Con il taglio del cuneo fiscale 250 euro in più in busta paga

Aumentare i salari tramite una consistente diminuzione del costo del lavoro per le imprese, ottenuta facendo pagare più tasse ai ricchi e stanando gli evasori. E’ questo, in sostanza, l’obiettivo della proposta di riduzione di cinque punti del cuneo fiscale avanzata da Romano Prodi. L’idea condivisa da tutta l’Unione è che si possa rilanciare l’economia facendo ripartire i consumi, frenati dalla perdita del 25% del potere d’acquisto delle retribuzioni, offrendo al tempo stesso agli imprenditori risorse aggiuntive per rendere le proprie aziende competitive, scegliendo la via dell’innovazione tecnologica.
Altro che mettere le mani nelle tasche degli italiani, come racconta in giro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il centrosinistra vuole fare l’esatto contrario: dare più soldi a chi lavora. Quanti? L’esatto ammontare varia a seconda delle scelte che verranno fatte. Dipenderà cioè, da come il “beneficio” sarà spartito tra imprese e lavoratori dipendenti. Nell’ipotesi di una divisione “equa” (metà e metà) il centro studi della Cgia di Mestre ha calcolato che la riduzione oscillerà tra i 269 e i 322 euro per le aziende, mentre per i lavoratori sarà tra i 255 e i 291 euro.

Attualmente, ricorda l’Ocse, il 45, 4% dello stipendio non finisce nelle tasche dei lavoratori italiani ma in quelle del fisco e della previdenza. Una percentuale solo di poco superiore a quella media dell’Europa a 15 (42, 07%) e della Ue allargata (42, 49). Anzi, ci sono quattro paesi – Belgio, Germania, Francia e Ungheria – dove addirittura oltre la metà della busta paga finisce nelle casse dello Stato. Nel 2005 in Italia il cuneo fiscale è leggermente diminuito ma solo per le famiglie con figli, mentre è rimasto stabile per i single.

Brutte notizie anche per i salari, cresciuti meno, al netto dell’inflazione, sia della media Ocse che di quella Ue. I salari lordi, prima cioè del prelievo fiscale, in Italia – informa l’Ocse – sono aumentati del 3,2% e al netto degli effetti dell’inflazione dell’1,1%. Gli aumenti medi sono stati invece del 3,9% nei paesi Ocse (1,5% al netto dell’inflazione), del 3,3% nell’Europa a 15 (1,3% in termini reali) e del 3,9% (1,4%) nell’Europa a 19. Sulle retribuzioni italiane pesa anche la mancata restituzione del “fiscal drag”, pari a due miliardi e mezzo di euro l’anno. In pratica, si tratta delle tasse in più che vengono ingiustamente fatte pagare ai lavoratori che, avendo ricevuto aumenti legati all’inflazione, finiscono in scaglioni di reddito superiori.

Aumentare i salari è dunque in Italia una priorità. Per tagliare di cinque punti il cuneo fiscale, come propone l’Unione, servono parecchi soldi, per non creare buchi nei conti pubblici. «Circa 12 miliardi per il primo anno e 10 dal secondo in poi», chiarisce Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil. Ovviamente «questo mancato gettito – spiega Lapadula – deve trovare una sua compensazione che, secondo noi, può essere assicurata con una maggiore tassazione delle rendite finanziare, soprattutto quelle derivanti da attività speculative e anche con una armonizzazione del prelievo sul lavoro, visto che ci sono contribuzioni molto basse tra gli autonomi e sottocontribuzioni nello stesso mondo del lavoro dipendente che oggi non trovano più giustificazione». Se per lo stato di difficoltà dei conti pubblici i dieci miliardi non fossero interamente disponibili, «bisogna dare la precedenza – sostiene il dirigente della Cgil – ai bassi salari».

E’ possibile tagliare di cinque punti il cuneo fiscale senza intaccare l’aliquota previdenziale e quindi i futuri trattamenti pensionistici? Lapadula è convinto di sì, dal momento che sul cuneo «gravano oneri impropri». Ad esempio, un punto e mezzo di aliquota riguarda «gli assegni familiari, che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale», poi ci sono i contributi sociali e gli oneri che riguardano la disoccupazione.

«Noi non attribuiamo effetti salvifici a questo provvedimento – precisa Lapadula – però, tenuto conto che ci sono tante imprese che sono con l’acqua alla gola, il taglio del costo del lavoro può aiutare la ripresa, favorendo anche un aumento dei consumi». Tuttavia, sottolinea il responsabile economico della Cgil, «è altrettanto importante investire in formazione e ricerca, perché il nostro modello di specializzazione produttiva è arretrato, specie su produzioni mature, a basso valore aggiunto, come il tessile e arredamento, su cui subiamo la concorrenza dei paesi emergenti. Perché – osserva Lapadula – la Germania si può permettere il 50% di cuneo? Perchè ha produzioni più avanzate delle nostre».