sioniste (dichiarazione del ministro degli esteri Balfour) e nel 1922 otteneuto il mandato a governare sulla Palestina, alimentando ad arte negli anni successivi le divisioni tra le popolazioni ebraica ed araba.
Dopo aver tentato clandestinamente di trattare con la Germania nazista, i sionisti si sono infine appoggiati alla potenza uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti d’America di Truman. Con la Gran Bretagna in evidente difficoltà nel contenere le aspirazioni del nascente movimento di liberazione nazionale arabo e l’esplodere della lotta di classe che ha visto come protagonisti tanto gli arabi quanto gli ebrei, toccava agli Stati Uniti fare la parte del leone. E’ stata l’organizzazione sionista Histadrut (Confederazione generale dei lavoratori ebrei nella terra d’Israele), ad esempio, a far cessare lo sciopero unitario dei lavoratori postelegrafonici del 1946, mentre crescevano e si consolidavano le azioni terroristiche dei diversi gruppi sionisti, dalla “Banda Stern” a “Irgun Tzevzi Leumi”, all’esercito clandestino “Hagana”, rivolte non solamente contro la popolazione araba ma anche contro gli inglesi. Tanto che la Gran Bretagna è stata costretta a rivolgersi all’ONU nell’aprile del 1947, dimostrando al mondo il proprio fallimento. Dopo aver discusso il nodo della Palestina, con l’URSS impegnata a sostenere la prospettiva di un unico stato multietnico oppure, in via alternativa, la teoria dei “due popoli due stati” con Gerusalemme città internazionale, nel maggio 1948 l’Assemblea dell’ONU ha deciso di revocare il mandato britannico e di operare nella prospettiva della nascita di uno stato ebraico ed uno palestinese.
Subito dopo la decisione dell’ONU le organizzazioni sioniste, sostenute dagli USA e decise ad impedire la nascita di uno stato palestinese, hanno scatenato il terrore in terra di Palestina (i terroristi Begin a Ben Gurion, oggi considerati “eroi” e “padri della patria” in Israele). I sionisti hanno occupato 18 città, tra le quali Gerusalemme, e decine di villaggi, costringendo alla fuga circa 650.000 arabi, mentre il paese di Deir Yassin veniva letteralmente cancellato dalla carta geografica e gli abitanti sterminati. In questo contesto il 14 maggio 1948 il Va’ad Leumi (Consiglio Nazionale) decretava la nascita dello stato sionista di Israele, che per decenni avrebbe avuto come solo obiettivo la guerra e l’espansione dei propri possedimenti a danno della popolazione araba, cacciata dalle proprie terre e privata dei più elementari diritti (dentro e fuori lo stato di Israele). Nel solo anno 1949 sono stati 950.000 gli arabi costretti alla fuga.

Questa è la breve storia del sionismo. Arabi ed ebrei avrebbero potuto convivere fin dall’inizio in terra di Palestina, e se questo non è accaduto le responsabilità ricadono sui sionisti e sull’imperialismo Usa, che continuano a costituire il vero fattore destabilizzante in Medio Oriente (altro che Ahmadinejad, i siriani, gli Hezbollah o Saddam Hussein e l’attuale resistenza irachena).

In risposta alla manifestazione sionista, vogliamo ricordare la resistenza dei popoli arabi contro il sionismo, pubblicando due poesie, la prima di Mahmoud Darwish e la seconda di Tawfiq Zayyad. Entrambi gli autori sono stati costretti all’esilio nella propria terra natale, ed entrambi hanno dato un contributo non secondario nella lotta di liberazione nell’intera regione.

Una tessera (M. Darwish)

Scrivi:
Sono un arabo;
La mia tessera porta il numero cinquantamila;
Ho otto figli,
la prossima estate il nono nascerà.
Ti dispiace forse?

Scrivi:
Sono un arabo;
lavoro in una cava coi colleghi della miseria.
I bimbi miei sono otto
per i quali dalla roccia devo trovare il pane,
l’abito e il quaderno.
Non ti chiedo elemosina,
né mi umilio davanti alla tua soglia.
Ti fa forse rabbia?

