Con l’«antileader» valdese il partito sceglie il pugno chiuso

Paolo Ferrero non sveste i panni dell’antileader nemmeno nel giorno più importante della sua vita politica. Quando il quorum dei 141 voti segna la vittoria, e i suoi delegati comindano a cantare Bandiera rossa e Bella ciao con i pugni chiusi, i fedelissimi non lo trovano più: «Ma Paolo dov’è?». Lui se ne sta sulla porta del Palamontepaschi, con una sigaretta in bocca. «È la festa della comunità, non del leader». Poi cominciano a gridare «Paolo, Paolo», «Uno di noi« e lui alla fine si incammina sul palco: rivendica le scelte fatte, anche quella di arrivare alla conta: «Volevo che il partito uscisse da qui con una linea politica chiara». Qualcuno lo fischia, e lui dice: «Ho sempre detto che si poteva fischiare chiunque, figurarsi il sottoscritto». Ringrazia Claudio Grassi, il suo alleato nella prima mozione, «perché è rimasto con me anche se non avevamo sempre le stesse opinioni». Altri canti, pugni chiusi: Fenero canta Bandiera rossa, alza il pugno e abbraccia Claudio. Poi ripiega gli occhiali nella custodia, ha un po’ gli occhi lucidi. Sul settimo congresso del Prc cala il sipario. Toni bassi e undestatement, completo
grigio fumo con camicie rosso scuro che gli è valso il nomignolo di «autista dell’Atac», Ferrero se ne sta seduto per gran parte del congresso lontano dalla prima fila, in mezzo ai suoi delegati. È consapevole che la sua incoronazione a segretario deriva anche da questo stile, in netta discontinuità con l’era Bertinotti, e distante anni luce dal carisma di Nichi Vendola. «Non sono un leader, sono stato riconosciuto come uno che permetteva a questa comunità di ricostruirsi. E se ho vinto è anche perché, a differenza di altri, ho ammesso di avere sbagliato nel dire sì al governo Prodi». Niente cachemire, poca immagine («Staremo più tra la gente e meno in tv»), discorsi che emozionano poco. Anche quando viene proclamato sembra quasi scusarsi: «Non ruberò tempo alla vostra cena… ». Rigore valdese nella vita quotidiana: 1500 euro al mese di stipendio del partito, divide l’appartamento romano con un compagno del Prc e gira con una Mercedes scassata del 1992. Nato nel 1960 a Pomaretto, in valle Germanasca, provincia di Torino, Ferrerò è stato operaio alla Fiat di Villar Pe-rosa, la cittadina simbolo della famiglia Agnelli. Poi cassintegrato, militante in Democrazia Proletaria e dirigente di Rifondazione. È arrivato qui a Chianciano come il perdente sicuro, ma non si è arreso mai al fascino di Vendola. La sua candidatura è stata presentata solo ieri nel tardo pomeriggio, dopo che aveva vinto la sua linea di sinistra.
In queste giornate di Chianciano ha lavorato con pazienza per mettere insieme una maggioranza composita, che va dai cossuttiani di Grassi ai trotzkisti di Falce e martello. Una maggioranza risicatissima, basti pensare che il neo segretario ha preso 142 vóti e il quorum era 141. Lui la chiama «coalizione», ma assicura: «Non è un accordo di potere, ma su una linea politica: svolta a sinistra, immersione nel sociale, autonomia dal Pd, difesa del Prc e del suo simbolo oggi e domani». Oltre ovviamente al no ad ogni ipotesi di costituente di sinistra. «Tra noi c’è un comune denominatore che ci consentita di lavorare insieme per anni». L’idea è quella di dimenticare le decisioni calate dall’alto, di allargare la partecipazione alle scelte: un po’ assembleare, ma i ferreriani spiegano che «tutto questo è mancato per troppi anni». A Vendola e compagni, Ferrerò ha offerto una gestione unitaria del partito, e dimostra la buona volontà confermando il tesoriere uscente, ma non ci spera più di tanto. Per il momento saluta il no alla scissione scandito dal suo rivale e tira dritto. Del resto è un appassionato di scalate in alta montagna, e lì ha imparato a non avere fretta. Anche nella sua nuova maggioranza sono consapevoli che sarà dura gestire il partito con questi numeri: «Saremo un po’ come il Senato della scorsa legislatura, basta che uno abbia l’influenza che il partito non decide più» dice Alberto Burgio, professore bolognese, dell’area Grassi, quelli che ci hanno provato fino alla fine a trovare un accordo tra Paolo e Nichi. «È una vittoria di Pirro, il fatto stesso che si sia arrivati alla conta è una sconfitta del partito». E tuttavia Burgio non ci sta alla «caricatura» della nuova maggioranza come settaria e isolazionista: «La nuova Rifondazione non sarà una mummia del passato, si butterà in un lavoro duro, oscuro e anche frustrante per ricostruire il legame con la società». Leonardo Masella, dirigente della terza mozione, quella dell’Ernesto, già propone un nuovo simbolo per liste comuni con il Pdci alle europee e su questo annuncia battaglia Nel documento comune la questione è assai più sfumata, ma tant’è. Sulle giunte locali saranno i trotzkisti a farsi sentire, chiedendo uno sganciamento dal Pd. E Ferrero risponde: «Pensare di uscire da tutte le giunte sarebbe una stupidaggine, valuteremo caso per caso in base alla coerenza con gli obiettivi del partito». Qualche esempio? «La giunta regionale pugliese è la migliore in Italia, ma in quella calabrese non dobbiamo rientrare». Per far capire quale sarà la sua bussola («Direi la Bibbia, ma capisco che non tutti condividono») cita Genova, il 2001, la Rifondazione No Global che diventò «cuore dell’opposizione a Berlusconi». E il Pd? «Se comincerà a fare l’opposizione saremo ben felici di fare delle cose insieme».