Contro il lavoro

Sono i 30 i paesi più ricchi del mondo, soci dell’organizzazione Ocse e rappresentano il 18% della popolazione mondiale. Sono il cuore del capitalismo avanzato, salvo eccezioni come Turchia e Messico. Dovrebbero essere d’esempio al mondo. Purtroppo lo sono in negativo: ieri hanno fatto sapere che il prossimo anno nell’area ci saranno 57 milioni di disoccupati, 25 milioni in più della fine 2007 quando la crisi cominciò a manifestarsi senza che nessuno l’avesse prevista. Scrivono: la timida ripresa alla quale stiamo assistendo non fermerà l’emorragia di posti di lavoro.

L’Ocse sottolinea, anche, come le prospettive per il lavoro siano «fosche», al punto da poter innescare gravi tensione sociali. Per esempio: come si conciliano gli aiuti alle banche (migliaia di miliardi) con la pretesa dei banchieri si assegnarsi bonus stratosferici? Ovviamente non si conciliano. Come è difficilmente spiegabile perché si sia privilegiato il salvataggio della finanza anziché quello della produzione e del lavoro. Il risultato è che il tasso di disoccupazione e i senza lavoro sono già oggi a un record storico dal secondo dopoguerra. E allora, che ripresa sarà? Una brutta ripresa che vedrà in particolare esasperata la piramide della distribuzione dei redditi con ricchi e benestanti in grado di riattivare la domanda di beni di lusso e decine di milioni poveracci che dovranno stringere la cinghia, accontentandosi di ciò che passano gli hard discount. Cioè merce povera, qualità scadente.
Scrive l’Ocse che la ripresa dell’occupazione è sempre sfalsata rispetto alla ripresa del ciclo economico. Vero: ma questo chiama storicamente in causa i governi che, di fronte alla crisi, non sanno creare alternative sociali per rilanciare il lavoro, ma si limitano ai sussidi di disoccupazione e più in generale a intervenire sugli ammortizzatori sociali che rendono per un po’ meno drammatica la disoccupazione.
E l’Italia come va? Per il ministro Sacconi (che ha interpretato molto soggettivamente il rapporto Ocse) nel migliore dei modi possibili. L’ex seguace di Craxi e attuale ministro del lavoro afferma che l’Ocse riconosce «all’Italia di aver saputo contenere più di altri paesi l’impatto della crisi sull’occupazione». Ma è vero il contrario. Partiamo dalle cifre: in Italia la stima per la a fine del 2010 è di 1,124 milioni disoccupati in più rispetto al 2007, di cui oltre 850 mila in più rispetto al primo trimestre 2009, con un tasso di disoccupazione al 10,5%, contro il 10% della media Ocse. Finora i dati statistici sulle forze di lavoro non hanno evidenziato l’aumento del tasso di disoccupazione per un fatto di calendario: le statistiche italiane sono ferme al primo trimestre e solo la prossima settimana conosceremo i dati a fine giugno.
Ma non è solo questione di numeri: una tabella dell’Ocse sottolinea che, per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, l’Italia è al 26 posto nella graduatoria. Mentre sul fronte della povertà relativa siamo ai primi posti. Anche per i salari è dura: -26% per quanto riguarda il dato «a parità di potere d’acquisto». Insomma, non va assolutamente bene e non è un rialzo dell’1% della produzione industriale in luglio a poter eccitare. Soprattutto perché nei confronti di una anno prima la produzione è sotto di oltre il 17%. C’è poi un particolare che Sacconi dimentica: il tasso di attività – la percentuale di chi lavora – in Italia è più basso di circa 10 punti rispetto ai paesi concorrenti. E questo nonostante la forte espansione dei lavori atipici, del parti time e di quello a termine. Non a caso l’Ocse segnala che in Italia, come in molti altri paesi, a pagare di più i costi della crisi saranno questi lavoratori (e i giovani) sui quali si abbattono pesantemente i contraccolpi dell’aggiustamento occupazionale.