Conclusioni di Ferrero al Cpn di Marzo ’09

Per prima cosa, vogliamo ringraziare il compagno Ingrao per la sua dichiarazione di voto a favore di Rifondazione e gli facciamo gli auguri per il suo compleanno.
In secondo luogo voglio sottolineare positivamente come la discussione in questo Cpn, abbia veramente lasciato alle sue spalle le divisioni e le fratture congressuali. Stiamo ripartendo.

Il partito e il suo funzionamento
Alcune questioni. Sono stati segnalati vari problemi nel modo di essere e operare del partito, a livello centrale e territoriale.
E’ stato sollevato il problema della presenza delle compagne negli organismi dirigenti e di un arretramento complessivo nel modo di affrontare il nodo fondante della differenza di genere; è stata denunciata una grande conflittualità interna e un funzionamento delle aree politiche come compartimenti stagni; è stata segnalata la mancanza di formazione politica nei militanti, in particolare nella capacità di affrontare i temi della crisi; è stato posto il problema di come a volte i gruppi dirigenti siano molto esterni alla condizione sociale, così da far percepire il partito stesso come uguale agli altri. Aggiungo che esistono anche gravi problemi di funzionamento della macchina organizzativa. Penso che dobbiamo mettere mano alla questione del partito e del suo funzionamento, in modo serio e non accontentarci di citare la Conferenza di Organizzazione di Carrara, senza che poi cambi nulla.
Propongo che dopo le elezioni, vi sia un passaggio di discussione e di decisione secondo un percorso strutturato e impegnativo su come funzioniamo, come stiamo assieme, come affrontiamo nodi della cultura politica, come curiamo l’organizzazione.
E’ stato posto un problema specifico, riguardante la realtà della Campania. Si è detto in un intervento che la nostra presenza nel governo della Regione e in realtà amministrative non può essere letta sottovalutando l’intervento in campo sociale della giunta regionale. Penso che sia vero, basti pensare all’introduzione, anche se in forme parziali, del salario di cittadinanza. E’ altrettanto vero, però, che ci siamo detti, e non da oggi che in Campania esiste un problema ineludibile di discontinuità. Questo non può essere derubricato perché vi è un evidente logoramento. Il punto è che tutte le alternative ad oggi in campo vanno verso destra (sia nella variante delle destre populiste che nel ricambio moderato che propone il Pd). Il compito di Rifondazione è smarcarsi preparando con atti concreti, una possibile uscita da sinistra da quel ciclo. Altrimenti, rischiamo di essere quelli che rimangono a puntellare una situazione che frana rischiando di rimanere sepolti sotto macerie. La scelta di andare in alternativa dal Pd nel primo turno delle Provinciali di Napoli va nella direzione della costruzione di una uscita da sinistra a questa situazione.
Per quanto riguarda la Sardegna, c’è la presentazione di una mozione affinché si vada in tempi stretti a una verifica tra la segreteria nazionale e i gruppi dirigenti del partito in Sardegna. E’ inconcepibile che in questi mesi non si sia potuto arrivare ad un momento di confronto chiaro tra il gruppo dirigente regionale e nazionale nonostante le ripetute richieste da noi avanzate. L’autonomia non può diventare separatezza e indifferenza.

Il significato della lista anticapitalista
Per quanto riguarda le elezioni europee, penso che il progetto che vi proponiamo (simbolo e programma) sia molto positivo. Vorrei fornire un ulteriore elemento di chiarimento: noi non facciamo una pura aggregazione elettorale (un cartello) per superare il 4%. Se avessimo pensato a questo, avremmo fatto una generica lista unitaria della sinistra, sommando i liberisti e gli anticapitalisti, quelli che vogliono stare nel gruppo socialista, nei verdi, nel Gue. Una parte dell’estabilishment di sinistra ci avrebbe applaudito ma credo che avremmo fatto un’operazione contraria al nostro progetto politico. Avremmo riprodotto l’Arcobaleno e non credo che ci sia niente di peggio in politica che ripetere gli stessi errori.
Sulle europee noi avanziamo un progetto politico: una lista con un programma che ha al suo centro l’uscita da sinistra dalla crisi. Ci siamo trovati d’accordo con altri soggetti (Pdci, Socialismo 2000, consumatori uniti) su un progetto politico concreto che non finisce con le elezioni ma continua nella forma del coordinamento tra le diverse forze.
Questa però non è la decisione di fare un nuovo partito. Non è un cartello elettorale e non è un nuovo partito: è un coordinamento stabile tra forze diverse che presentano alle europee una lista comune con l’obiettivo dell’uscita a sinistra dalla crisi e del rafforzamento in Europa della sinistra.

