Commento di alcuni articoli sull’ingresso del PRC nella GAD

CLAUDIO GRASSI (Segreteria nazionale PRC e coordinatore dell’area dell’Ernesto)

COMMENTO AD ALCUNI ARTICOLI RELATIVI ALL’INGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA NELLA GAD

Recentemente sono usciti alcuni articoli che mi paiono importanti poiché, seppure da versanti molto diversi, confermano le nostre valutazioni e preoccupazioni.

Nelle ultime righe di un articolo de Il Riformista, giornale vicino a D’Alema e alla componente più moderata del centrosinistra, si dice: “la nuova Rifondazione depurata culturalmente è il capitale più importante che Bertinotti porta in dote al centrosinistra italiano”.

Vi faccio notare due cose: “Depurata culturalmente” è un concetto significativo che allude alle ultime scelte della maggioranza di Rifondazione sulla nonviolenza, il non riconoscimento della Resistenza irachena, la positività di Bad Godesberg e la critica del Novecento che la renderebbero, appunto, depurata culturalmente!

In secondo luogo, dice Il Riformista, tutto ciò viene portato in “dote al centrosinistra”, confermando quindi, che l’ingresso nella GAD non solo non ha rotto nessuna gabbia ma ha reso il Prc interno al centrosinistra, seppure con un altro nome!

Il secondo articolo di Aprileonline, giornale telematico della Sinistra DS, è ancora più interessante poiché le valutazioni che contiene vengono fatte da compagni che ci sono vicini e che ci conoscono bene.

Come potete leggere, sono una conferma clamorosa di quanto sosteniamo da tempo e di quanto diciamo nella mozione, e cioè il fatto che Rifondazione ha abbandonato il suo approccio consolidato nel costruire le alleanze: prima i contenuti e poi gli schieramenti.

Oggi, prima si entra nello schieramento, e per i contenuti si vedrà…!

Si dice infatti nell’articolo: “Bertinotti si è impegnato a non alzare la posta, ha promesso che si atterrà alle decisioni comuni, ha respinto il modello conflittuale…” e inoltre: “il riconoscimento di serietà arrivato dal Corriere della Sera (editoriale di Paolo Franchi di ieri 11/1) è il sintomo che anche ambienti lontani dal centrosinistra hanno compreso che la credibilità della GAD non è a rischio per colpa del Prc”.

Più chiari di così!

Noi non siamo affatto incoraggiati se ambienti lontani al centrosinistra si sentono tranquillizzati dalle ultime scelte di Rifondazione, al contrario, ne ricaviamo la necessità di insistere sulla nostra posizione e cioè: nessuna subalternità alla GAD, prima il programma poi l’alleanza e nessuna svendita del nostro patrimonio storico e ideale; con lo sguardo rivolto in avanti abbiamo le nostre radici ben salde nella storia del movimento operaio, essere comunisti, appunto!

SEGUONO 3 ARTICOLI:

Il Riformista 15/12/04

La crisi del governo Lula vittima della legge di Fausto

C’è una legge non scritta che regola le sorti di ogni governo di centrosinistra. Si tratta di una legge cosmica, astorica e apolitica, impermeabile alle diverse condizioni del paese e della congiuntura in cui di volta in volta un governo progressista sale al potere. Legge inappellabile che consiste in questo: almeno la prima volta, quale che sia il programma e quale che sia il profilo del premier, siano anche entrambi i più radicali immaginabili – siano anche, poniamo, il grande piano contro la fame il principale punto di programma e sia premier il beniamino dei no-global Luiz Inàcio da Silva, detto Lula – inevitabilmente finisce che un Bertinotti locale (un Bertinotti prima maniera, versione 1998) decide di mollare tutto e fare fagotto. Per finirla con il continuismo, con l’omologazione alla destra e con la mancanza di una reale svolta di politica sociale nel governo del centrosinistra.

Non abbiamo scelto espressioni a caso, né le abbiamo prese dal lessico bertinottiano del ’98 (anche se avremmo potuto, perché – a dimostrazione della tesi – era pressoché identico). No, quelle che abbiamo citato sono le ragioni in base alle quali un partito della maggioranza ha deciso di abbandonare il governo Lula. Si tratta del Partito popular socialista (Pps), cui si aggiunge anche l’uscita del Partito do movimento democràtico brasileiro (Pmdb), che si considera non sufficientemente valorizzato e che potremmo ragionevolmente accostare all’Udeur di Mastella, se non fosse che è il secondo partito del Brasile. Il primo rappresenta invece l’anima izquierdista del governo e sembra pronto a unirsi al Partito democràtico trabalhista, già fuori dalla maggioranza. Entrambi questi ultimi criticano, va da sé, la derechización («destrizzazione», quella che altri direbbero, più sobriamente, la «svolta moderata») in cui sarebbe precipitato persino l’idolo di Porto Alegre (per il Pmdb invece, come detto, il problema è più prosaico e si riassume nella richiesta di ministeri di maggiore peso).

