Contrastare l’offensiva revisionista e anticomunista

Una domanda sorge spontanea pensando a questo dibattito sulla violenza e la non-violenza. Una domanda che potrebbe apparire retorica o provocatoria. Non lo è. Davvero si stenta ad afferrare il filo di una discussione che ha coinvolto i temi più disparati, sviluppandosi lungo linee polemiche che ben di rado ormai si incontrano in punti condivisi e comprensibili. C’è di tutto: la non-violenza come filosofia e pratica politica; il pacifismo come teoria e come forma della prassi; il giudizio sulla Resistenza e sulle guerre imperialistiche di ieri e di oggi; la critica dei poteri; l’analisi della repressione del dissenso e del conflitto sociale: forse sarebbe il caso di semplificare e di cercare di mettere un po’ d’ordine.

Di che cosa discutiamo parlando di non-violenza?
Secondo alcuni, di un concetto e di una forma dell’agire politico adeguati sempre e dovunque. Posto così, è un tema impraticabile in una prospettiva politica. Se non si vogliono produrre discorsi fini a se stessi, occorre contestualizzare, riferirsi a situazioni determinate. Ma anche la posizione di chi ritiene che «oggi nel mondo globale in cui siamo precipitati, la forma più estrema dell’antagonismo, quella davvero irriducibile e non mediabile, è l’azione “non-violenta”» (Marco Revelli su “Carta”) appare a dir poco discutibile. Si argomenta, a suo sostegno, che l’assunzione della non-violenza è necessaria perché vi è la «guerra permanente» e «preventiva» e perché la superiorità militare degli Stati Uniti non consentirebbe altre strade. Ma in questa materia è opportuno evitare toni dogmatici e assumere l’onere dell’argomentazione razionale. C’è una sola via per mantenersi su questo terreno: spiegare come si pensa di fermare i bombardamenti, i cingolati, i missili e la disseminazione dell’uranio impoverito.

Si ripete da più parti che oggi tutto è nuovo, che il mondo è cambiato di sana pianta e impone concezioni nuove. È davvero così, o è la nostra memoria che si accorcia e che si indebolisce? Se tornassimo con il pensiero agli ultimi atti della Seconda guerra mondiale e all’immediato dopoguerra, avremmo materia per riflettere su queste presunte cesure radicali. Allora davvero la storia cambiò. Illuminato dai sinistri bagliori di Hiroshima e Nagasaki, il mondo fu costretto a guardare in faccia una novità assoluta e atroce. Per la prima volta nella storia la distruzione del genere umano era divenuta concretamente possibile. Pian piano la consapevolezza di questo salto di qualità si diffuse e vi fu anche tra i comunisti italiani chi valutò attentamente le sue conseguenze. A Bergamo, nel ’53, Togliatti tenne un memorabile discorso incentrato su questi temi: la bomba atomica, l’enorme divario di potenza che essa istituiva nei rapporti internazionali, la impellente necessità di una lotta dei popoli per il disarmo e la pace. Ma in quel discorso non si commetteva l’errore di generalizzare. Nemmeno la bomba riduceva a un minimo comune denominatore i diversi conflitti: né sul piano della logica che li determinava, né in relazione al loro dispiegarsi. Imponeva l’accumulazione di coscienza critica, non consentiva il ricorso a rigidi schemi, a parole d’ordine unilaterali.

