Commento di Delfina Tromboni

L’emozione ti prende subito, prima ancora di entrare nell’area della festa, quando due parole: “comunisti” e “L’Ernesto” ti vengono incontro, gigantesche, dallo striscione bianco che “buca” il lunotto della macchina. Tutti quelli che passano di qui, penso, ed è una strada di gran traffico, non possono non vederla quella scandalosa parola. Comunisti. Non potranno fare a meno di chiedersi: ancora? e quali? quelli del PdCI?, quelli del PRC? quelli che nel PD ancora si illudono di potersi dire tali? quelli che, disillusi, delusi, incazzati, sono finiti nella diaspora?… Ecco, già qui un lieve malessere si insinua a lenire la gioia con cui il cuore è sobbalzato un attimo prima al pensiero che noi, proprio noi, piccolissima minoranza senza potere e senza denaro, siamo riusciti a mettere in piedi nientemeno che un appuntamento nazionale di festa della nostra rivista, L’Ernesto. Mi arrabbio con me stessa, scendendo dall’auto, e afferro il bastone a cui devo appoggiarmi per camminare come una clava. Fino a quando? Fino a quando continueremo ad essere divisi e dispersi? Entro nell’area della festa dall’ingresso principale, il mio compagno mi fa strada e mi aiuta ad affrontare le piccole asperità del terreno, con la sollecitudine con cui sempre si prende cura della mia malandata salute. Comincio a contare gli stand e mi sembra un miracolo… la libreria, l’associazione Italia Cuba, il bar, il Ristorante, la piazza, la balèra, l’artigianato… Il compagno di Italia Cuba mi aggancia subito, chiede un progetto per l’8 marzo dell’anno prossimo, mi impegno a prepararlo (non l’ho dimenticato…). Un gruppo di compagni e compagne con Fosco Giannini sta facendo una riunione mattutina. “Frazionisti, eh?” rido mentre i compagni e le compagne che conosco mi si fanno incontro, un pò impressionati dal mio bastone, si vede dagli occhi, anche se tutti fanno finta di niente. Marina di Piove di Sacco mi aggancia, perchè non facciamo un foglio periodico da inviare via internet ad altre compagne e alle donne che ci stanno vicine? Coniugare l’appartenenza di classe con quella di genere è un discorso ancora quasi tutto da fare… Dico di sì, come si fa a dir di no? Spero di farcela, sussurro… (da qualche settimana ci stiamo lavorando, dovremo pur dirlo prima o poi all’area …). Francesco Maringiò ha la faccia di chi non dorme da tre giorni, siede ad un tavolino del bar con due ragazze giovanissime, salite da Roma nel caldo di Bologna per dare una mano. Sono bellissime, giovani e fresche, che nostalgia… la passione dei vent’anni è un’altra cosa da quella matura di questa stagione avanzata. Chiedo a Dante una fotografia del manifesto con il pugno arcobaleno che si chiude attorno ad una enorme falce e martello, saluto Vaia al ristorante, e la Saricchia con i suoi riccioli biondi ed un fidanzato-compagno con cui disserta di stalinismo mentre prepara le cose per il pranzo. Senza un pò di stalinismo questa festa non si sarebbe fatta, le dice beffardo Stefano Franchi, l’ostinato sostenitore della nostra capacità di reggerla, una festa così, e di farla funzionare. Lo abbraccio e gli perdono ancora una volta questo attaccamento alla parola, stalinismo, a cui, sono certa, non corrisponderebbe – se fosse vissuto all’epoca delle purghe – alcuna condivisione. Ripeto quello che dico sempre: nell’URSS delle purghe, noi saremmo finiti nei gulag. Forse perfino Sorini e Catone e Hobel , i più teorici dei teorici… C’è anche Ibba, dalla Sardegna, dodici ore di nave mi dicono la moglie ed il figlio, ma che bella è Bologna, il santuario di San Luca, la festa… Da noi, dice lei con un pò di rimpianto nella voce, si è perso tutto, non c’è più nulla, non riusciremmo mai a fare una festa così, ma nemmeno il PD, cosa credi. Si, c’è un’alchimia particolare, qui a Bologna: siamo così diversi l’uno dall’altro, dall’altra che c’è da chiedersi come può funzionare quest’area, ed il progetto ambizioso che abbiamo: riunificare i comunisti, fare un partito comunista degno di questo nome… Quando vedo Dante e Ibba andare dietro il bancone della cucina a dare una mano, Dante con le bretelle all’inglese su una canotta grigia (nulla a che fare con quella di Bossi…) che simpaticamente accentua la pancia che porta con disinvoltura sul lato A, capisco che non si tratta solo di entusiasmi, e di passioni. Di un partito vero c’è bisogno, di dare una risposta alla domanda/affermazione che sta alla base del dibattito di stasera, c’è bisogno, come dell’aria. Perchè non possiamo non dirci comunisti, è la domanda. Peccato. Sono riuscita ad evitare che il Bar della Piazza si chiamasse Bar Stalingrado. A mettere una e alla fine dei nomi declinati solo al maschile non li ho ancora convinti. Ma c’è tempo.

Delfina Tromboni