Come si smantella lo stato sociale

* (Direttrice del Gruppo di ricerca sugli attori internazionali e il loro discorso (Graid), istituto di sociologia, Bruxelles).

Nella dinamica della costruzione europea il sociale è un po’ come l’Eden: una deliziosa promessa. Come disse il poeta: «Un jour viendra, couleur d’orange…» (Verrà quel giorno di colore arancio…) Ma si dovranno sopportare tante sofferenze (tante riforme) prima di avere un sistema sociale comunitario rispondente ai bisogni degli europei.
In realtà, l’Unione economica e monetaria, prefigurata dall’Atto unico (1986) e consacrata dal Trattato di Maastricht (1992), ha creato un sistema politico ed economico che contribuisce a delegittimare, negli stati-nazione dell’Europa occidentale, tutto ciò che i movimenti dei lavoratori hanno conquistato in materia di diritti sociali e democrazia sociale. La nozione di «modello sociale europeo», coniata dai responsabili politici e dagli intellettuali progressisti negli anni 1987-1988 nella lotta contro questo processo di smantellamento, ha finito per rivelarsi controproducente, generando un enorme equivoco sul quale giocano tuttora le autorità dell’Unione.
In origine, il concetto di «modello sociale europeo» avrebbe dovuto costituire la base di un intervento normativo su scala comunitaria. L’obiettivo era di sciogliere i condizionamenti imposti dall’Atto unico, che subordinava il sociale al progetto di grande mercato (i), sostenendo che i diritti sociali fossero parte integrante del patrimonio comune a tutti gli stati membri, e costituissero per di più una specificità a confronto con il resto del mondo.
Ma di fatto, la ricerca di un’«essenza sociale», condivisa in modo atemporale e apolitico dall’insieme della classe politica europea, ha finito per condurre a una cernita sempre più severa tra i principi da adottare come «comuni». Questo processo di limatura, efficacemente descritto dal termine di «sode» (zoccolo) è incentivato anche dalla fragilità dei principi sociali a livello europeo. In effetti questi principi, una volta isolati dal contesto della storia nazionale, tendono a perdere la legittimità derivante dalla memoria collettiva dei conflitti salariali di ogni società.
Inoltre, una volta ridotta a «essenza comune», la formula di «modello sociale europeo», per quanto consacrata dai grandi testi dell’Ue (2), finisce per avvalorare l’idea che al di là di quell’«essenza», la diversità delle prassi debba indurre ad accantonare definitivamente ogni tentativo di armonizzazione legislativa. È questa ad esempio l’opinione espressa dal socialdemocratico tedesco Giinter Verheugen, vicepresidente della Commissione europea: «Ogni paese ha le sue tradizioni. È inutile tentare di unificare i nostri sistemi sociali. In cia-scun paese le risorse destinate al sociale si equivalgono in proporzione, ma i metodi adottati sono diversi (3)».
Alla fine, l’Unione europea ha formulato tre grandi principi consensuali che dovrebbero costituire il cuore dell’Europa sociale: il sostegno al mercato, in quanto creatore del circolo virtuoso «crescita- posti di lavoro»; un «alto livello di protezione sociale» e lo sviluppo del dialogo sociale. Questo trittico consacrerebbe a un tempo la regolazione dell’economia da parte dei pubblici poteri e il ruolo delle parti socio-professionali. Ma nel suo «essenzialismo», quest’impostazione elude la questione dei mezzi da mettere in campo per conseguire i suoi obiettivi; e non tiene in alcun conto il conflitto per la ripartizione e redistribuzione delle risorse che attraversa ogni società. Come se bastasse affidarsi alla buona volontà di ciascuno, e a una serie di regole facoltative. Difatti, la Carta dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, adottata nel 1989, non ha alcun valore vincolante.
Nel XIX secolo, l’invenzione del sociale – per riprendere la felice espressione di Jacques Donzelot (4) – a fronte dell’egemonia del capitalismo industriale, è originata dalla collisione violenta tra due
sfere: quella politica, per la quale i cittadini sono liberi e uguali, e la sfera economica, che riduce la stragrande maggioranza della popolazione allo stato di schiavi alla mercè della buona volontà padronale. Il diritto sociale ha fornito i mezzi per correggere questa schizofrenia, legata all’intima natura del capitalismo, mediante la produzione di strumenti collettivi. Era in gioco l’idea stessa di società, che occorreva proteggere dal mito devastante, consacrato dal diritto civile come da quello commerciale, per il quale ogni atto è semplicemente il prodotto di responsabilità ed iniziative individuali, indipendentemente dalla disparità dei rapporti di forze. Ignorando ad esempio che è impossibile pensare ad un contratto di lavoro come a un accordo stipulato tra individui uguali.

