Conti pubblici. Stabilizzare ma non abbattere il debito

Avrebbe potuto giocare a carte scoperte, e invece ha preferito celarsi dietro le consuete ipocrisie. Il ministro Padoa-Schioppa ha collezionato negli ultimi giorni una pletora di dichiarazioni che definire allarmistiche sarebbe un eufemismo. Ha parlato di gravissimo dissesto dei conti pubblici, ha evocato lo spettro della crisi valutaria del ’92, e per far piazza pulita dell’ultimo manipolo di scettici ha persino deciso di ricorrere all’horror: «I mercati sentono l’odore del sangue». Una dichiarazione, questa, che per il ministero di via XX settembre potrebbe segnare il passaggio dalla stagione del colbertismo a quella, ancor più inquietante, del neo-gotico.
Eppure questa messinscena si sarebbe potuta evitare. Sarebbe bastato che Padoa-Schioppa dicesse la verità: e cioè che sul versante dei conti pubblici non sussiste nessuna minaccia esterna realmente in grado di legarci le mani. Sappiamo infatti che i vincoli di Maastricht sono da tempo divenuti oggetto di trattativa politica in seno al Consiglio europeo, con la Commissione relegata al rango di mera ragioneria. Quanto poi alla famigerata minaccia della reazione dei mercati, chiunque frequenti la letteratura specialistica sa bene che i parametri di Maastricht vennero istituiti proprio perché, una volta introdotto l’euro, non solo i rischi d’inflazione e di cambio sarebbero caduti, ma sarebbe anche stato arduo distinguere il rischio-default di un paese da quello degli altri membri dell’Unione. La ragione è che a seguito del gigantesco investimento dell’unificazione e del conseguente intreccio di rapporti di credito e debito, nessuno in Europa può facilmente permettersi il tracollo dell’altro. I rischi d’insolvenza di ognuno vengono pertanto spalmati sui titoli di tutti gli altri, il che spiega il motivo per cui oggi i tassi d’interesse europei si muovono all’unisono, con deviazioni dalla media talmente irrisorie da rendere patetico qualsiasi tentativo di suscitare allarme attorno ad esse. Altro che «odore del sangue», dunque. La verità è che nella gestione del bilancio pubblico il governo dispone tuttora di un ampio margine di manovra, che essenzialmente consiste nella scelta tra abbattere il debito pubblico rapidamente, ridurlo lentamente, oppure anche lasciarlo pressoché invariato. La decisione di orientarsi verso un estremo o l’altro di questo ventaglio di opzioni costituirà la vera cartina di tornasole del governo, l’inappellabile prova del nove per verificare se questo esecutivo, che di sinistra al momento non sembra, possa almeno evitare di attuare una politica finanziaria smaccatamente di destra. Se qualcuno ancora pensa che queste siano parole forti e magari premature, lasciamo che in proposito parlino i numeri. Padoa-Schioppa sta costruendo una manovra 2006-2007 attorno all’obiettivo cardine di elevare al più presto l’avanzo primario al 3,5% del Pil. Un così alto eccesso di entrate sulle uscite consentirebbe al ministro di imporre una drastica frenata all’indebitamento. Il risultato è che anche sotto l’ipotesi pessimistica di una differenza superiore all’1,5% tra i tassi d’interesse da pagare e la crescita economica, il ministro riuscirebbe ad abbattere il debito pubblico dall’attuale 108% a poco più del 70% del Pil in appena un quindicennio. Per avere un’idea degli effetti di questa discesa a rotta di collo basti pensare che essa richiederà ogni anno manovre di oltre 25 miliardi più pesanti rispetto a quelle che si potrebbero effettuare se, anziché abbattere il debito, ci si limitasse a stabilizzarlo in un intorno dei valori correnti. Venticinque miliardi all’anno, di cui a quanto pare solo una minima parte si vorrà recuperare da un fisco più progressivo e dalla lotta all’evasione, e che saranno quindi prelevati dalle già risibili pensioni future dei più giovani, dalla scuola, dalla sanità, dai trasporti, dalla privatizzazione dei servizi di base degli enti locali, per finire tutti nelle tasche dei rentiers e da quelle, poi, nel circuito privato del capitale.
Sappiamo bene che un’alternativa a questo funesto indirizzo politico esiste: originariamente avanzata sul Cambridge Journal of Economics da Luigi Pasinetti, rilanciata a sinistra dal sottoscritto e in seguito da Realfonzo ed altri, la proposta di stabilizzare il debito pubblico anziché abbatterlo è sostenuta ormai da numerosi e autorevoli esponenti dell’accademia italiana. Dopo il convegno Rive Gauche organizzato dal manifesto questa proposta ha fatto breccia finalmente presso settori rilevanti della maggioranza e viene espressamente invocata da alcuni membri del governo. Inoltre, come ho più volte precisato, la scelta di stabilizzare anziché abbattere il debito permetterebbe di affrontare con maggiore serenità la questione degli squilibri commerciali, che da tempo costituisce il vero tallone d’Achille del progetto di unificazione europea. Stabilizzare anziché abbattere il debito significherebbe infatti disporre di ingenti risorse per fronteggiare il deficit dei conti esteri senza bisogno di ricorrere alla ennesima, devastante compressione della domanda interna e del salario per unità prodotta (di cui l’aumento dell’Iva e la liquidazione del welfare per pagare il taglio del cuneo fiscale costituirebbero un tipico esempio indiretto).
Naturalmente Padoa-Schioppa potrà scegliere di non seguire la nostra indicazione. Supportato da vaste schiere di interessi bancari e industriali, esplicitamente disposto a procedere con maggioranze parlamentari variabili, egli potrà senz’altro continuare a trainare l’Italia lungo la via crucis dello schiacciamento del bilancio pubblico, delle conseguenti privatizzazioni e della ricaduta sui soli lavoratori del riequilibrio commerciale con l’estero. In tal caso, però, sarebbe più onesto e onorevole se egli abbandonasse il repertorio delle improbabili frasi ad effetto di questi giorni ed ammettesse che la sua linea iper-restrittiva non è affatto obbligata. Se dunque il ministro, e con lui Prodi, intendono farci proseguire lungo il sentiero delle lacrime e del sangue, che almeno non si nascondano dietro un dito. Che si assumano di fronte al popolo che li ha finora sostenuti la responsabilità della loro libera, sovrana, nefasta decisione.