Commesse alla catena e pagella a fine mese

Terzo Mondo. Il clima di terrore tra le lavoratrici fa pensare alle peggiori situazioni di sfruttamento del terzo mondo, ma si tratta della catena di discount più diffusa nella civilissima Europa: cassiere cronometrate perchè sbrighino un cliente al minuto,
ispezioni personali e nelle automobili private per scongiurare il sospetto di furti, pagelle di fine mese con tanto di voti sulla produttività, assistenti che si fingono ladri per testare la pronta reazione delle addette, telecamere nascoste nei magazzini. Alla Lidl – colosso tedesco della grande distribuzione a basso costo, presente in 23 Paesi del vecchio continente con oltre 7.500 punti vendita – non è solo prassi. È precisa strategia aziendale, inculcata alle nuove leve dirigenti nei corsi di formazione studiati appositamente per insegnare in che modo impedire la formazione di rappresentanze sindacali e usare «il conflitto come opportunità».
Così si spiega la competitività dei supermercati in questione: vendere i propri prodotti a prezzi più bassi dei concorrenti facendo pagare la differenza ai propri dipendenti. Non pagare le ore di straordinario facendo sentire inadeguati i lavoratori, costringerli a svolgere qualsiasi mansione, dalla pulizia dei bagni allo scarico merci, e sottoporli a continui ricatti è la lucrosa filosofia aziendale che nel 2005 ha fatto chiudere ad oltre 40 miliardi di euro il fatturato di gruppo.
Non fa eccezione l’Italia, dove Lidl è presente con 400 supermercati ed oltre 6mila dipendenti, per l’80% donne con contratti part-time da 600 euro al mese. «L’impatto con la Lidl è stato traumatizzante fin dal primo minuto – racconta Felicita Magone, da 14 anni addetta al supermercato di Albenga (Savona) – quando a me e alle altre candidate chiesero d’imparare a memoria i codici di duecento prodotti per poter essere più veloci alle casse. Nel periodo di addestramento il clima era da campo di concentramento e i ritmi erano pazzeschi, anche quattordici ore di lavoro massacrante senza il tempo di mangiare un panino. Dovevamo aprire i cartoni con le mani nude, così che dopo pochi giorni erano gonfie come panettoni. Risparmiavano all’osso sulla nostra pelle».
Eppure Felicita ha tenuto duro, doveva farlo «con un bambino piccolo da allevare e nessun altro lavoro part-time all’orizzonte». Non a caso l’azienda (che ha il turn over più alto d’Europa) assume soprattutto donne con figli piccoli e persone poco qualificate, ovvero le tipologie di lavoratori maggiormente ricattabili. Ha superato l’addestramento, ma per scoprire che «la pressione psicologica alla Lidl costituisce la normalità». Continui rimproveri e insulti, assenza di pause per mangiare e persino per andare in bagno, mobbing ed insinuazioni su possibili ammanchi di cassa. Nella catena tedesca si lavora anche in assenza delle più elementari norme di sicurezza: «Ci costringevano ad arrampicarci su gabbie metalliche alte due metri e mezzo – continua Felicita – dove dovevamo saltare per pressare i cartoni col peso del corpo. Solo di recente hanno acquistato una pressatrice, ma i locali restano inadeguati: tutto è stipato in un unico spazio, magazzino, servizi igienici, armadietti, nessuno spogliatoio».
In un quadro generalizzato di soprusi e negazione dei più elementari diritti dei lavoratori, non stupisce che le relazioni sindacali siano inesistenti. «Sono del tutto superflue» è la versione ufficiale del gruppo, tanto che il primo punto vendita che osò fare una giornata di sciopero, quello di Kalw nel sud della Germania, fu chiuso nel giro di poche settimane. «Dopo aver rotto le trattative sul contratto integrativo nel 2003 per il totale ostruzionismo dell’azienda – spiega Lori Carlini, segretaria nazionale della Filcams Cgil – è stato impossibile riprendere i contatti. Alle richieste d’incontro non riceviamo nemmeno risposta e il diritto d’informativa alle organizzazioni sindacali è completamente disatteso. La sindacalizzazione è molto difficile, anche perchè in ogni negozio lavorano al massimo nove persone, ovviamente sotto organico. Ma il fermento sta crescendo, i lavoratori stanno diventando più consapevoli e non vogliono più farsi sfruttare».
Merito, soprattutto, di due ricerche pubblicate nel 2004 e nel 2006 – Il libro nero della Lidl in Germania e Il libro nero della Lidl in Europa – realizzate dal sindacato tedesco del commercio, che hanno squarciato il muro di silenzio che vigeva intorno ai soprusi sui lavoratori. In seguito sono nati su internet numerosi blog che i dipendenti usano per fare rete fra di loro e che sindacati ed attivisti dei diritti umani utilizzano per portare lo scandalo a conoscenza dell’opinione pubblica. In Italia tra i primi a sfogarsi è stato Emanuele D., assistente di 32 anni, con una lettera pubblicata sul blog di Beppe Grillo, che ha dato il via a numerosi messaggi provenienti dai discount di tutta Italia. Comunicazioni che hanno posto le basi per due interrogazioni parlamentari recentemente presentate in materia (Fabio Giambrone dell’Italia dei Valori e Roberto Salerno di An).