Contributo al dibattito sul “Movimento per la pace”

Intervento al dibattito sul MOVIMENTO PER LA PACE svoltosi presso la
Casa delle Culture-Roma, per iniziativa di Artists against the War-
organizzazione pacifista USA che ha presentato un magnifico video sul
movimento pacifista negli USA con lavoro di documentazione contro la
guerra globale.

ALCUNE RIFLESSIONI SUL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA NELLA FASE ATTUALE.

Desidero innanzi tutto ringraziare Franco Ottaviano per l’occasione di
questo dibattito e gli artisti statunitensi-attivisti contro la guerra
che ci hanno offerto con questo video un documento originale e
bellissimo sul movimento negli States e un contributo politico molto
avanzato alla lotta comune contro la guerra globale.

Nel video si osservano forme e contenuti del movimento pacifista con le
sue varie manifestazioni e slogans negli USA e mi sembra che emerga con
forza il valore dell’universalismo e dell’internazionalismo di questo
movimento. Un valore che il movimento globale contro la guerra ha
espresso come punto qualificante e avanzato del suo percorso soprattutto
dopo l’11 settembre del 2001. Ciò vuol dire che il movimento globale
contro la guerra negli Stati Uniti e in Europa ha espresso la propria
iniziativa per la pace, non in nome di una parte del mondo, o in nome di
una nazione o un campo, ma in nome dell’umanità intera, come nuova
aspirazione all’unità del mondo dopo il superamento dei due blocchi e
dell’equilibrio bipolare della guerra fredda. Purtroppo il dopo ’89 non
ha portato affatto all’unificazione del mondo e ad un’era di pace, ma
piuttosto alla guerra globale ( o quarta guerra mondiale) prodotta dalla
strategia dell’impero USA come tentativo di dominio sul resto del
pianeta. Una strategia di controllo globale sul piano non solo militare
ma energetico, economico, geopolitico, poliziesco e ideologico. Una
strategia cominciata all’indomani dell’89 e messa in pratica con la
prima guerra del Golfo del ’91, poi proseguita coi Balcani, con
l’Afghanistan, con la nuova guerra in Iraq, in un quadro di conquista
del grande Medio Oriente e di cronicizzazione della questione
palestinese a favore di Israele. Una guerra globale che dunque non è
cominciata l’11 settembre del 2001, con gli attentati terroristici alle
due torri, episodio di ritorsione ad una lunga stagione di terrorismo di
Stato inaugurata dagli USA in Medio Oriente. La mascheratura della
aggressione all’Iraq come guerra al terrorismo si fonda su una menzogna,
pari a quella che ha accompagnato l’invasione dell’Afghanistan e la
precedente “guerra umanitaria” contro la Yugoslavia.

Di fronte a questa strategia dell’impero trovo giusto ma insufficiente
ricorrere all’argomento delle bugie di guerra di Bush. La bugia che ha
motivato la guerra all’Iraq è stata quella delle presunte armi di
distruzione di massa. Ma io mi chiedo: se anche l’Iraq fosse stato
armato e non avesse adempiuto all’obbligo del disarmo imposto dall’ONU (
come peraltro fa sistematicamente Israele), allora sarebbe stato giusto
muovere guerra, bombardare città e villaggi, occupare un paese e
devastarlo e fare più di 100.000 vittime civili ??? La legge
internazionale che consente il riarmo nucleare ai paesi forti ( in
primis agli USA che stanno cercando l’onnipotenza con lo scudo spaziale)
e impone il disarmo agli Stati deboli ( violazione tollerata se a farlo
sono i servi degli USA) è una legge ingiusta, inapplicabile, in nome
della quale non si può giustificare una guerra. Perché altrimenti
rischiamo di essere ideologicamente deviati e di legittimare le prossime
guerre che sono dietro l’angolo. Ad esempio, se la Corea del Nord non
disarmasse sarebbe giusto bombardarla ? E se si trovassero armi di
distruzione di massa in Siria ? E se l’Iran si rifiutasse di
interrompere i programmi nucleari ? E se l’ONU avesse autorizzato la
guerra all’Iraq sarebbe stata una guerra giusta e i soldati americani,
il figlio di Cindy avrebbe avuto un motivo valido per morire?

Gli americani si sentono giustamente traditi dal loro presidente che li
ha mandati in guerra mentendo spudoratamente. Ma credo che il movimento
pacifista abbia bisogno di argomenti più radicali e globali per reggere
nel lungo periodo e opporsi ad ogni guerra anche a quelle che sembrano
avere giustificazioni morali e che sempre, però, si fondano su grandi
interessi economici ed egemonici e su sistematiche stragi di civili.
Per questo ogni guerra è un crimine contro l’umanità e come tale deve
essere rigettata fuori dalla storia., con o senza la targa ONU, con o
senza giustificazioni apparenti di carattere umanitario. Questa
consapevolezza appartiene, ormai, alla maggioranza dell’opinione
pubblica del mondo, ma purtroppo non è stata completamente e
adeguatamente interiorizzata dalla attuale socialdemocrazia sia in
Europa, ed in Italia in particolare, sia negli Stati uniti da parte dei
democratici ,se pensiamo alla guerra umanitaria di Clinton o alla
versione edulcorata della strategia dell’impero da parte di Kerry.

LO STATO DELL’ARTE DEL MOVIMENTO N ITALIA.

Purtroppo sarebbe meglio parlare di Stallo dell’arte perché oggi il
movimento contro la guerra in Italia attraversa una fase di marcata
difficoltà. Forse negli USA siamo davanti, invece, ad un risveglio delle
iniziative e della partecipazione grazie anche al movimento messo in
moto da Cindy Sheehan ed alla generale indignazione contro le catastrofi
degli uragani che hanno mostrato le conseguenze del modello di sviluppo
USA col taglio del Welfare e l’escalation del Warfare.

