Come “riconquistare” le nostre città appassite

Parigi brucia. Ed è forte la tentazione di guardarla come uno specchio. Per interrogarci sul degrado delle nostre periferie. Sui rischi prodotti dai flussi migratori. Sul disagio dei giovani e degli adolescenti. Insomma, come segnale delle minacce che si addensano ai bordi delle nostre metropoli. Altri, invece, negano che quanto avviene a Parigi ci riguardi. Noi non siamo francesi, le nostre metropoli non sono come Parigi. (Purtroppo…).
In effetti, converrebbe scacciare la tentazione – sincera o strumentale – di “usare” Parigi come specchio. Cogliendola, invece, come avvertimento. Un´occasione. Per accorgerci della grande trasformazione, che ha investito, anche in Italia, il rapporto fra società e territorio. Fino a logorare l´idea di città. Come luogo di vita e di relazioni. Luogo di servizi. Cultura. Identità.
Un rovesciamento di prospettiva, avvenuto in tempi rapidi. Troppo rapidi. Visto che, solo dieci anni fa, le città avevano costituito il fulcro della risposta alla crisi dello Stato e delle istituzioni. L´elezione diretta aveva fatto dei sindaci i Nuovi Principi. A cui era affidata la ripresa e il rilancio del Paese. Ed essi avevano risposto, puntando sulla rappresentanza “personale”. Su politiche di valorizzazione oppure “rigenerazione” dei centri urbani. Che avevano il merito di dare visibilità, interna ed esterna, al “cambiamento”. Proponendo l´equazione: città “visibili” quindi “vivibili”. A Venezia come a Napoli. A Palermo come a Trieste. A Torino come a Milano. L´Italia delle città come replica dell´Italia dei Comuni. Un nuovo Rinascimento.
Oggi, dieci anni dopo, lo scenario è cambiato radicalmente. E le città appaiono, a chi vi abita, come a chi le guarda dall´esterno, luoghi “insicuri”. Fino ad apparire, talora, teatri di conflitto e di illegalità.
Nel Sud. Dove Napoli, sembra risucchiata nella spirale di una nuova, feroce guerra camorrista. Ma si colgono segni di degenerazione anche altrove: a Palermo, Bari, Reggio Calabria.
Nel Nord. Sono vivi gli echi suscitati da episodi di violenza, che hanno segnato Milano e Torino, negli scorsi mesi. Mentre, per risalire a qualche anno addietro, resta indelebile l´immagine degli scontri, drammatici, che hanno trasformato Genova in un teatro di guerriglia, in occasione del vertice del G8.
Dunque le metropoli. Ma anche le città medie del “centro”, Bologna e Firenze, tradizionalmente indicate come modelli di benessere, appaiono scosse da una crescente insoddisfazione dei cittadini, che lamentano, dovunque, un sostanziale degrado della vita urbana. E fanno emergere un´agenda delle emergenze comune. A Bologna, come in Veneto, come a Napoli. Dove le preoccupazioni di cittadini appaiono “moltiplicate”, in particolare, da due ordini di problemi: il traffico e la criminalità comune. Certo: l´entità di questi fenomeni appare ben diversa, in Veneto o a Bologna piuttosto che a Napoli e nelle altre città del Mezzogiorno. Mentre la percezione risulta molto più simile. Perché ciascuno tende a fare i conti con la realtà in cui vive. Definisce il presente in rapporto alle aspettative maturate nel passato, in ambito locale. E reagisce ai segnali e agli episodi di deterioramento nella qualità della vita tanto peggio quanto più alto è il grado di “benessere” a cui si è abituato. Il traffico e la criminalità comune, peraltro, sottolineano il “problema” che ha contribuito a degradare la vita urbana, a velocità esponenziale, negli ultimi anni. Il collasso delle relazioni fra società e ambiente. Le città assediate, invase dal traffico non sono solo ambienti “inquinati”, dove è difficile muoversi.

