Contro il pensiero debole della sinistra, appuntamento a Firenze

Gli Stati generali delle droghe, convocati a Firenze per oggi, sono il primo momento di riflessione sulla legge Fini-Giovanardi, per esaminare a fondo il testo e soprattutto per individuare iniziative di resistenza e di contrattacco. Prima, però, è bene chiarire le responsabilità di questo scempio, capire le nostre debolezze e mancanze, se ci sono state, e quelle ben più gravi di chi ci ha lasciato soli, per ben tre anni, a denunciare la svolta proibizionista. Il limite della nostra azione è di non essere riusciti a far diventare la questione droghe un tema politico discriminante e «generale»; nonostante una elaborazione politica e culturale intensa, il tema è rimasto confinato nel recinto degli addetti ai lavori. Non siamo riusciti a demolire l’armamentario di luoghi comuni, di falsità e di semplificazioni, amplificato anche da alcuni giornalisti e intellettuali della sinistra, che incide in profondità nel ventre dell’opinione pubblica. L’idea, semplice e vera, che la proibizione produce più danni delle stesse droghe, sembra di difficile comprensione. La marijuana continua a suscitare diffidenza e lo slogan «la droga fa male» costituisce l’alfa e l’omega di un pensiero debole, perbenista e piccolo borghese. E’ davvero incredibile che il movimento new global e contro la guerra non abbia compreso il nesso tra la war on drugs e la guerra contro il terrorismo, lanciata da Bush: una guerra preventiva che coincide con la mappa delle aree di crisi internazionali, dall’Afghanistan alla Colombia. Anche il movimento contro le leggi ad personam non ha colto l’attacco al garantismo e alle libertà che erano in gioco con questa legge, quasi che la droga fosse una istanza minore, di seconda categoria, roba da «tossici» insomma.

Si tratta dunque di un problema di egemonia: occorre una mossa del cavallo, che non si limiti alla contestazione delle parole d’ordine reazionarie ma affermi ragioni proprie su cui imporre il confronto. La bandiera liberal, gettata nel fango dai sedicenti liberali caserecci, va raccolta e sventolata senza paura. Certo, sarebbe stato sufficiente un esercizio più rigoroso del potere/dovere di controllo da parte del Quirinale per fermare la deriva istituzionale, che l’approvazione di questa legge ha rappresentato. E sarebbe stato utile un comportamento meno superficiale e pilatesco di Repubblica e del Corriere della sera verso la campagna di intolleranza del governo.

Ora però dobbiamo dire alto e forte che la responsabilità, politica e morale, delle conseguenze nefaste delle nuove norme ricadrà sui Giovanardi e i Mantovano. Il programma dell’Unione mostra accenti di prudente novità sul carcere e sulle droghe. La campagna elettorale dovrà essere l’occasione per vincolare i candidati a impegni non eludibili. L’abrogazione immediata del decreto Fini-Giovanardi è solo il primo punto. Occorre la discussione immediata di una nuova legge che superi la legge del 1990 a partire dai contenuti della proposta elaborata dal cartello «Dal penale al sociale» e presentata da centinaia di parlamentari alla Camera e al Senato nella legislatura appena finita miseramente. Subito le regioni dovranno presentare un ricorso alla Corte Costituzionale. Magistrati di sorveglianza e giudici ordinari dovranno sollevare i gravi elementi di incostituzionalità presenti nel testo. Alle comunità libere e ai Sert si chiede di fare opera di disobbedienza civile, rifiutandosi di applicare le norme liberticide e antiterapeutiche. Ai direttori democratici delle carceri si chiede di scarcerare gli innocenti arrestati, adottando le misure alternative di loro competenza.

I primi cento giorni di applicazione della legge dovranno essere segnati da una mobilitazione straordinaria. Questo è il compito che intendiamo assumerci. Non avendo paura di usare gli strumenti dell’autodenuncia e immaginando gesti di provocazione (magari un fiocco o una spilla da mettere sulla giacca) per sfidare lo stigma. Infine, sarebbe bello che ai comizi dei partiti dell’Unione, insieme a «Volare» di Modugno, si ascoltasse una canzone dalla compilation «La battaglia di Canne».

E veniamo al nuovo governo. Chiediamo atti urgenti. Per prima cosa la nomina di un capo del dipartimento sulle droghe che segni una discontinuità, licenziando funzionari, tecnici e esperti solo interessati al potere e agli affari. Pretendiamo l’annullamento di tutti i finanziamenti elargiti agli «amici» con sperpero di denaro pubblico. Vogliamo il cambio della rappresentanza italiana negli organismi scientifici internazionali. La Consulta sulle tossicodipendenze deve tornare ad essere un luogo di confronto tra intelligenze libere. L’Italia, che è il maggiore contribuente dell’Unodc, deve togliere la fiducia al direttore Antonio Costa e chiederne la sostituzione. Insomma, la nostra polemica contro la visione ideologica della destra si deve sostanziare in una battaglia ideale che affermi la libertà e la responsabilità degli individui, senza compromessi.