Questo risveglio attualmente in Italia non c’è, nonostante la buona
riuscita della Marcia Perugia-Assisi, come sempre caratterizzata da
grande generosità di partecipazione soprattutto da parte del mondo
cattolico. Il pacifismo tradizionale della Tavola della Pace in Italia
si era proficuamente contaminato negli ultimi anni con il movimento no
global e dunque con la radicalità politica del gruppo di continuità dei
socialforum che propugnavano”No alla guerra senza se e senza ma”. Ma
questa carica di radicalità sembra oggi dispersa, la manifestazione di
Perugia-Assisi è rientrata nel proprio alveo tradizionale che non
individua un percorso di lotta e di conflitto contro i poteri di guerra
e gli interessi in campo, non individua la strategia dell’impero e la
controparte reale, si limita a muovere un grande appello di buona
volontà reiterando un evento dimostrativo ormai rituale. La ritualità,
come ci insegna la sociologia, diventa tradizione e non è più in grado
di trasformare la realtà, diventa inerte. La lezione del conflitto è
andata perduta ?

D’altra parte tutto il vasto arcipelago del movimento contro la guerra
in Italia appare attraversato da profonde divisioni. In occasione del 19
marzo si è costituito un comitato per una manifestazione nazionale a
Roma, mentre le più grosse associazioni del movimento ( come Arci, Fiom,
Cgil, Attac, Legambiente) preferivano concentrarsi sulla manifestazione
di Bruxelles contro la direttiva Bolkenstein. Il comitato del 19 marzo
ha proseguito un suo percorso con altre iniziative il 2 giugno e l’11
settembre che hanno amplificato la separatezza e le divisioni. Ma questo
comitato che rivendica a sé la radicalità e il conflitto,sembra aver
dimenticato tuttavia la lezione dell’unità e dell’universalismo del
movimento pacifista, e appare viziato da minoritarismo e
sovradeterminazione ideologica nell’approccio alla azione politica. Che
fare dunque per ricomporre una soggettività politica del movimento
italiano contro la guerra ??

E’ difficile rispondere in questo momento in cui mi appaiono soprattutto
i limiti di una esperienza durata quattro anni e che pure ha avuto
momenti straordinari di partecipazione di massa e intuizioni politiche
davvero innovatrici.

Il luogo di coordinamento del movimento è stato viziato a mio parere
non tanto da un conflitto tra moderati e radicali quanto da una certa
subalternità alla politica dei partiti di sinistra, di cui rifletteva
dinamiche, condizionamenti e divisioni. Il limite più grosso è stata
l’incapacità di una vera autonomia politica del movimento che sapesse
autoorganizzarsi in modo indipendente dal quadro di compatibilità
proposto dagli accordi o dagli scontri dentro e attorno al
centrosinistra.

In quest’ultimo anno abbiamo assistito non solo alla sparizione del
luogo di cordinamento nazionale del movimento italiano contro la guerra
( parlo sia del Comitato Fermiamo la guerra che del gruppo di continuità
del socialforumeuropeo), ma alla rarefazione della partecipazione di
massa, al riflusso degli attivisti sia a livello locale che nazionale.

I motivi sono da ricondurre alla disillusione ed alla frustrazione
inerenti alla mancanza di risultati visibili da parte di un grande
movimento che avrebbe voluto “fermare la guerra” e non è riuscito
neanche a dissociare l’Italia dalla guerra preventiva ritirando le
truppe italiane dall’Iraq. Abbiamo modificato l’opinione pubblica ma non
abbiamo modificato i rapporti di forza e non abbiamo ottenuto quel
cambio politico che avrebbe potuto ridare speranza ed energia a migliaia
di attivisti e di partecipanti al movimento.

Questo sentimento di sconfitta è sicuramente amplificato dalla delusione
ingenerata nel movimento dal comportamento politico del centrosnistra
italiano, chiamato anche opposizione. L’opposizione in Italia non ha
saputo rappresentare le istanze più nuove e radicali del movimento e in
momenti cruciali ( come quello della vittoria di Zapatero, coincidente
col voto sulla missione italiana in Iraq)

ha fallito miseramente il suo ruolo astenendosi sulla questione del
ritiro delle truppe. L’aspirazione centrale del movimento ( no alla
guerra senza se e senza ma) che nega legittimità a ogni guerra, a
partire dalla guerra umanitaria, realizzata e sempre difesa dal
centrosinistra italiano, non è stata interiorizzata dai maggiori leaders
della opposizione italiana e questo spesso si è tradotto non solo in
ambiguità di scelte assunte in Parlamento ( vedi ad esempio il rinnovo
della missione militare in Afghanistan e la disponibilità all’aumento
delle spese militari), ma anche in freni più o meno pesanti all’azione
stessa del movimento. La politica politicante ha logorato il movimento,
ma questo non è stato finora in grado di darsi una soggettività davvero
autonoma.

Oggi sono necessarie nuove idee e nuove azioni per rilanciare e
riorganizzare il movimento in campagne mirate e di lunga durata che a
partire dall’idea forza del disarmo globale diano gambe concrete alle
politiche di riconversione dell’apparatobellico-industriale, alla
chiusura e riconversione delle basi militari, al drastico taglio delle
spese militari a favore di un rilancio delle spese sociali.

Mai come oggi si pone con urgenza la necessità di ricostruire reti
nazionali e internazionali che diano continuità e prospettiva alle
nostre iniziative.