Contratto nazionale nel mirino

Torna il fantasma del luglio 1993: la «politica dei redditi». Un fantasma minaccioso soprattutto per il lavoro dipendente, che da allora in poi ha visto arretrare sistematicamente i redditi propri, mentre quelli delle aziende (profitti) e della speculazione (rendite) sono andate aumentando. Da quel passaggio «concertativo», oltretutto, prese le mosse anche la prima delle «riforme delle pensioni» (in peggio, naturalmente): la «Dini».
Eppure, come altre volte, il governo ha rianimato questo fantasma abbigliandolo come un «venire incontro» alle posizioni del sindacato. «Timeo Danaos et dona ferentes», ha pensato più di qualcuno. Il più esplicito, in tal senso, è stato Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom e coordinatore della «Rete 28 aprile» della Cgil. «Mi sembra tutta una colossale mistificazione. O si parla di una politica dei redditi che programma l’aumento del potere d’acquisto, a partire dai contratti; oppure – come sono convinto – si punta a ridurlo». Una riedizione del luglio ’93, insomma, «è coerente con la posizione di Padoa Schioppa, ma non può essere accettata dalla Cgil».
Il primo sindacato nazionale, al di là delle dichiarazioni di Epifani, è comunque più cauto. Si parla di «primo passo di un lungo percorso», in attesa dei tavoli sullo sviluppo economico (martedì prossimo) e sul welfare (la settimana dopo). Carte coperte da parte del governo, al punto che di finanziaria, ieri – giurano tutti – non si è neppure parlato. E allora quando?
La partita della «politica dei redditi» gira però inevitabilmente intorno al nodo della «riforma della contrattazione». La posizione di Confindustria è nota: va «ridotto il peso» (leggi: il grado di copertura salariale e normativa) del livello nazionale, mentre molto più spazio andrebbe dato alla contrattazione aziendale. La ragione è facile da capire: in un tessuto imprenditoriale fatto quasi soltanto di piccole e medie imprese, le possibilità di difesa dei lavoratori sarebbero praticamente ridotte a zero. Fino alla contrattazione individuale, a un passo dal caporalato. Nei fatti, però – è l’argomento più volte opposto dai sindacati, in sede di discussione – sono proprio le imprese a non «contrattare» localmente, ritenendosi già troppo tartassate dalla contrattazione nazionale.
L’ex sottosegretario al lavoro del governo Berlusconi, il pasdaran antisindacale Maurizio Sacconi, aveva perciò lanciato l’idea di detassare completamente i contratti aziendali, per incentivare le imprese a prediligerlo. La Cisl, oggi, l’ha tradotta in una propria proposta che – spiega il segretario confederale Giorgio Santini -«non sarebbe una riforma della contrazione, ma solo una riforma del patto del ’93, che già prevedeva il doppio livello». Più in dettaglio, si parla di una «tassazione forfettaria, in aliquota fissa, anziché progressiva». Un modo di creare «obiettivi condivisi tra aziende e lavoratori, che si vedrebbero entrare più soldi in busta paga». La Cisl la porterà già lunedì alla riunione dei direttivi unitari dei sindacati confederali, ovviamente sperando in un’«accoglienza positiva».
Un turbinare di proposte che lascia freddo Gianni Rianldini, segretario generale della Fiom e riferimento di un’ampia area all’interno della Cgil. «Se c’è un tavolo per discutere di politica dei redditi e della questione del modello contrattuale – che è strategica – dico che il sindacato deve formulare una proposta unitaria e sottoporla all’approvazione dei lavoratori. Fu fatto anche nel ’93». L’attuale «modo di procedere» gli sembra «un po’ assurdo; che fine fa il discorso di Visco sul recupero del fiscal drag?».
Il governo non sembra ancora in grado di avanzare un’idea chiara e condivisa al proprio interno. Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio che ieri faceva le veci di Prodi, ammetteva che rispetto al ’93 sono diminuite le possibilità dell’esecutivo di influire sulle tariffe o sulle politiche degli enti locali. Ha insomma «meno da offrire». Sulle pensioni lo scontro viene diplomaticamente rinviato. Idem sul pubblico impiego. La riduzione del «cuneo fiscale» solo apparentemente può essere rivenduta come un modo di incrementare il salario: in fondo si tratta di soldi che appaiono in busta paga solo a patto di sparire dal lato contributivo (e una parte finirebbe addirittura nelle tasche delle aziende). Sarà pure solo un «primo passo», ma la direzione non sembra delle più promettenti.