Ma forse c’è dell’altro, in questo dibattito. Si suggerisce, da parte di qualcuno, che il tema è la forma della lotta politica adeguata qui e ora: nel nostro paese, in Europa, nell’Occidente capitalistico. Se davvero le cose stessero in questi termini, verrebbe da dire che ci si sarebbe potuti risparmiare tanta fatica e tanta carta, talmente ovvio è – almeno per noi – che oggi, in questa parte del mondo, la lotta sociale e politica deve ricorrere esclusivamente agli strumenti pacifici del confronto, pur aspro, delle idee; della libera manifestazione delle proprie istanze; della mobilitazione di massa; dello sciopero; della protesta e della disobbedienza civile. E talmente ovvio è – per noi – che se il conflitto sociale e politico non è sempre scevro da violenza, la responsabilità di ciò incombe in primo luogo a chi controlla gli apparati coercitivi dello Stato. Proprio questa evidenza legittima tuttavia una riflessione: che tutto questo dibattere di non-violenza serva in realtà a parlar d’altro: che la non-violenza sia soltanto una parte di un ragionamento più complesso. La sensazione è che siamo – di nuovo – alle prese con la discussione sulla nostra storia e sulla nostra identità di comunisti. Se è così, è bene essere chiari, almeno tra di noi. Riflettere sulla nostra esperienza, indagarne i limiti, cercare di comprendere le cause delle nostre sconfitte: questo non è solo utile, è anche indispensabile. Purché si abbia la consapevolezza che l’errore più grave che potremmo commettere oggi – nella giusta ricerca di una rifondazione del pensiero e della prassi comunista all’altezza dei tempi – sarebbe accodarci alla voga liquidazionista oggi imperante. C’è un grande patrimonio alle nostre spalle: di esperienze, di idee, di valore, di passioni. Un grande patrimonio storico che dev’essere in primo luogo rivendicato e riconosciuto per la straordinaria influenza che ha esercitato nel corso degli ultimi 150 anni ai fini del riscatto di miliardi di essere umani. Anche questa smania di trascinare «il Novecento» sul banco degli imputati è pericolosa, oltre che poco comprensibile. Come si può ridurre un secolo a un unico motivo? «Un’immane violenza», si dice. E si getta tutto in un calderone che allontana la possibilità di capire. Ma il Novecento è stato anche il secolo delle grandi rivoluzioni operaie e contadine, queste sì «inizio» di una nuova storia! Oggi è di moda la critica dell’«assalto al cielo», cioè dell’idea che una società possa essere trasformata anche attraverso il comando politico. Discuterne, naturalmente, non fa male. Ma certo non giovano le semplificazioni caricaturali. Un nome dovrebbe bastare a sgombrare il campo da ogni equivoco: non è stato Gramsci – il bolscevico, il leninista – a insegnarci che la società è un campo di poteri diffusi e che la distinzione tra società e Stato (quella che oggi agitano, come fosse un dogma, i nuovi critici anarchici dell’idea comunista) è uno strumento teorico – un modello – e non una realtà di fatto? Con ciò non si tratta, naturalmente, di chiudere il discorso: semmai di aprirlo in modo serio, una volta per tutte. Certo la storia nostra ha conosciuto sconfitte e gravi errori. Che vanno analizzati, di cui occorre cercare le cause, dai quali dobbiamo trarre insegnamento. Ma anche in questo caso c’è una questione ineludibile che deve essere posta: bisogna chiedersi se, senza quell’«assalto» di cui oggi tanti compagni sembrano voler chiedere scusa, il mondo sarebbe stato migliore o peggiore: sarebbero stati possibili – per fare solo pochi esempi – le lotte anticoloniali, la rivoluzione cinese, lo stesso sistema di welfare in Europa? Cercare ancora: certo. Altrimenti nessuna rifondazione sarà mai possibile. Ma altro è una ricerca seria, severa, rigorosa, tutt’altra cosa una sommaria liquidazione della nostra storia. A questa ci siamo sempre opposti e sempre ci opporremo con tutta la forza delle nostre convizioni e passioni, che sappiamo radicate in questo partito e in tanti compagni che al nostro partito guardano con rispetto e fiducia. Basta con le autocritiche a senso unico, basta con i mea culpa! Perché piuttosto non chiediamo agli altri di fare i conti con il loro passato? Di chi furono figli il fascismo, il nazismo, la Shoah? A chi debbono la morte i milioni di vittime della Corea, del Vietnam, dell’Algeria, dell’America Latina? E che dire dell’indulgenza vaticana verso i fascismi? Mi chiedo come pensiamo di attrarre verso le nostre idee i giovani se non facciamo