Come il Fascismo odiava gli ebrei

C’ è, nel nostro paese, un luogo comune che assegna al regime fascista, allo stesso Mussolini e, in ultima analisi, all’intera esperienza storica del Ventennio, pochissime responsabilità nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei italiani. Sia che si tratti del risultato di più di un decennio di revisionismo storico da salotti televisivi; sia che ci si trovi di fronte a uno degli esiti dello “sdoganamento” di un passato nazionale che per risultare digeribile andava necessariamente edulcorato di alcune delle sue pagine più infamanti; sia, infine, che essendo avvenuta solo in epoca recente la connessione delle memorie, in questo caso quella dell’antifascismo e della Resistenza da un lato e quella della Shoah dall’altro, il tema si è posto in tutta la sua drammaticità solo negli ultimi anni. Sta di fatto che il mito degli “italiani brava gente” fa davvero fatica a cadere quando si parla di antisemitismo.
Non solo, anche quando si è disposti ad ammettere che sì, i fascisti si macchiarono di qualche colpa verso i loro concittadini ebrei, si è più propensi a far ricadere la responsabilità di tali atti sulla scelta dell’alleanza con la Germania nazista che dell’antisemitismo aveva fatto il proprio mito fondatore.

Tre recenti volumi, diversi per stile e impostazione di indagine, aiutano invece a comprendere quanto e come il Fascismo odiò gli ebrei e costruì le condizioni, culturali e sociali prima ancora che “legali” per la loro persecuzione. In A caccia di ebrei (pp. 390, euro 19,00), appena pubblicato da Mondadori, Romano Canosa ricostruisce proprio il modo in cui il fascismo, fin dalla sua genesi tra gli ultimi anni dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale e poi via via attraverso il suo definirsi come regime, fino all’epilogo a Salò, fu attraversato in profondità da un odio radicale e violento contro gli ebrei. E’ in questo quadro d’insieme che emerge, come figura centrale nella costruzione dell’antisemitismo fascista, il profilo di Giovanni Preziosi, fondatore e direttore della rivista La vita italiana, che divenne, come spiega Canosa «il luogo quasi “istituzionale” di tutti coloro che in Italia avevano qualcosa da scrivere contro gli ebrei, “alti” o “bassi” che fossero i loro interventi». Fu tra l’altro Preziosi, che insieme a Roberto Farinacci e alla sua rivista Il regime fascista e a La difesa della razza, rappresentarono per così dire l’antisemitismo presso le istanze dirigenti del Regime, compreso lo stesso Benito Mussolini, a utilizzare apertamente nel nostro paese il tema del “complotto ebraico internazionale”, tratto dai famigerati Protocolli dei Savi di Sion. Attraverso la biografia di Preziosi, nominato ministro di Stato nel 1942 da Mussolini e destinato ad assumere ancor più rilievo in seguito, all’interno dell’establishment repubblichino, Canosa riflette sull’emergere di uno specifico odio antiebraico in seno al Fascismo, e questo già molto prima delle Leggi razziali promulgate nel 1938.

Del fondatore de La vita italiana, considerato come il massimo teorico dell’“antisemitismo dinamico” si è occupato il convegno Giovanni Preziosi e la questione della razza in Italia, che si è svolto ad Avellino alla fine del 2000 e i cui atti sono stati ora raccolti in un volume dal titolo omonimo, curato da Luigi Parente, Fabio Gentile e Rosa Maria Grillo e pubblicato da Rubbettino in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Salerno. «Acceso filo-nazista, rimarrà tutta la vita l’interlocutore primo della politica antisemita del Terzo Reich oltre che il teorico massimo della caccia all’ebreo, che era la forma fascista della “soluzione finale”», scrive a proposito di Giovanni Preziosi Luigi Parente, docente di Storia contemporanea all’Orientale di Napoli, nell’introduzione al volume.

Nell’antologia dedicata alla rivista La difesa della razza (pp. 376, euro 9,50), uscita da Bompiani, Valentina Pisanty, già autrice di un importante volume sul negazionismo, L’irritante questione delle camere a gas, prende infine in esame gli scritti del quindicinale che dal 1938 al 1943, «sotto gli auspici del Ministero della Cultura Popolare», cercò di «elaborare e di divulgare una dottrina “scientifica” della razza che giustificasse (agli occhi dell’opinione pubblica italiana) la politica coloniale e, soprattutto, l’antisemitismo di stato».

Come scrive Umberto Eco nella prefazione al volume di Pisanty, «vige la persuasione che, rispetto a quello nazista, l’antisemitismo fascista sia stato più blando». Eppure, ricorda ancora Eco, quando il re Vittorio Emanuele III firmava le Leggi Razziali nel 138, «esisteva in Italia una consistente corrente di pensiero razzista e antisemita (…) e il pensiero, certo, non ha nulla a che fare, direttamente, coi campi di sterminio, ma in realtà li giustifica e in qualche misura li prepara e li accompagna, anche se sono stati altri ad allestirli».