Scrivi:
sono un arabo
senza nome e senza titolo.
Sono paziente in un paese
dove tutto bolle di furia e d’impeto.
Le mie radici si sono stabilizzate qua
prima del nascere del tempo,
prima dell’inizio dei secoli,
anteriormente ai cipressi, agli oliveti
ed al crescere dell’erba.
Mio padre è un compagno dell’aratro,
non un figlio di signori possidenti.
Mio nonno pure era un contadino
privo di nobiltà e di appoggio.
La mia casa è una baracca d’un guardiano
fatta di rami e di canna.
Ti piace forse questa mia posizione?
Sono senza nome e senza titolo.

Scrivi: sono un arabo
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
una cuffia e un akal mi coprono il capo;
ho le mani dure come una roccia,
fatte dure apposta per graffiare,
chi le oserebbe toccare.
Il cibo più squisito per me
è composto di olio e di timo…
Il mio indirizzo è:
un villaggio disarmato… dimenticato,
dalle vie senza nome
e dagli uomini che lavorano, tutti
in un prato o alla cava,
ma tutti amano la cavalleria.
Ti dispiace forse?

Scrivi:
sono un arabo,
al quale hai rubato la vigna ereditata dai nonni
e il suolo che abbiamo sempre coltivato
io e tutti i miei figli.
Altro non hai lasciato a noi, né ai futuri nipoti,
che queste rocce…
E’ forse vero che il governo vostro
mi ruberà pure queste rocce,
come si sta dicendo?…

Allora scrivi quanto segue;
scrivilo a capo della prima pagina:
«Io non odio gli altri,
non odio nessuno;
ma…
se avrò fame
mangerò allora la carne a chi mi ruba!
Attenzione…
Guardatevi dalla mia fame
E dalla mia ira!»

Parole dell’aggressione del 5 giugno (T. Zayyad)
Di qua, come nuvole nere, si diressero verso l’Est,
calpestando fiori, bimbi, grano e perle di rugiada.
Così, sulla sabbia e senza funerale, cadde un martire:
con una fucilata in testa e un grido di minaccia e di odio
l’assassino aggiunse, con la mitragliatrice, un’altra cifra
e, come una volpe, procedette cercando altre cifre,
mentre, a poca distanza, pianse un bambino neonato
quando gli passarono sul visetto bruno
le catene di ferro di un carro armato.

Non dirmi: «Abbiamo vinto!»
Questa vittoria è peggio di una sconfitta.
Noi non guardiamo la superficie,
ma guardiamo piuttosto la profondità del delitto.

Non dirmi: «Abbiamo vinto!»
Questa vostra bravura la sappiamo già
e conosciamo bene il prestigiatore:
il padrone che vi diede il segno di procedere!…

Che cosa avete nascosto per l’indomani?
Voi che mi avete sparso di sangue,
che mi avete rubato la luce degli occhi
e che mi avete crocifisso la penna;
voi che avete violentato il diritto di un popolo innocente,
e che avete aperto altre nuove piaghe nelle mie
e pugnalato la clemenza!…
Che cosa avete nascosto per l’indomani?!

E’ da venti anni che, in un mare di lagrime e di sangue,
vivete un sogno d’estate, grazie all’appoggio altrui!…

Voi innalzate i castelli vostri per oggi stesso
e noi innalzeremo i nostri per l’avvenire.
La pazienza nostra è tanto più illimitata
di questa distanza aperta in questo immenso spazio.

Ditemi, chi è la madre che vi lasciò come eredità
il Canale di Suez,
le rive del Giordano,
il Sinai e quelle montagne di Golan?

Chi ruba un diritto altrui con la forza delle armi
come potrà difendersi, quando, un giorno,
il bilancio delle cose si sarà sconvolto?!
Io so che la terra è gravida
e gravidi sono pure gli anni,
che la giustizia non muore
e gli aggressori non la possono far morire,
e che sulla terra
gli occupatori non hanno mai durato tanto.

Per la millesima volta ve lo diciamo:
Noi non divoriamo carne altrui,
non ammazziamo bambini né uomini innocenti,
non rubiamo case, né prati,
non spengiamo il lume degli occhi altrui;
non rubiamo oggetti d’antichità
e non rompiamo penne, né incendiamo libri.

Per la millesima volta lo diciamo a voi
Che vi chiudete gli orecchi con cotone e con fango:
Un grano di questa santa e libera terra
non lo perderemo, ve lo giuriamo;
non c’inchineremo davanti ai ferri ed al fuoco;
se questa volta siamo tornati indietro,
è come quando inciampa un cavallo:
il passo che abbiamo fatto indietro
è solo per aiutarci a fare
altri dieci passi avanti.