Commissione Cia, parlano le vittime

Cresce l’attesa a Bruxelles per le testimonianze di due uomini scampati all’inferno delle prigioni clandestine della CIA. Sì, perché di scampati a queste prigioni ce ne sono ben pochi. Tre, quattro al massimo in tutto il mondo, su un numero ignoto di sequestrati. Poiché qui non stiamo parlando dei detenuti al Campo X Ray di Guantanamo, condannato dalle Nazioni Unite e criticato dal mondo intero. A quei detenuti, almeno, è stato concesso il diritto di avere un avvocato e le torture cui sono sottoposti non possono superare certi limiti, vista l’attenzione che si concentra sul campo.
In questo caso stiamo parlando degli “high value targets”, obiettivi di alto valore, presunti terroristi ritenuti importanti fonti di informazione, e che per questo non vengono inviati a Guantanamo: vengono sequestrati e inviati in carceri clandestine in Europa, in Afghanistan o nel Medio Oriente, dove possono essere interrogati dalla CIA o dai servizi locali senza le protezioni che concede lo stato di diritto. Dove le forme più efferate di tortura sono la regola.
Siria, Giordania, Egitto, Yemen, Marocco, Algeria, e poi ancora Tailandia, Uzbekistan, Kossovo, Bosnia, Macedonia (FYROM)… Per non parlare delle prigioni volanti, i Gulfstream III, i Boeing, gli aerei di proprietà della CIA che negli ultimi cinque anni hanno usato a piacimento i più importanti aeroporti europei, con il tacito consenso dei nostri governi. Ed è dall’inferno di questi lager che emergono i due uomini che verranno a parlare con la Commissione nei prossimi giorni. Due uomini: la loro peculiarità è che alla fine delle loro sofferenze non si è trovato nulla contro di loro. Non erano terroristi. Sei mesi di torture per el-Masri, un anno per Arar. Uno sbaglio, arrivederci. Niente scuse, però. In tutti e due i casi nessuno si assume responsabilità, e per questo ambedue gli uomini hanno avviato azioni penali nel tentativo di ottenere giustizia.
Diciamo la verità, magari una parte per quanto piccola di noi un moto di ammirazione nei confronti del governanti americani l’avrà avuto: che bravi, hanno visto che erano innocenti e li hanno lasciati andare. Commettono errori, non l’ammettono certo, però … Proprio come ha detto Condoleeza Rice ad Angela Merkel il 7 dicembre scorso a Berlino, quando la Merkel reclamava di sapere la verità sul caso el-Masri, e Condoleeza ammise che sì, qualche volta gli USA un errore lo fanno, ma sempre a fin di bene… Ma è proprio vero che il governo USA ha rilasciato questi uomini perché aveva capito di avere commesso un errore? Vediamo.
Khaled el Masri è cittadino tedesco, di origine libanese. Negli anni ’80, lo scrive lui nel suo curriculum, ha militato in Libano in una fazione estremista, Al Tawhid. Poi fugge e chiede asilo politico in Germania. Si sposa, diventa cittadino tedesco, fa il camionista, vende macchine, lavoricchia qua e là. Frequenta, per sua disgrazia, la moschea di Ulm, considerata dai servizi tedeschi un focolaio di estremisti. Nel dicembre del 2003, forse per un litigio in famiglia, decide di fare un viaggio da solo, se ne va a fare un giro, parte in autobus per la Macedonia, un viaggetto a poco prezzo. Ma è un arabo, e per gli arabi viaggiare in questo periodo non è consigliabile. Viene arrestato dalla polizia macedone, interrogato, picchiato, tenuto per tre settimane in Macedonia, e poi il grande volo: la Cia lo porta in Afghanistan, ai Salt Pits, le fosse di sale. Uno dei luoghi destinati agli “high value targets.”. E qui tralasciamo per favore le botte, le fantasie demoniache dei torturatori. Khaled perde trenta chili. Ma ecco invece arrivare un personaggio misterioso, un uomo di madrelingua tedesca, che appena lo vede, dice agli americani: ma avete sbagliato persona! E già, perché el-Masri è un signor nessuno, non è un terrorista. Un caso di omonimia? Forse. Ma ora che si fa? Che cosa si può fare di uno sequestrato per sbaglio? Appunto: quanti sapevano della cattura di el-Masri? Il governo macedone, evidentemente il governo tedesco. Il governo americano. Troppi. Qualcuno potrebbe parlare, non si può, come dire neutralizzare, uno così. Lo devi lasciare andare, anche se diventerà un testimone scomodo. Ed è questo quanto el-Masri si accinge a fare adesso di fronte alla Commissione investigativa del Parlamento europeo. Sarà interessante vedere se qualcuno vorrà ancora dipingerlo ancora come un terrorista, dopo che la CIA lo ha rilasciato, come se poi essere un terrorista significasse non avere diritto alle garanzie dello stato di diritto. Come se il terrorismo si dovesse combattere con le sue stesse armi.
Nelle prossime settimane ci occuperemo del cittadino siriano-canadese Maher Arar. E poi del cittadino egiziano-australiano Mamdouh Habib e del cittadino egiziano, ex-rifugiato in Svezia, Muhammed Al Zery. Che cos’hanno in comune? Tutti e tre, come el-Masri, sequestrati e torturati per sbaglio, poi rilasciati. Non erano terroristi. Errori, gli unici di cui si sappia.