Con la forza della ragione per evitare una nuova tragedia italiana

Non deve stupire la giornata del 14 dicembre, la conferma della fiducia a Berlusconi grazie alla compravendita dei deputati non è estranea alla cultura del paese. Con il pessimismo della ragione Diliberto aveva già annunciato questo finale 20 giorni prima, e non si sbagliava.

Non c’è turbamento nella maggioranza del paese, non c’è perché un italiano su tre si sarebbe venduto, uno su tre non si sarebbe venduto ma avrebbe voluto farlo. La politica è espressione della società e non può stupirci. Non sbagliava Monicelli quando diceva che questo è un paese che solo dopo vent’anni di fascismo e la tragedia della seconda guerra mondiale ha saputo con la Resistenza, con la cogestione democratica nella costituente ed il patto per costruire la Repubblica esprimere un po’ di dignità. Non saranno i giochi di palazzo a modificare la politica e a cambiare la cultura di questo paese. Berlusconi non è oggi più debole nella mente delle persone, è solo più debole in parlamento. Sottovalutare questa cosa è quanto di peggio si possa fare. Non sbagliava un non politico come Gaber quando diceva “non ho paura di Berlusconi in sé ma del Berlusconi in me”; è la cultura berlusconiana che vive nell’ES degli italiani ad essere il vero nemico.
È pericoloso, molto pericoloso, non capire che siamo vicini ad un punto di non ritorno, dopo il quale la storia manifesterà quella farsa che segue la tragedia, ma che non per questo è meno tragica e drammatica per chi la vive. È davvero desiderabile arrivare al dramma per tirar fuori la dignità del nostro popolo? Sarà poi verò che dal tanto peggio scaturisce il tanto meglio? Sarà vero che la coerenza ideologica in questa situazione ha più senso dell’analisi razionale?
Non ho dubbi sul giudizio chiaro che va dato sui fatti legati alla “piazza” di Roma e alla durezza delle manifestazioni di questi giorni. Questo è quello che succede quando una minoranza coscienziosa si rende conto dell’avvicinarsi del dramma e si trova sola davanti a quella prospettiva. Non c’è solo la violenza fine a se stessa (spesso per giunta provocata da infiltrati) e la rabbia ceca di chi non sa più cosa fare per ridare dignità a se stesso ed al popolo. Ma nessuno se ne è accorto, nessun giornale l’ha detto con chiarezza e ciò dimostra che il berlusconismo o meglio l'”italianismo” (perchè è da lontano che nasce il berlusconismo e non è certo Berlusconi la causa di tale cultura) non è sconfitto. Soli senza sponda politica, senza strumenti, senza un megafono dal quale far appello alla cittadinanza, strozzati dall’oblio dell’egoismo individuale e dagli strumenti della propaganda del sistema. La rabbia di chi era a Roma, di chi ha fermato i treni e le autostrade è la mia rabbia, e non si condanna la rabbia ma il sistema che la produce. Nessuno ha il coraggio di dire questo, di pensare questo.
Ora finisce il momento delle parole, delle dialettiche infinite su categorie morte. Viene il momento di scegliere: o il dramma con tutto ciò che ne consegue, ma sapendo che non è detto che dalla tragedia il bene infine trionfi, a meno che non si abbia una visione trascendente dell’esistenza; oppure una cinica, ma chiara strategia, che devii prima del dramma verso uno scenario possibile migliore, che inverta la curva del declino della nostra società.
Vi sono due condizioni imprescindibili che possono favorire quest’ultima scelta. La prima è che continuii nelle piazze la protesta dei pochi cittadini consapevoli, avanguardie e testimoni della tragedia che toccherà a tutti, a costo di vedere ancora, magari ad opera di qualche infiltrato, cassonetti incendiati e vetrine rotte; ma non illudiamoci, non illudiamoli, non bastano poche avanguardie per cambiare o meglio invertire i rapporti di forza (che sono anche rapporti sovrastrutturali e culturali). Se si professa questo ci si rende responsabili di mandare sole e al massacro poche migliaia di persone che pagheranno cara la sottovalutazione del problema che, come detto sopra, è un problema generale e che viene da lontano nella nostra storia. Occorre levarsi i paraocchi dell’ortodossia e dar vita da subito alla costruzione di un fronte progressista, capace di apparire credibile agli occhi di una maggioranza relativa. Non un fronte ideologico ne tanto meno solo anti-berlusconiano. Un insieme difforme, che attraverso pochi ma incisivi compromessi alti, riesca a mettere in moto un processo che inverta la situazione. Un fronte siffatto non è certo il solo fronte dei comunisti e delle così dette “forze radicali”, ne quello di un CLN che non esiste. È piuttosto l’insieme di forze che, seppur distinte e diverse, sono accomunate da un minimo comun denominatore: che la vera libertà scaturisce innanzi tutto dalla giustizia sociale. Tema sul quale si può ricostruire un fronte progressista di Centro-sinistra credibile e incisivo.
Questo fronte sarà tanto più credibile quanto noi tutti, nessuno escluso, sapremo construire nella dialettica con la cittadinanza le proposte politiche che dovranno caratterizzarne il programma. Se vogliamo lottare per i bisogni dei cittadini dovremo far scaturire quella proposta da essi. Non esiste per noi la possibilità oggi, data la nostra marginalità, di far valere delle proposte politiche partendo dal confronto tra i nostri dirigenti e quelli di altri partiti. Ma vi è la possibilità di incidere sui programmi se costruiremo con le masse le nostre proposte, ascoltando prima che proponendo.
Chi sceglie l’altra strada si assume la responsabilità di cancellare la morale dalle categorie della politica, questa prassi non appartiene alla cultura politica dei comunisti italiani; si può giustificare come detto anche la violenza, ma non si può in virtù di una ragione ideale aspettare il dramma di milioni di italiani per affermare l’idea della Rivoluzione, questo è immorale. Non si può stare a casa, in poltrona a tifare rivoltà quando a pagare il prezzo del dramma sono altri.
Un mondo diverso si costruisce anche a partire da una nuova idea di uomo, dal rispetto di ogni individuo della sua storia e della sua coscienza. Un mondo veramente nuovo, fatto di uomini nuovi, non si costruisce sacrificando altri uomini, così come con la guerra non si costruisce la vera pace.
Mettiamoci al lavoro con le persone, coi cittadini, con i lavoratori, non nelle segrete stanze della politica, non nei ghetti della marginalità. La verità se siamo convinti di averla non va urlata, ma deve convincere l’altro, altrimenti è una verità inutile.

Bernardo Croci
Segretario della Federazione fiorentina del PdCI