Contributo di Marie Nassif-Debs – Partito Comunista Libanese

Premessa

Le contraddizioni del capitalismo spesso conducono a piccole e grandi crisi che di tanto in tanto erompono ed esplodono, lasciando dietro di sé una scia di distruzione economica che si riflette, inevitabilmente, sulle forze di produzione. Si può anche affermare che queste contraddizioni non esplodono e si dispiegano sino a quando il percorso di sviluppo delle forze produttive inizia a raggiungere e minacciare gli angusti limiti della proprietà privata dei mezzi di produzione. In tali casi, la borghesia agisce con l’intento di provocare una crisi, cercando di evitare che le forze produttive attuino un reale cambiamento.

Un’analisi della seconda metà del ventesimo secolo mostra che diverse crisi si sono manifestate durante tale periodo, la più importante delle quali è la crisi del 1974 che avvenne a causa del blocco petrolifero, il quale fu a sua volta una reazione all’aggressione israeliana contro i paesi arabi. La crisi del 1981 è stata altrettanto importante. Come la precedente, è durata circa 16 mesi e colpì le economie dei grandi paesi capitalisti con conseguenze negative sulle forze produttive al loro interno. Nell’ambito di questo quadro deve essere considerata la crisi di inizio secolo (2002-2003) che ha scosso il sistema capitalistico globale e messo sotto accusa il sistema di Wall Street mostrando l’inganno e la menzogna celati al suo interno.

Tutte queste crisi non sono paragonabili all’attuale crisi strutturale la cui durata prevista, secondo gli esperti più ottimisti, sarà di almeno tre anni, con conseguenze più devastanti rispetto alla crisi del 1929 con i suoi effetti a catena che alla fine condussero il mondo alla Seconda guerra mondiale.

Nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels sottolineano che “Le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate”. Essi aggiungono, riguardo l’approccio alle crisi ricorrenti che minacciano l’esistenza della società borghese, che “Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo dei prodotti già ottenuti, ma anche delle forze produttive che erano già state create”. Come se la società tornasse ad uno stato di barbarie temporanea.

Sulla base di questa considerazione, si può dire che la borghesia è finora riuscita a superare le sue piccole e grandi crisi, “Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti”. Ciò porta, secondo il Manifesto del partito comunista, a preparare il terreno a crisi più profonde e universali, oltre ad una riduzione degli strumenti a disposizione per evitarle.

Come si manifesta la crisi nel nostro tempo?

In primo luogo, la crisi si manifesta in maniera acuta nella produzione di beni e servizi, vale a dire nell’economia reale. L’effetto congiunto dell’accumulo dei prodotti e della riduzione dei mercati, ovvero in altre parole la significativa riduzione della domanda rispetto all’offerta, ha aggravato una situazione già in peggioramento per via del forte calo nel settore dei mutui e prestiti.

Questo è accaduto l’anno scorso negli Stati Uniti, dove il crollo dei prezzi immobiliari ha portato ad una grave crisi nell’edilizia e ha distrutto le vite di milioni di lavoratori in questo settore. Ciò va ad aggiungersi alla crisi dell’industria automobilistica e alla riduzione della domanda sia per le industrie dell’indotto che di prodotti petroliferi. Questo significa il dispiegarsi di una reazione a catena che riguarda tutti i settori dell’economia americana e mondiale accompagnata da un aumento in tutto il mondo dei livelli di disoccupazione e un corrispondente calo del tenore di vita delle masse.

E così, dopo la fine del 2008, e secondo il bollettino dell’Ufficio nazionale per la ricerca economica, gli Stati Uniti e con loro la maggior parte dei paesi industrializzati esportatori sono stati colpiti da uno stato di grave recessione. Infatti, l’analisi riferisce di un andamento negativo che può continuare fino al 2010, accompagnato da un calo della produzione industriale, un calo dei prodotti interni lordi ed un aumento dei disoccupati, tanto che l’OIL prevede che oltre 2 milioni di posti di lavoro andranno persi nel corso di quest’anno, un numero che, secondo alcuni esperti, è sottostimato rispetto a quanto ha già avuto luogo.

