Come si permette Montezemolo di spiegarci cosa dobbiamo fare?

Nei giorni scorsi il Presidente di Confindustria in gita in Brasile, ci ha comunicato (a mezzo stampa) la sua ricetta per il rilancio del paese. Su una cosa è stato perentorio: la legge 30 – quella che ha moltiplicato la precarietà nel lavoro e nella vita – non si tocca.
Il numero uno della confederazione padronale si permette di dettare la linea all’auspicabile, prossimo governo di centro sinistra.

Prima di “fare la maestra”, il leader degli industriali italiani dovrebbe provare a dirci: quante grandi aziende italiane, negli ultimi anni, hanno conquistato fette di mercato a livello internazionale; quanti industriali italiani hanno acquisito società estere, marchi, brevetti; quali nuovi prodotti sono stati “inventati” nei laboratori italiani; come ci considerano oltre confine; quali sono stati, in sintesi, i successi dei nostrani imprenditori in Italia e nel mondo?

Se si escludono le aziende di Finmeccanica – quelle a partecipazione statale – l’elenco opposto, drammaticamente lungo, lo possono fare i lavoratori: quante aziende italiane sono state vendute a società straniere (intere o pezzo a pezzo dopo essere stare accuratamente smembrate); quanti marchi e brevetti che fino a poco tempo fa erano italiani ora sono francesi, tedeschi, americani; quante produzioni, anche ad alta tecnologia, sono state decentrate all’estero (non solo in Romania, dove il costo del lavoro è più basso); quanti centri di ricerca sono stati spostati fuori dal paese.

Per stabilire il grado di rispetto di cui godono all’estero le imprese italiane basta ripercorrere la vicenda Enel Suez. Al tentativo di Enel (sostenuto da Tremonti) di acquisire l’importante società energetica d’oltralpe, ha risposto senza indugi il Presidente della Repubblica francese, che non si è limitato a dichiarare la proposta italiana incompatibile con i progetti industriali nazionali (il costo dell’energia è un fattore fondamentale di competitività di un sistema), ma ha consigliato al nostro ministro dell’economia di andare a scuola per imparare cosa significa fare politica industriale e difendere gli interessi del paese per stare seriamente in Europa.

La verità è che in questi ultimi anni il sistema produttivo e industriale italiano è stato minato da una crisi che ha investito ogni settore, salari e pensioni hanno perso potere d’acquisto, l’aumento indiscriminato di precarietà e flessibilità ha peggiorato le condizioni di lavoro e di vita di milioni di persone ma non ha migliorato la competitività delle imprese: i maggiori responsabili di questa disastrosa situazione sono proprio quegli industriali che hanno privilegiato i propri, personali, immediati interessi finanziari al bene delle imprese. Per questo il presidente di Confindustria, prima di parlare, dovrebbe esercitarsi in una sana autocritica, dovrebbe dirci come mai l’impresa che dirige – Fiat – ha raddoppiato in pochi mesi il proprio valore in borsa (garantendo così banche e azionisti) mentre nei suoi stabilimenti proseguono pesanti ristrutturazioni a base di cassa integrazione e licenziamenti. Perché mai dovremmo prendere lezioni da chi ha scelto di privilegiare il bene degli azionisti a discapito del bene dei lavoratori e del paese?

Per questo il movimento operaio e la sinistra hanno il diritto di opporsi con nettezza ai diktat di chi è stato tra i principali protagonisti del declino. Per questo il futuro governo avrà il dovere di modificare radicalmente la legge 30, di ridurre la precarietà, di considerare il lavoro a tempo indeterminato uno dei punti di partenza per una nuova politica industriale.