IL DIRITTO SOCIALE nasce da questa necessità di tener conto del principio di realtà, che la sociologia, allora ai suoi primi passi, doveva contribuire a porre in luce. Senza la creazione di istituzioni compensatorie, la società si dissolverebbe nella barbarie del dominio di pochi privilegiati su tutti gli altri. D’altra parte lo sviluppo del diritto sociale implica necessariamente l’emergere di uno stato sociale, nella forma concreta dell’istituzione di servizi pubblici: è necessario che un’autorità pubblica produca in continuazione e contribuisca a produrre «società», o in altri termini, un complesso di istituzioni (per l’insegnamento, le prestazioni sanitarie, i trasporti pubblici ecc.) più o meno esenti dalle logiche che subordinano le energie umane alla valorizzazione del capitale.
Ecco perché democrazia politica e democrazia sociale sono indissociabili. E presuppongono la creazione di contro-poteri, di contro-istituzioni, di un contro-pensiero in grado di dar vita a un’autonomia d’azione dei poteri pubblici, nel quadro di un ordinamento pubblico sociale che trascenda il peso degli interessi particolari (capitalistici, religiosi ecc.)
Tutte queste «invenzioni», che consentono un agire collettivo, in questi ultimi anni sono state «neutralizzate» o smantellate una dopo l’altra, per effetto, delle ingiunzioni politiche emananti dalle nuove sedi del potere transnazionale, cioè «transdemocratico», di cui l’Unione europea è uno dei centri più attivi. Quest’opera di distruzione è arrivata a un punto tale da consentire all’Unione dì annunciare che la prossima tappa della riforma riguarderà precisamente ciò che ha dato vita all’autonomia pubblica a fronte del capitalismo: il diritto del lavoro (5).
In effetti, secondo l’Agenda sociale 2005-2010 elaborata da Manuel Barroso «la Commissione europea si propone di adottare un Libro verde sull’evoluzione del diritto del lavoro. In questo Libro verde la Commissione analizzerà l’attuale evoluzione dei nuovi modelli organizzativi del lavoro e il ruolo del diritto del lavoro quando si tratti di far fronte alle evoluzioni in atto fornendo condizioni ambientali più sicure per favorire transizioni efficaci sul mercato del lavoro. Il dibattito così aperto potrà condurre a proporre un ventaglio di azioni di modernizza-zione e di semplificazione delle regole attuali».
Nella maggior parte dei paesi dell’Unione, lo smantellamento del diritto del lavoro avanza inesorabilmente, con la scomparsa del concetto di «posto di lavoro appropriato», i licenziamenti facili, l’ingerenza delle giurisdizioni civile o commerciale nei conflitti sindacali (in particolare per vietare i picchetti durante gli scioperi), le richieste sempre più frequenti di deroghe ai principi generali del diritto del lavoro, nell’intènto di spianare la strada alla «scelta» del ritorno alla responsabilità individuale… In tal modo il lavoro torna ad essere un oggetto asociale, senza una regolamentazione collettiva, nuovamente sottoposto alla chimera della libertà – cioè del rischio individuale.
La revisione della direttiva del 1993 sugli orari di lavoro è un buon esempio di quest’opera di erosione sistematica del diritto del lavoro, in cui ogni arretramento prepara quello successivo. La direttiva stabilisce per la durata massima del lavoro settimanale una media di 48 ore, calcolata su quattro mesi (compresi gli straordinari). In pratica, questo calcolo consente di imporre a un dipendente 13 ore di lavoro al giorno per sei giorni, in alternanza con periodi di tre giorni a sei ore al giorno, senza riposo compensativo al di fuori delle 24 ore obbligatorie di riposo settimanale (6): una deregulation che è una bomba, con tanto di carica nucleare, dato che autorizza anche di peggio, purché la decisione sia presa di comune accordo tra il datore di lavoro e il dipendente. Siamo dunque tornati al primato del contratto personale rispetto alla contrattazione collettiva!