Questi eventi si svolgono in un momento in cui nei grandi paesi capitalisti si sta assistendo ad un aumento della concentrazione bancaria, nonché ad un significativo e diretto intervento da parte delle autorità al governo in quei paesi per aiutare le banche in questo scontro. A tale proposito, miliardi di dollari sono già stati sprecati e ancora adesso gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno esaminando la possibilità di pompare ulteriori 2.300 miliardi di dollari in buoni del Tesoro per finanziare il debito pubblico e sostenere i profitti del settore bancario ma non affrontando la questione degli eccessivi compensi e bonus agli alti ceti lavorativi all’interno di questo settore.

Questo intervento diretto ha portato alcuni economisti di pseudo-sinistra a rivendicare e a vantarsi del fatto che Stati Uniti ed Unione Europea stiano attuando la teoria marxista in riferimento alla necessità dell’intervento dello Stato. Al contrario, ciò che Marx effettivamente intendeva con questo tipo di intervento era riferito al processo di redistribuzione, seppur parziale, della ricchezza, prendendo dalla borghesia e dando alle classi povere e in lotta. Dare cioè alle forze produttive, a differenza di quanto sta accadendo oggi.

In secondo luogo, come per il resto del mondo, incluso il nostro che è ancora in marcia sulla via dello sviluppo, le conseguenze della crisi sono più dolorose e più gravi. Queste conseguenze si possono così sintetizzare:

1. Nei grandi paesi capitalisti industrializzati, si è registrato un calo significativo del volume delle importazioni dai paesi del Terzo mondo, cosa che ha avuto un effetto molto grave poiché i paesi sotto-sviluppati hanno da vendere soltanto le materie prime. Inoltre la maggior parte delle autorità di governo in questi paesi, in particolare nei paesi produttori di petrolio e specialmente in quelli arabi, sono direttamente collegate agli interessi del capitalismo, per cui le conseguenze della crisi sono andate al di là del calo delle esportazioni dirette per includere, in particolare nella prima metà del 2009, il ruolo di finanziatore di gran parte del conto della crisi. I regimi dei paesi arabi produttori di petrolio hanno ammesso recentemente di aver contribuito con 800 miliardi di dollari (alcuni dicono 1.200 miliardi di dollari), al tentativo di fermare il crollo dell’economia americana. Naturalmente, questa cifra non tiene conto della Repubblica dell’Iraq, dove il livello di furto e saccheggio è illimitato.

2. Un calo della liquidità e degli investimenti, accompagnata da gravi problemi nel settore bancario, ed una crisi monetaria dal momento che le valute locali sono considerate non sicure e poiché il debito di questi paesi è legato al dollaro, il quale sta sperimentando una riduzione del tasso di cambio, o in altre parole sta assistendo ad una diminuzione della sua influenza. Sono questi sviluppi che hanno indotto l’Arabia Saudita, per esempio, che ha legami molto stretti con Washington, a indicare pochi giorni fa e per la seconda volta negli ultimi mesi, la decisione di ridurre la sua dipendenza dal dollaro e diversificare il paniere delle sue riserve valutarie per includere la propria valuta locale ed altre valute estere.

3. Il Libano, per quanto riguarda il grado di influenza della crisi e le sue conseguenze negative, non fa eccezione a quanto illustrato sopra. Questo accade soprattutto in considerazione del fatto che è stato convertito a paese del tutto dipendente dalle importazioni, inclusa l’importazione di prodotti agricoli e industriali di cui ha ormai cessato la produzione a causa sia della guerra civile e delle reiterate aggressioni israeliane, sia della natura della borghesia che concentra la propria presenza nel remunerativo settore bancario (e nel settore immobiliare, che è un sottosettore di quello bancario). E così la ricchezza di questa borghesia continua ad aumentare vertiginosamente a causa sia dell’erogazione di prestiti dal governo (incluso il debito in valuta estera) che degli investimenti esterni, in particolare in Africa. Ciò è particolarmente importante in quanto quest’anno il debito pubblico ha raggiunto i 50 miliardi di dollari, cifra che colloca il Libano tra i paesi con il più alto rapporto debito-PIL. Si può dire infatti che la gran parte del debito pubblico arrivi dalle banche, dal settore bancario locale come da quello estero, e ad alti tassi di interesse, cosa che rende il Libano vulnerabile alle fluttuazioni monetarie e fiscali, soprattutto perché l’economia libanese è direttamente e completamente legata al dollaro.