Nel caso il parallelo con l’Italia non apparisse sufficientemente motivato per trarne una legge universale, aggiungiamo che la rottura si produce proprio quando – dopo un periodo particolarmente difficile – Lula tornava a guadagnare consensi. E che la scelta di abbandonare il governo sta spaccando i partiti tra «gobernistas» e anti-governativi, tra ministri e amministratori locali restii a dimettersi e dirigenti convinti della linea dura, con tanto di ricorsi al tribunale per stabilire chi sia titolato a decidere.

Entrambi i partiti che si apprestano a uscire dal governo potrebbero dunque presentarsi con un proprio candidato alle elezioni del 2006, quando i nodi verranno al pettine.

Proprio come in Italia. Con la differenza che da noi la svolta gobernista di Bertinotti (si spera) dovrebbe avere già regolato i conti con la fazione dei radicali. La nuova Rifondazione depurata – culturalmente, s’intende – da questa antica sindrome di purezza incontaminata dalle pastoie del governo è forse il capitale più importante che Fausto Bertinotti porta in dote al centrosinistra italiano.

APRILEONLINE, 12/1/2005

Perché (certi) riformisti hanno torto sulla coalizione allargata a Rifondazione

Bertinotti non è (più) il Bossi del centrosinistra

A differenza di quanto ancora pensano alcuni negli ambienti cosiddetti riformisti, oggi le strategie politiche di Bossi e Bertinotti non potrebbero essere più divaricate. Per molti anni il subcomandante Fausto è stato additato come il Bossi del centrosinistra, non senza qualche ragione. In fondo Rifondazione ha fatto cadere il governo che sosteneva così come la Lega (anche se a differenza di quest’ultima non ha dato vita ad alcun ribaltone). Come il Carroccio, anche il Prc è apparso tenere “sotto ricatto” il capo del governo. E similmente al primo Bossi, Bertinotti ha sempre posto le materie programmatiche al di sopra di altri pur importanti aspetti della politica (vale a dire le poltrone, che dovrebbero essere lo strumento per realizzare il proprio programma, non il contentino per stare zitti come invece è per l’Udc, per An e oggi per la stessa Lega).

Similitudini e confronti potrebbero sprecarsi. Ma la situazione di oggi è ben diversa da quella di qualche anno fa. Bossi è oggi l’alleato più fedele e più “utile” di Berlusconi. La sua sparata – “ci presentiamo da soli alle regionali” – rimarrà quasi certamente tale. Servirà però a Berlusconi per costringere Formigoni e altri a non presentare liste personali, strumento che serve a “camuffare” i governatori incumbent del Polo in candidati se non “terzisti”, per lo meno slegati dal premier. Essi sanno bene che l’unico loro tallone d’Achille è il legame politico che li accomuna a Berlusconi. Basta che il centrosinistra dica: “Formigoni è dello stesso partito di Silvio” perché il primo perda decine di migliaia di voti. Ma se Formigoni (o Fitto, o Biasotti) si presentano come i candidati delle loro liste, allora il giochino dell’avversario gli si rompe in mano.

A fare le spese delle liste personali, soprattutto, Forza Italia e Lega. Per questo Bossi è disposto ad una rottura – magari parziale, magari solo per “alzare il prezzo” – rottura che se è vero che fa il gioco del premier, tuttavia scoprire le profonde divisioni che attraversano il centrodestra.

Diversa, in parte opposta, la strategia di Bertinotti. Il segretario del Prc, lo ha detto chiaramente, è determinato nel volere un accordo politico e programmatico con il centrosinistra. Non una desistenza, ma un patto a tutto campo che preveda anche la diretta partecipazione al governo. Un patto di legislatura. Bertinotti si è impegnato a non alzare la posta, ha promesso che si atterrà alle decisioni comuni (se prese in modo democratico), ha respinto il modello conflittuale mutuato dal sindacato che egli stesso aveva assunto nei riguardi del primo governo Prodi e della sua maggioranza. Il riconoscimento di serietà e responsabilità che arrivava ieri dalle colonne del Corriere della Sera è il sintomo che anche ambienti lontani dal centrosinistra hanno compreso che la credibilità della Gad non è a rischio per colpa del Prc.