Il 22 settembre 2004 la Commissione ha proposto la revisione della direttiva sugli orari di lavoro. Non si tratta affatto di un omaggio al metodo del progresso a piccoli passi, ma al contrario di un bell’esempio del meccanismo europeo di «costruzione regressiva». In effetti, anziché sopprimere la possibilità di deroga individuale per mutuo accordo, Bruxelles suggerisce semplicemente di inquadrarla nell’ambito di contratti collettivi. Inoltre la proposta della Commissione prolunga l’orario legale di lavoro e accresce la flessibilità, prevedendo che la media settimanale di 48 ore venga calcolata su 12 mesi, con l’obbligo di non superare il limite di 65 ore – salvo nel caso di un contratto collettivo in questo senso. Per i settori che li prevedono, i turni di «disponibilità a chiamata» saranno conteggiati ai fini degli orari di lavoro e di riposo (e remunerati come ore di-lavoro) solo in caso di prestazione effettiva.
Un emendamento del parlamento europeo esclude la possibilità di rinuncia individuale al limite massimo dell’orario settimanale (portato a 65 ore); nei tre anni successivi all’entrata in vigore della direttiva, salvo il caso che una legge o un contratto collettivo disponga diversamente. Ad esempio, il Regno unito potrebbe mantenere il proprio status in deroga. Questa successione di piccole correzioni, presentate di volta in volta come vittorie, porta in definitiva a un diritto sociale sempre più vago, complessivamente regressivo e infarcito di deroghe, tanto da non consentire più di ragionare in termini di principi generali comuni.
Con il suo diverso modo di concepire il diritto e il potere politico, l’ordinamento comunitario ha trasformato in profondità il contenuto stesso della politica sociale, neutralizzando le sue capacità di resistenza e di produzione di punti di riferimento non capitalisti o anticapitalisti. Peraltro, fin dal 1957 il Trattato di Roma aveva ingiunto alla Francia e all’Italia di riscoprire le virtù del libero mercato, in contrapposizione alla loro cultura economica più orientata verso l’intervento pubblico.
Nel 1986 il rilancio dell’integrazione economica, con il progetto di grande mercato interno, rafforza ulteriormente l’idea del primato di un ordine giuridico superiore – il diritto alla libera concorrenza – volto a epurare le attività umane da interventi non graditi. L’Atto unico riduce la norma sociale (legge o contratto) alla nozione di regole minime, che oltre tutto non devono intralciare l’attività delle Pmi.
La subordinazione delle regole sociali all’ordine economico concorrenziale è portata avanti nei trattati successivi: si ammette che possano essere complementari, nella misura in cui contribuiscono al buon funzionamento del mercato interno, ma non appena entrano in contraddizione con le regole della concorrenza divengono «impedimenti» da sopprimere. Nel 1992 il Trattato di Maastricht pone chiaramente la politica sociale al servizio della competitività delle imprese. Nel 1993 il Libro bianco della Commissione presieduta da Jacques Delors, intitolato «Crescita, competitività, occupazione», concepisce la politica occupazionale come vettore di riforme profonde del mercato del lavoro e di sistemi di sicurezza sociale destinati a rafforzare la competitività. Il dialogo sociale è incoraggiato dal Trattato di Maastricht, in vista dello sviluppo di rapporti «deconflittualizzati»: è la cultura del partenariato, ove la ricerca dell’accordo ad ogni costo fa passare in secondo piano i suoi contenuti (7). Nel 1997, il Trattato di Amsterdam accentua ulteriormente la visione «deloriana» del lavoro: promozione dell’adattabilità, dell’impiegabilità, della flessibilità e delle logiche di «responsabilità individuale». E quest’arretramento è generalizzato dalla politica finalizzata all’«aumento del tasso occupazionale». A tutto ciò si aggiungono due patti intergovernativi (di «stabilità» e «per la crescita e l’occupazione» (8) ) che accentuano sempre più la delegittimazione degli strumenti di politica pubblica avviata dal Trattato di Maastricht: pollice verso per la tassazione diretta, i contributi sociali, la politica di bilancio, il potere di intervento pubblico sulla creazione di moneta…
Nel dicembre 2000 la Carta dei diritti fondamentali, ripresa nel 2004 dal Trattato costituzionale, restringe i diritti sociali ali’esercizio della «solidarietà», e impone il mito liberista della «libertà del lavoro» (il diritto di lavorare) rendendo al tempo stesso aleatorio tutto il complesso dei diritti diremunerazione. Si ignorai! salario, escluso dalle competenze comunitarie, e le prestazioni sociali non sono garantite in termini di diritto alla sussistenza.
