Congo: i ladri Uganda e Ruanda.

Forse sarà una coincidenza casuale. Ma mentre l’Onu diffondeva un rapporto estremamente critico in cui accusa Ruanda, Uganda e Burundi per il “saccheggio sistematico e scientifico” delle risorse naturali del Congo, il piano di pace si è bloccato nel nord-est dell’ex-Zaire, dove il gruppo ribelli sponsorizzato dal Ruanda impedisce al contingente di 120 caschi blu marocchini della missione Onu per il Congo (Monuc) di atterrare e prendere posizione.
A Kisangani, già domenica il Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd) aveva impedito con la forza l’arrivo dei 120 caschi blu marocchini nell’ambito dell’applicazione passo per passo degli accordi di pace firmati a Lusaka nel luglio ’99 e finora rimasti sempre lettera morta. Le ragioni avanzate dall’Rcd erano che il comandante della missione, il generale Mountanga Diallo, doveva prima riconoscere le atrocità commesse dalle truppe di Kisnhasa ai primi di aprile durante la fase di disingaggio delle forze combattenti dalle linee del fronte nella provincia del Kasai orientale. Il generale Diallo ha mandato a svolgere un’indagine in loco e si è preso una settimana per la pubblicazione del rapporto. Sembrava che questo bastasse all’Rcd che ieri mattina per bocca del suo portavoce, Kin-Kiey Mulumba, si era detto “soddisfatto” e quindi si impegnava a lasciare arrivare i caschi blu a Kisangani. Poche ore più tardi il portavoce è stato smentito dal segretario generale dell’Rcd, Azarias Rubwera: prima il rapporto poi i caschi blu.
Questo è l’intoppo più consistente finora verificatosi nell’applicazione del complesso piano di pace che deve essere monitorato da 500 osservatori dell’Onu, disarmati e protetti da 2500 caschi blu. I primi contingenti – uruguayano e senegalese – sono arrivati nei giorni scorsi.
Ma la vera notizia è venuta dal Palazzo di vetro, dove una commissione di 5 esperti, nominata dal Consiglio di sicurezza, ha presentato il suo rapporto finale, concludendo che Uganda, Ruanda e Burundi sono responsabili del “saccheggio su larga scala” delle ricchezze del Congo, in particolare di cinque: oro, diamanti, rame, cobalto, coltan (minerale strategico), ma anche legname, bestiame, denaro. Il rapporto definisce i presidenti ugandese Museveni e ruandese Kagame “complici” e “padrini” dello “sfruttamento sistematico e scientifico” con cui le loro truppe e i gruppo congolesi da essi sponsorizzati spogliano il Congo. La commissione non è che assolva Angola, Zimbabwe e Namibia (gli alleati del governo di Kinshasa) ma afferma di non avere potuto indagare compiutamente da quella parte. In ogni caso conclude che “quasi tutti i belligeranti in un modo o nell’altro stanno traendo benefici dal conflitto” e “l’unico a perdere è il popolo congolese”. Le esportazioni del Ruanda e Uganda raggiungono imprese basate in Belgio, Germania, Maysia, Canada, Svizzera, Olanda, Inghilterra, Kenya… Se l’export di questi minerali – specie diamanti e oro – da parte del Ruanda mostra “significativi indici di crescita” a partire dal ’98 (gli anni della guerra in Congo), l’Uganda fa le cose più in famiglia e le compagnie ugandesi che sfruttano il furto sistematico dei beni concolesi sono condotte da familiari stretti del presidente Museveni, come il fratello e la moglie. La commissione, i cui risultati saranno esaminati venerdì in una riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza, propone una serie di “raccomandazioni” da prendere: un embargo temporaneo delle esportazioni di questi minerali da parte di Uganda, Ruanda e Burundi; il congelamento dei fondi delle compagnie coinvolte; immediato embargo della vendita di armi ai gruppi ribelli; sospensione dei crediti di Banca mondiale e Fmi a Ruanda, Uganda e Burundi fino alla fine del conflitto; liberalizzazione del commercio dei diamanti da parte del Congo per stroncare il contrabbando. Vedremo se queste misure saranno adottate e funzioneranno.