Programma e soluzione

Ci sono più di un miliardo di persone che soffrono la fame nel mondo, il che equivale ad 1/6 del totale della popolazione, una percentuale che non ha precedenti nella storia umana.

In un momento in cui gli aiuti forniti dal gruppo del G8 ai poveri del mondo non ha superato i 21 miliardi di dollari (secondo il Programma alimentare mondiale – WFP), l’importo totale delle gratifiche nel settore bancario negli Stati Uniti ha raggiunto i 140 miliardi di dollari, con un aumento del 23% rispetto alle cifre del 2008 (secondo un rapporto effettuato dal Wall Street Journal).

Questa situazione ha provocato conseguenze politiche tra cui la radicalizzazione degli importanti cambiamenti che si svolgono in America Latina. Ha anche portato a manifestazioni e proteste di massa tra cui, a titolo di esempio, le grandi dimostrazioni di protesta in Islanda e in Grecia, come in Russia dove i comunisti sono scesi in piazza per protestare contro le politiche economiche del governo. Questo in aggiunta ai movimenti di resistenza, in particolare la resistenza nazionale in Palestina e in Libano.

Attualmente l’imperialismo americano insieme all’Unione Europea e Israele (nella nostra regione, in Africa e in America Latina) sta tentando di passare all’offensiva in Asia, nel tentativo di controllare le rotte di approvvigionamento di petrolio e gas e di mantenere e rafforzare il controllo sui paesi in cui queste risorse vengono prodotte. In America Latina, l’imperialismo americano sta anche cercando di soffocare e strangolare il promettente movimento d’avanguardia del UNASUR (Unione delle Nazioni del Sud), a volte attraverso colpi di stato e altre volte ricorrendo ad un aumento delle basi militari. In questo contesto, i nostri partiti devono sviluppare un programma di lavoro ed un piano operativo che abbia come obiettivo il superamento del capitalismo.

La soluzione sta nell’andare oltre il capitalismo e, ancora una volta, verso il socialismo, pur tenendo in considerazione tutti i fattori che hanno portato al fallimento dei tentativi passati e con una loro valutazione complessiva. Nelle fasi attuali del nostro progetto riteniamo che il nostro incontro debba ora occuparsi di liberare il mondo dal neo-liberalismo, concentrandosi sui seguenti punti:

– Intensificare la lotta per eliminare le imposte indirette, impegnandosi invece a tassare la ricchezza.

– Difendere, mantenere e sviluppare il settore pubblico e respingere i tentativi di privatizzazione in corso. Questo dovrebbe essere accompagnato da piani concreti all’interno di ogni paese per rilanciare il processo di produzione ed organizzare le forze produttive in sindacati sulla base delle varie professioni.

– Intensificare la lotta per la revisione dei salari dei lavoratori ed il mantenimento del loro potere d’acquisto, per porre fine ai licenziamenti di massa e per combattere la tendenza a tagliare le prestazioni sociali.

– Intensificare la lotta per una riorganizzazione dei servizi sociali affinché forniscano prestazioni sociali e mediche ai lavoratori e ai poveri. Impegnarsi inoltre nel chiedere un miglioramento dell’istruzione pubblica.

– Intensificare la lotta per la redistribuzione della ricchezza eccessiva posseduta da meno dell’1% della popolazione mondiale, con l’obiettivo di combattere la fame e raggiungere le finalità sociali delle classi lavoratrici attraverso una redistribuzione della parte principale del valore della produzione.

Il nostro movimento deve passare all’offensiva, non solo all’interno di ogni singolo paese, ma anche non trascurando di prendere l’iniziativa sul piano internazionale, prendendo le mosse dalle condizioni particolari in ogni Paese ed andando in direzione della soluzione generale che ci unisce.