Il sindacato messo in mezzo
NEL 2000 la «strategia di Lisbona (9)», adottata in occasione di un Consiglio europeo nella capitale portoghese, subordina al perseguimento della massima competitività le altre dimensioni del sociale (scuola, pensioni ecc.), descrivendole come fattori di produzione, e solo in seconda istanza come strumenti di inclusione sociale. Sono generalizzati anche i «metodi di coordinamento aperti», destinati ad armonizzare le politiche nazionali per l’occupazione: il sociale è sottratto all’ambito legislativo, e le conquiste del mondo del lavoro, i cosiddetti «ac-quis», sono estrapolati dalla loro storia conflittuale. In questo modo la legislazione sociale europea si riduce a poca cosa, mentre il complesso delle norme che garantiscono la libera circolazione dei capitali, dei servizi e delle merci continua ad arricchirsi. E come è noto, la regolamentazione economica influisce necessariamente sui contenuti delle politiche sociali.
Nel 2004, il progetto di Trattato costituzionale comporta la ratifica di tutto il complesso di questi sviluppi, inseriti in un quadro politico reso ancora più oscuro dal rigetto dei principi democratici (quali la separazione dei poteri, una più netta distinzione tra poteri regolamentare e legislativo ecc.).
Questo lento degrado è stato possibile perché una parte della sinistra europea ha creduto di poter valorizzare il sociale come «elemento incentivante dell’economia europea», nel tentativo di conciliare i diritti sociali con la competitività delle imprese: un po’ come voler conciliare l’acqua col fuoco. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha potuto così ottenere un alto grado di riconoscimento politico: fin dalla primavera del 2000, partecipa ogni anno alla riunione tripartita dei vertici sociali, finalizzata alla concertazione diretta tra il Consiglio dei ministri, la Commissione e le «parti sociali», con l’obiettivo di «assicurare l’efficace partecipazione delle partì sociali all’attuazione delle politiche economiche e sociali dell’Unione (10)».
Le strategie del «modello sociale europeo» stanno dunque portando avanti un processo che non incide minimamente sul liberismo economico, né sull’ordinamento politico non democratico instaurati dall’Unione, ma trasforma in profondità il sociale e ilruolo dell’autorità pubblica. La politica sociale dell’Unione diventa così uno strumento di distruzione delle istituzioni sociali e dei servizi pubblici, mettendo a repentaglio l’idea stessa di società.

(1) Leggere Eliane Vogel-Polsky e Jean Vogel, L’Europe sociale 1993: Illusion, alibi ou réalité?,Vd. dell’Ufo, Bruxelles, 1991.
(2) Nell’agenda sociale 2005-2010 presentata dalla Commissione Barroso nel febbraio 2005, quest’espressione è usata per ben tre volte in un testo di 12 pagine.
(3) Le Monde, 2 settembre 2005.
(4) Jacques Donzelot, L’Invention du social, Fayard,Parigi, 1994.
(5) Agendasociale 2005-2010, COM(2005) 33 finale, 9 febbraio 2005, pag .7 .Bruxelles http://europaujnt/comm/employment_so-cial/socialjK)licy_agenda/social_4X)l_ag_fr. html /
(6)Laurent Vogel, «Les surprises de la directìve communautaire concernant certains aspects , de l’aménagement du temps de travaii», L’Année sociale, Bruxelles, 1996.
.(7) Leggere «La démocratie,le syndìcalisme et la gouvernaace de l’Union eutopéenne: la mémoire du eónflk démocra,tique en perii?» m Maximos Aligisakis, L’Europe et la me’r moire.Uneliaisondangereuse?,ìiistitatea-iqpéen de l’Universitó de Genève,2005.
(8)http://europa£UJnt/scadplus/leg/fr/801040htm
•(9)LeggereBemaidCasseni «ALisbonne,nais-sance de l’Europe SA», Manière de voir n° ,61,op.cit.
(Kl) http: //europa.eu.int/scadplus/leg/fr/cha/ c!0715itm