altro che denigrarle, cospargendoci il capo di cenere per ogni nostro atto, per il fatto stesso di dirci ancora comunisti. E mi chiedo anche come pensiamo di rispondere a Berlusconi che attacca a testa bassa persino il comunismo «meno palese» di chi «rinnega il proprio passato, si lava pilatescamente le mani per tutti gli orrori e i delitti di cui si è macchiato, ma ancor oggi vuole l’eliminazione dell’avversario»: cosa gli diremo, che è troppo severo, che siamo cambiati, che abbiamo compreso quanto pessimi fossero i nostri padri e fratelli maggiori? Qui nessuno intende «angelizzare» alcunché. Si tratta solo di contrastare un’offensiva revisionista e anticomunista che punta a demolire le ragioni stesse della nostra esistenza e delle nostre battaglie. O ci siamo scordati del «chi sa parli» e delle «ragioni dei ragazzi di Salò»? Abbiamo già dimenticato i continui attacchi alla Resistenza, mossi da chi cercava una legittimazione a buon prezzo? L’opportunismo servile di chi, pur di accedere al governo, ha preso distanza da una storia di cui avrebbe dovuto andar fiero, perché è la storia della liberazione di questo paese e della costruzione della sua democrazia? Non c’è futuro per chi non serba memoria del proprio passato, che non è «piombo», bensì radice e consistenza. Non è libertà quella di chi si sbarazza della propria storia, bensì disorientamento immemore. Questa smania di gettar via il peso della storia accecò molti quindici anni fa. La fine della Guerra fredda e la scomparsa del «campo socialista» furono scambiate per una «grande opportunità»: fu invece l’inizio di una fase di grave arretramento del movimento di classe in tutto il mondo, e della ripresa in grande stile del colonialismo e delle guerre imperialistiche: ci sarà bene un nesso tra quella fretta di disfarsi dell’eredità storica del «secolo breve» e la sconvolgente incapacità di leggere le tendenze in atto che accomunò un intero gruppo dirigente. E anche noi oggi, stiamo attenti, perché non è affatto scontato che siamo in grado di interpretare correttamente quanto sta avvenendo. Che cosa ci suggerisce, per esempio, la discussione tra noi sul «terrorismo» e la resistenza irachena? Che ci sono – se non altro – stili di analisi diversi, che si riflettono in differenti idee delle cause e degli effetti. Chi dice che è sbagliato parlare di una «spirale guerra-terrorismo» non ha esitazioni nel condannare le azioni terroristiche dei kamikaze e gli attentati dinamitardi che mietono vittime tra la popolazione civile. Ma il punto è un altro. Sta nel collocare tutto questo discorso sullo sfondo di una guerra coloniale e imperialistica, che ha a sua volta cause ben precise: il profilarsi, dinanzi alla superpotenza Usa, di altri avversari sulla scena del mondo; la necessità «preventiva» di controllare le maggiori riserve energetiche del pianeta; l’enorme influenza politica del «militare-industriale»; il disastroso deficit del bilancio Usa; il peso di una cerchia politico-intellettuale vicina al Likud e determinata nel sostenere ad ogni costo le mire colonialiste della destra israeliana. Ma se questo è il quadro, occorre allora dire con chiarezza che quella delle popolazioni occupate, saccheggiate, schiacciate dal tallone militare è innanzi tutto resistenza contro l’occupazione, sacrosanta lotta per la liberazione. E non solo. Quanto sta avvenendo in Iraq oggi è importante per tutto il mondo, a cominciare dal Sud del pianeta. La resistenza irachena parla ai popoli che sono nel mirino degli Stati Uniti: dice loro che la superpotenza non è invincibile, che non è così ovvio che dopo un Iraq venga una Siria o un Iran, quasi si trattasse di passeggiate al sole. In questo senso, proprio la resistenza contro le forze di occupazione è un aiuto alla pace. Lo hanno capito bene, non per caso, i rappresentanti dei popoli riunitisi a Bombay. Nel documento conclusivo del Forum sociale mondiale la denuncia della guerra e del colonialismo è netta, senza tentennamenti, così come è forte e univoca la solidarietà verso le popolazioni oppresse, il loro anelito all’indipendenza, le loro lotte di liberazione. Al di là di qualsiasi sottigliezza, l’esperienza materiale della sopraffazione produce consapevolezza. E permette di non scambiare le lucciole del nuovo imperialismo per le lanterne di un presunto impero che non dovrebbe più incantare nessuno, fuorché – ovviamente – Bush e chi condivide i suoi paranoici sogni di gloria.

* Segreteria nazionale
Partito della Rifondazione Comunista