Il problema dell’unità.
Voglio chiarire bene la natura della nostra operazione politica perché penso che il tema dell’unità sia stato posto in quest’ultimo anno in termini completamente sbagliati. Sia il tema dell’unità della sinistra che il tema dell’unità dei comunisti vengono posti senza una discussione seria che risponda a domande elementari: per fare cosa? Con che cultura politica? con che rapporto con il Pd?
Proprio perché penso che vi sia una richiesta e una necessità di percorsi unitari, dobbiamo evitare di porre malamente l’esigenza dell’unità con il solo effetto di far fallire tutto.
Io penso che – come giustamente abbiamo detto in congresso – non dobbiamo ripercorrere la strada sbagliata perseguita dall’arcobaleno l’anno scorso o più in grande quella seguita dal Pd. Costruire un partito significa porsi nodi di fondo; richiede una analisi della fase e la definizione di una prospettiva politica chiara. Altrimenti si da vita ad aggregazioni che sono solo delle inconcludenti e rissose aggregazioni. Senza sciogliere i nodi di fondo, l’aggregazione di forze è priva della capacità di una narrazione, di un progetto. Proprio questa, invece, è la forza di Berlusconi: la capacità di mettere il progetto politico al primo posto, con una idea chiara della società italiana e di dove si vuole andare. Del resto noi siamo un partito che in una quindicina d’anni ha subito 6 o 7 scissioni; salvo una sono state tutte sulla linea politica, mica se chiamarci comunisti o meno. Un gruppo dirigente degno di questo nome deve quindi mettere al centro la discussione politica per costruire seriamente percorsi unitari, non limitarsi ad agitare l’esigenza dell’unità.
Tra i nodi principali da affrontare innanzitutto il tema del bipolarismo. Un conto è dire che sei contro il bipolarismo e vuoi romperlo (la linea del Prc nel 1998), altra cosa è ritenersi l’ala sinistra di uno schieramento progressista dentro il sistema bipolare (come abbiamo fatto con il governo Prodi).
Non si tratta di due varianti ma di due differenti collocazioni dentro la politica, due progetti alternativi. Io sono per la prima. Penso che il disastro delle elezioni dello scorso aprile sia il fallimento della nostra collocazione interna al centro sinistra (praticata da noi stando al governo) e che la situazione si stia ulteriormente radicalizzando. Questo porta con sé il tema del rapporto con il Pd, ovvero se siamo l’ala sinistra del centro sinistra o se dobbiamo sviluppare un progetto autonomo e alternativo al Pd Se sorvoli su questa scelta di fondo, puoi pure fare un partito ma lo smonti dopo sei mesi.

Il rapporto con i movimenti
Il secondo punto è dato dal rapporto di internità ai movimenti che ha caratterizzato a mio parere la storia più significativa di Rifondazione Comunista. Propongo di rilanciare questa pratica politica anche affrontando il tema della crisi della politica. Noi oggi dobbiamo proporre una critica dell’economia politica ma anche una critica della politica come attività separata: ci sarà pur qualche problema se la polemica contro la casta ci ha colpito come e più degli altri! Occorre costruire un partito che sappia collocarsi oltre che nella dialettica politica destra/sinistra, anche nella dialettica alto/basso, dialettica oggi costitutiva di una politica comunista di massa.
Nel Congresso abbiamo avuto una felice intuizione dicendo che occorreva una svolta non solo “a sinistra” ma “in basso a sinistra”. Dobbiamo capire che questo elemento è oggi decisivo, altrimenti il nostro discorso rimane muto, incapace a parlare a tanta della nostra gente. Quanti lavoratori oggi vedono il conflitto politico come un fatto privato interno al ceto politico, vissuto come separato, mentre loro si sentono soli, abbandonati “in basso”, privi di riferimenti credibili? La costruzione di una ipotesi di sinistra anticapitalista, comunista nel nostro paese è tutt’uno con la ricostruzione di una pratica politica credibile, vissuta come propria da quelle masse popolari a cui facciamo riferimento.