Concordato, un accordo contro la Costituzione

La fine dello Stato Pontificio è segnata dalla Breccia di Porta Pia, il varco che l’esercito italiano si aprì nelle mura della città di Roma. Era il 20 settembre del 1870, nasceva il regno d’Italia e si firmava un armistizio che concedeva a Pio IX una zona circoscritta composta essenzialmente dai palazzi vaticani. Il 13 maggio del 1871 veniva approvata la Legge delle Guarentigie, considerata come atto unilaterale e rifiutata dal papa che scomunicò tutti quelli che avevano attuato e favorito l’usurpazione: re, governo e parlamento. Il pontefice si dichiarò prigioniero politico e scrisse l’enciclica “Ubi nos” per ribadire che il potere spirituale non poteva essere disgiunto da quello temporale. Nell’enciclica si legge: «Il potere temporale della Santa Sede è stato concesso al Romano Pontefice per singolare volontà della Divina Provvidenza… esso è necessario affinché lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a un Potere civile, possa esercitare la suprema potestà di pascere e governare in piena libertà tutto il gregge del Signore con l’autorità conferitagli…».
Nel 1874 fu esplicitamente proibita ai cattolici l’attività politica e la partecipazione alle elezioni con la formula del “non expedit” (non conviene). La questione romana si trascinò fino all’11 febbraio del 1929 quando furono stipulati i Patti Lateranensi firmati dal cardinale Gasparri e da Mussolini, capo del governo italiano. I Patti comprendevano il trattato che sanciva la nascita dello stato del Vaticano, il concordato che riconosceva il cattolicesimo come unica religione dello stato italiano e la convenzione finanziaria che risarciva i danni della breccia e dell’occupazione del 1870. Alla caduta del fascismo il concordato fu oggetto di un’accesa battaglia culminata durante i lavori dell’Assemblea Costituente del 1946.

La Democrazia cristiana sostenne che gli accordi lateranensi dovevano essere recepiti dalla Costituzione con l’articolo 7 approvato con il decisivo voto del Partito comunista che volle evitare che la Repubblica nascesse senza il riconoscimento della chiesa e con il rischio di una divisione religiosa, fattori che potevano indebolire la nuova forma di stato. Permangono delle contraddizioni molto evidenti con l’articolo 3 e con l’articolo 8 che riconoscono pari dignità a tutte le confessioni religiose davanti allo Stato. Durante il Concilio Vaticano II la posizione anticoncordataria si riaffermò con la massima autorevolezza e nella “Gaudium et spes” è scritto: «La chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse fare dubitare della sincerità della sua testimonianza».

Questa visione del ruolo della chiesa ha origini antichissime e si riferisce alla gratuità del ministero che sul “gratis accepistis, gratis date” fonda il suo messaggio evangelico che non tollera privilegi, bracci secolari, diritti di stola, stipendi. La gratuità del ministero per molti secoli è stata una condizione irrinunciabile per la credibilità ecclesiastica. Affermata da Pietro e Paolo, intrecciata al lavoro manuale, la gratuità era la condizione che nella Didaché, la più antica costituzione ecclesiastica, contribuiva a distinguere il vero dal falso. Il lavoro è la prima regola del monachesimo orientale in S. Paconio e S. Basilio e poi in quello occidentale in S. Benedetto e in S. Agostino. Nel “De opere monachorum” i beni della chiesa sono un patrimonio destinato ai poveri e il clero ne poteva usufruire soltanto se era indigente anch’esso. Soltanto nel 1984 il concordato fu modificato e venne abolito l’anticostituzionale riferimento alla religione di stato ma venne introdotta l’ora di religione anche nelle scuole materne e si istituì il famigerato 8 per mille.

L’Unione degli atei e agnostici razionalisti (Uaar) ricorda due dei motivi principali per l’abrogazione del concordato: garantisce privilegi ad una religione a discapito delle altre, riconosce uno status particolare alla città di Roma in contrasto con la Costituzione. Se nel 2000 le gerarchie ecclesiastiche si fossero appellate al concordato per impedire la manifestazione del World Pride la questione sarebbe stata certamente sottoposta al giudizio della Corte Costituzionale. Si è dovuto far ricorso alla Cassazione affinché riconoscesse la perseguibilità dei dirigenti di Radio Vaticana responsabile di emissioni elettromagnetiche che superavano i livelli di guardia. I legali della difesa affermavano l’impossibilità di perseguire tali responsabili, appellandosi all’articolo 11 del trattato tra l’Italia e il Vaticano che dice «gli enti centrali della chiesa cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello stato italiano». Nel 1977 si raccolsero le firme per un referendum abrogativo ma fu dichiarato inammissibile poiché riguardava un accordo con uno stato estero. Si potrebbe abolire l’articolo 7 della Costituzione e quindi la religione cattolica sarebbe considerata come tutte le altre religioni e i suoi rapporti con le istituzioni laiche verrebbero regolati attraverso una semplice intesa. Serve comunque una modifica costituzionale che soltanto i parlamentari possono votare. Attualmente sono pochi i partiti che sono favorevoli al superamento del concordato e tra questi Rifondazione, lo Sdi, il Pdci e i radicali. Nel 2001 è nata la Lega italiana per l’abolizione del concordato (Liac) che ha raccolto le firme per una petizione che sottoscrive come le esenzioni tributarie a favore degli enti ecclesiastici e degli immobili della chiesa, la corresponsione dell’8 per mille, gli stipendi agli insegnanti di religione scelti dai vescovi, le sovvenzioni alle scuole private cattoliche, sono tutti provvedimenti in contrasto con l’articolo 33 della Costituzione e con i principi laici di uguaglianza e di separazione tra stato laico e convinzioni religiose. Anche l’associazione cattolica “Noi Siamo Chiesa” chiede l’eliminazione del concordato affermando che «la fine del potere temporale, nel 1870, sia stato un bene per la chiesa cattolica e che sia stato un errore la resistenza così prolungata».