Confindustria vuole più ore di lavoro

Gli industriali hanno deciso di invertire lo slogan: non più «lavorare meno per lavorare tutti» (classico cavallo di battaglia della sinistra, in difesa delle 35 ore), ma «lavorare di più per lavorare tutti». Il maître à penser del «rinnovamento» è Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che ieri parlando della competitività italiana e del problema della produttività, è tornato sul patto del luglio `93 e delle possibili trattative con Cgil, Cisl e Uil per modificarlo: il tavolo, ha detto, si riaprirà «dopo Natale». Ma l’affondo di Bombassei non si è limitato a semplici formulette: il vice di Montezemolo ha attaccato il sindacato, parlando di una «colpevole assenza» nel campo delle relazioni industriali: i confederali mancherebbero di responsabilità rispetto all’esigenza di modernizzare i rapporti lavoro-impresa. Quello che ci vorrebbe, al contrario, sono vere e proprie «variazioni di sostanza», come hanno fatto i sindacati di altri stati (vedi Francia e Germania), accettando di allungare l’orario di lavoro. «L’Europa – ha spiegato Bombassei – lavora meno ore di Usa e Giappone. Il numero di ore medie lavorate da noi è di circa 1.750 mentre, negli Usa si fanno 300 ore di più l’anno. Nessuno vuole adottare il modello asiatico o americano, ma almeno quelle 1.750 ore lavoriamole tutte: invece, in Italia se ne lavorano in media 1.600. Questo è dovuto a un astensionismo che vale 1,5 punti percentuali, dovuto alle malattie di tre giorni. Inoltre scioperiamo più degli altri perché il sindacato è litigiosetto».

E qui è partito il confronto con i sindacati esteri: «Il sindacato tedesco ha accettato di aumentare l’orario di lavoro mantenendo lo stesso salario – ha spiegato il vicepresidente di Confindustria – in Francia è stata rigettata l’idea delle 35 ore. Il sindacato inglese, da sempre più duro, ha accettato la flessibilità. Tutti con lo scopo di mantenere posti di lavoro nel paese per evitare ulteriori delocalizzazioni verso l’Europa dell’Est». «Dobbiamo trovare delle soluzioni – è l’appello – oppure l’orario di lavoro e la mancanza di flessibilità non ci permetteranno di essere competitivi». Dunque, l’«invito» a rivedersi dopo Natale, dato che finora il sindacato non avrebbe risposto alla Confindustria: «Dal luglio 2004 non abbiamo più visto i sindacati se non ai convegni – ha concluso Bombassei – Abbiamo rincorso i signori per cercare di discutere di questi temi, ma sono sfuggenti. Il nostro è un sindacato dallo sciopero facile: contro la finanziaria, per i metalmeccanici, l’Iraq. Tanto che nelle prime cinque motivazioni delle multinazionali a non investire in Italia c’è quella della conflittualità».

Di diverso tono, seppure tutte contrariate, le reazioni dei sindacati. Per Carla Cantone, della Cgil, «l’obiettivo è chiaro: gli industriali vogliono più flessibilità senza contrattazione, senza vincoli e diritti dei lavoratori». «Bombassei – aggunge Cantone – insiste su un percorso inutile e strumentale. Propone la necessità di cambiare il modello contrattuale, ma poi esplicita la richiesta di più orario e più flessibilità». «Il sindacato confederale non è stato mai contrario a una flessibilità contrattata – riprende la responsabile della Cgil – Quello che meraviglia è perché Bombassei non pretenda che il governo metta in campo politiche industriali adeguate alla situazione di declino che affligge l’Italia da tre anni».

La proposta di Confindustria sulla revisione del modello del `93 è «poco coraggiosa, pertanto non serve scaricare sul sindacato le responsabilità», ha commentato il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini. La Cisl, ha aggiunto, «da quattro-cinque anni pone come necessaria la revisione dell’accordo del ’93. Pertanto le accuse non le sentiamo come tali: piuttosto da Confindustria ci aspettavamo di più rispetto all’accordo del `93». «Il primo passo verso un buon sistema di relazioni sindacali è un buon rinnovo del contratto dei metalmeccanici – ha commentato il segretario Uil Paolo Pirani – Quello che ci propone Confindustria è un semplice restyling del vecchio modello che ormai, però, non ha più ragion d’essere. Ora è il tempo dello sviluppo e della crescita dei salari reali dei lavoratori: occorre un nuovo sistema che confermi il livello nazionale e che distribuisca la produttività nel modo più capillare possibile, con l’estensione della contrattazione di secondo livello».