Gli unici che non l’hanno capito paiono essere i cosiddetti riformisti di cui sopra, che si sbracciano, si strattonano, si dilaniano con la scusa di voler dare all’Alleanza una “guida riformista” che la renda “credibile”. Nel farlo, espongono la coalizione a mille fibrillazioni, queste sì deleterie per la sua credibilità.

E, tuttavia, anche Bertinotti sbaglierebbe a portare questo senso di responsabilità all’estremo. Una volta vinto il congresso – su una linea che non si può non considerare la vera novità politica di questa stagione – il compito del segretario del Prc inevitabilmente cambierà. Dopo aver conquistato i galloni dell’affidabilità dovrà dimostrare che Rifondazione è in grado di spostare a sinistra l’asse della coalizione, dovrà cioè convincere gli elettori di sinistra disorientati che Rifondazione non solo non farà cadere il governo prossimo venturo, ma che sarà anche in grado di influenzarne la direzione. In due parole, che il voto a Rifondazione è un voto utile. Una sfida ancora più difficile, ma che se Rifondazione saprà vincere può portarle in dote molti, moltissimi consensi oggi in libera uscita soprattutto dai Ds.

[G.I.]

LA RIFONDAZIONE DECISIONISTA DI BERTINOTTI

di Paolo Franchi

Corriere della Sera, 11/1/2005

C’ è stato un tempo, non lontanissimo, in cui tutti o quasi i dubbi e gli interrogativi, sotto l’ Ulivo, riguardavano Fausto Bertinotti, e i mille problemi che avrebbe comportato la stipula, con Rifondazione comunista, di un patto per governare resistente e accettabile anche per gli elettori moderati. Poi di tutto questo si è parlato sempre meno. Perché l’ epicentro della litigiosità si è spostato nella zona centrale dell’ Alleanza.

È perché Bertinotti ha il suo congresso. Un congresso molto difficile, in cui alla mozione del segretario se ne contrappongono ben quattro di opposizione. Ieri Bertinotti, che tutto è fuorché un acchiappanuvole, ne ha parlato in una bella intervista rilasciata, per l’ Unità, a Simone Collini. E ha detto cose assai chiare, facendo ricorso a un lessico che, se questi aggettivi non lo offendessero, si potrebbe definire maggioritario e persino decisionista. Per cominciare: «Io non sono un segretario di sintesi», «il congresso decide con il 51%», un consenso più ampio è naturalmente ottima cosa ma non bisogna annacquare le scelte per guadagnarlo, perché «in ogni caso vale la democrazia». E dunque chi ha una maggioranza, anche risicata, su una linea politica deve guidare il partito su questa linea. Questa maggioranza Bertinotti se la guadagna sul campo, prendendo di petto (prima di tutto con la scelta della non violenza) questioni identitarie cruciali per Rifondazione comunista e, nello stesso tempo, indicando una scelta netta, non negoziabile, per quella che una volta si chiamava (e sarebbe bene si chiamasse ancora) la prospettiva politica. Una scelta (attenzione) che non consiste necessariamente nell’ ingresso al governo. «Una sola cosa non esiste: la desistenza. Bisogna lavorare per costruire un programma comune» per battere Berlusconi, replica agli oppositori, convinti invece che, con il centrosinistra, si dovrebbe cercare al massimo un accordo simile a quello (di desistenza, appunto) stipulato nel ‘ 96. Un accordo che valse a Romano Prodi la vittoria, certo, ma, due anni dopo, anche il licenziamento anticipato. Il suo congresso, è chiaro, Bertinotti lo vincerà. Lo sa lui, lo sanno i suoi avversari interni che, come tutta Rifondazione, di lui non possono fare a meno. E lo sanno pure Prodi e i partner riformisti dell’ Ulivo. Che hanno tutti i motivi al mondo per esserne felici e contenti, meno uno. Perché i problemi veri si presenteranno proprio quando Bertinotti avrà raccolto, com’ è giusto, i frutti di una battaglia dichiarata, combattuta e vinta. Cominceranno nelle famose primarie, che il leader di Rifondazione vuole come Prodi, ma per parteciparvi e per pesare attorno al suo nome la forza della sinistra più a sinistra. E si faranno più spinosi quando si tratterà di mettere a punto un programma che, avverte già ora Bertinotti, «non è un pranzo di gala, ma un processo politico, in cui c’ è il consenso e c’ è il conflitto». La partita è difficile. Ma la sua strategia e i suoi tempi Bertinotti li ha calibrati bene. Non sarebbe facile sostenere la stessa tesi a proposito di molti suoi interlocutori.