D iventano, invece, ambienti dove è impossibile incontrare persone. Fermarsi, parlare. Per i bambini: giocare. Così, le città diventano spazi di solitudine. Mentre il territorio diventa estraneo. “Fuori controllo”. Il che favorisce il diffondersi della criminalità comune. E, ancor più, la “paura” della criminalità. Che, in molti casi, non riflette il reale andamento dei reati. Ma il grado di solitudine e di paura delle persone. Che cresce, in proporzione alla solitudine urbana. Alla tendenza a “chiudersi” in casa. Riducendo il tempo delle relazioni “dirette”. Visto che, sempre più, si guarda il mondo attraverso i media. Si comunica a distanza, per via tecnologica, attraverso telefoni, cellulari, Internet. Così, il territorio che ci circonda si affolla di “stranieri”. In numero ben superiore agli immigrati, che pure crescono in misura elevata (i clandestini, più dei regolari). Perché tutti tendono a diventare stranieri, dove – e quando – si perde l´abitudine all´incontro. Dove “fuori casa” significa, comunque, “lontano”.
Certo, nelle grandi periferie, dove si addensano “minoranze” etniche, insieme ad altri gruppi sociali marginali, è più facile che si formino e si riproducano culture e pratiche devianti. Ed è più facile che i giovani vengano educati a valori e a modelli di comportamento illegali. Che diventano, per questo, “normali”. Per questo è sbagliato leggere la recrudescenza della violenza, a Napoli, come conseguenza della guerra fra bande camorriste. Meglio guardarlo come un caso di “decomposizione metropolitana”. In contesti dove la violenza – che coinvolge sempre più giovani e minori – riflette valori e modelli di integrazioni “dominanti”. La nostra banlieu. (Ben descritta in un libro, pubblicato dall´Ancora del Mediterraneo: Napoli comincia a Scampia).
Tuttavia, catalogare il disagio delle nostre città come un fenomeno tipico delle periferie, sarebbe sbagliato. E autoconsolatorio. Perché l´insicurezza urbana pervade e annichilisce anche i centri storici. Talora de-congestionati dal traffico. Ma, quasi sempre, spopolati. Contesti “abbandonati” al consumo, agli uffici. Le città, non solo le metropoli: divise, quasi scisse, fra periferie degradate e centri storici svuotati. Difficile che riescano a offrire sicurezza e socialità. La sicurezza degrada perché degrada la socialità. Perché si diffonde la solitudine. Perché gli incontri (fra gli adulti) avvengono nel chiuso delle case. Oppure (fra i giovani) in riserve indiane (centri sociali, club). Oppure ancora, attraverso reti virtuali, internautiche. Che permettono di superare i vincoli dello spazio. Ma, per questo, rendono lo spazio inospitale. Cittadini globali, stranieri locali. Città senza cittadinanza. Che stentano perfino a fornire identità. A differenza di un tempo. Poco tempo fa.

La “città”. Nel 2000, veniva scelta come il principale contesto di appartenenza dal 30% degli italiani (indagine laPolis per liMes), Oggi, da circa la metà: 16% (indagine di Demos per Banca Intesa, settembre 2005). Un divario troppo ampio per non suggerire che, fra i cittadini, il legame locale stia subendo una sensibile perdita di senso.
Si tratta, peraltro, di un processo che avanza spedito. Ma non senza reazioni. Da parte della società. E della politica. Lo dimostra la pluralità di comitati e di manifestazioni, che si diffondono a livello locale. Nelle città grandi e medie. Anche quando rispondono a paure; quando sono mosse da “ostilità”. Appaiono, comunque, tentativi di ricucire i legami sociali. Di tracciare abbozzi di comunità. Magari nel segno dell´odio. Come ha osservato, con realismo desolato, Zygmunt Bauman. Lo suggerisce la straordinaria partecipazione alle “notti bianche”, a Roma, Milano. E soprattutto a Napoli. Come interpretarla, se non come segno – esplicito – della voglia della gente di riprendersi la città? Tanto più di notte, in aree e metropoli considerate insicure?
È, tuttavia, difficile “riconquistare” la città, se prevalgono risposte di tipo privatistico e securitario. Se il sostegno pubblico alle politiche sociali, alle attività solidali e culturali, agli spazi associativi declina. Se, mentre si lamenta il degrado delle periferie, i centri storici sono ridotti a spazi di consumo. Ripuliti, allontanando barboni, accattoni, lavavetri e immigrati. Secondo il motto “ordine e pulizia”. Se le politiche edilizie e urbane sono delegate alle imprese immobiliari. Se la risposta all´inquietudine avviene militarizzando il territorio. Oppure blindandosi in casa. L´Albero della Città. I sindaci, i Nuovi Principi, lo affidano – troppo spesso – alle cure di costruttori, commercianti, poliziotti pubblici e privati.
Ma voi provate a piantare un albero in un vaso. Al buio. Pensate che possa crescere rigoglioso?