Comunisti, una storia di svolte

Svolta, nel lessico comunista, è stata una parola chiave. Se vogliamo, anche un tantino inflazionata. La più nota, e la più tragica, la fece Giuseppe Stalin sul finire degli anni Venti, e ne derivarono la politica «classe contro classe», l’identificazione tra socialdemocrazia e fascismo, la persecuzione sistematica, nel movimento comunista, di «opportunisti di destra» di ogni genere e tipo, e in una certa misura, anche la vittoria di Adolf Hitler in Germania. Ma pure la storia del comunismo italiano è ricca di svolte. La più importante, quella di Salerno, la fece Palmiro Togliatti, nel ’44. Anche Enrico Berlinguer, per archiviare la politica di larghe intese con la Dc, o almeno per metterla tra parentesi, pensò bene di recarsi nella città campana: ma la «seconda svolta di Salerno», come allora venne definita, non lasciò tracce troppo significative. Ben altra attenzione, visto che in ballo c’era la fine del Pci, suscitò, sul finire del 1989, alla caduta del Muro, la svolta di Achille Occhetto. Ma il «nuovo inizio» propugnato da Occhetto non ci fu, la «carovana» invocata per andare in cerca di un’altra terra promessa non si mise in cammino. Quella svolta produsse piuttosto, in luogo del Pci, due partiti, il Pds (poi Ds) e Rifondazione comunista. Non deve essere un caso se, a quindici anni di distanza dalla rottura, sentono di nuovo forte entrambi il desiderio di una nuova svolta, come se in tutto questo tempo non fossero riusciti a costruirsi un’identità soddisfacente.
I Ds (o quanto meno la maggioranza del loro gruppo dirigente) sono desiderosi, come è noto, di confluire, senza lasciarsene annullare, in un Partito democratico dove possano trovare casa i diversi riformismi, vecchi e nuovi, della politica e della società italiane: una svolta di tutto rispetto, se mai ci sarà. Ma ancora più importanti sono, a guardar bene, le svolte che Fausto Bertinotti ha già impresso a Rifondazione; e le nuove che già apertamente prospetta. All’inizio, quando sparò a zero contro lo stalinismo, faticammo, a dire il vero, a emozionarci: in fondo, dal rapporto segreto di Nikita Kruscev al ventesimo congresso del Pcus erano già trascorsi quasi cinquant’anni. Più significativa, poco dopo, risultò una seconda svolta, stavolta in direzione della non violenza, rappresentata non come una posizione moderata da contrapporre alle componenti più estremiste del movimento, ma, tutto al contrario, come «l’unica strada per un movimento capace di riscoprire la scelta anticapitalista e della liberazione»: comunisti gandhiani, sino ad allora, in effetti non se ne erano visti.
Una contraddizione? No, almeno agli occhi di Bertinotti. Che adesso, sull’onda delle svolte precedenti (compresa, si capisce, quella «governista», passata per pochi voti all’ultimo congresso di Rifondazione), propone una svolta ulteriore. Mettere la persona là dove c’erano le classi, i lavoratori là dove c’era il lavoro. Dare alla libertà uno spazio almeno pari a quello sin qui concesso all’uguaglianza. E soprattutto, dopo le elezioni, lasciarsi alle spalle Rifondazione o, meglio, ricollocarla in un soggetto più ampio, che sarà radicale, sì, ma non più comunista, almeno in senso stretto. Per Bertinotti, ci informa Riccardo Barenghi sulla Stampa , sarà «la svolta delle svolte», quella definitiva. Ottima cosa, anche perché non parlare più di svolte sarebbe la più grande delle svolte. Ma, purché non si tratti dell’ennesimo nuovo inizio che non inizia, e dell’ennesima carovana che non vuole risolversi a partire, ci accontenteremmo anche di qualcosa di meno.