Come era bello il Pci di Novelli

Quando c’erano le sezioni Pci (una per ogni campanile, già, era un vero partito di massa): lui dedica all’argomento due capitoli (“Vita di sezione” e “(Dolce) vita di sezione”). «Le sezioni erano posti da frequentare anche la sera della domenica. A Torino ricordo la Eric Giacchino, la Bravin di Mirafiori, la Ilio Baroni, la Gino Scali, dove si andava a ballare… Alle 23 la musica si interrompeva e c’era il momento di “richiamo politico”». Lui è Diego Novelli, ex giornalista dell’“Unità”, ex sindaco di Torino (per dieci anni, 1975-1985), ex parlamentare di lungo corso, nonché comunista non pentito. L’autoritratto se lo fa con poche righe ben tirate, proprio nell’incipit del suo nuovo libro (ne ha scritti altri venti), appena uscito per gli Editori Riuniti con un titolo-manifesto: “Come era bello il mio Pci” (pp. 153, euro 10). «Non sono un apostata come Giuliano Ferrara. Non mi sono iscritto al Pci per combattere il comunismo, come ha dichiarato Piero Fassino. Il partito di Berlinguer e il Pci per me erano la stessa cosa, contrariamente a quanto vorrebbe far credere Walter Veltroni. Non è va”. In poche ore ci fu una straordinaria mobilitazione. Il giorno dopo, all’alba, partivamo con un camion Isotta Fraschini D/65, di proprietà di una ex cooperativa partigiana, carico di masserizie, indumenti, sacchi di pane, formaggi, scatolame, acquistati con fortissimo sconto presso lo spaccio della Alleanza cooperativa torinese di via Di Nanni. Tre giorni dopo eravamo di ritorno con una quarantina di bambini di Cavarzere», (tutti ospitati in casa di compagni della sezione). Per esempio. Allora «il grande vivaio dei leader del Pci era la fabbrica, soprattutto a Torino. Dalle fabbriche arrivavano non solo operai, ma anche impiegati e tecnici.
Diversi dirigenti della Federazione torinese furono paradossalmente eletti da Vittorio Valletta, visto che erano stati licenziati dalla Fiat a causa della loro attività politica». Come Emilio Pugno, come Vito D’Amico diventati in seguito deputati. «C’era il culto degli operai nelle istituzioni, oggi non se ne vede più neanche uno. Non ci sono operai in parlamento, ma neppure nel Consiglio comunale di Torino». Quei fantastici metalmeccamici torinesi, capacidi «rifarei baffi alle mosche», quegli strenui resistenti comunisti di Mirafiori, quei mitici compagni della Officina 32, il reparto “confino”, la famigerata Osr (officina sussidiaria residui), subito ribattezzata Officina stella rossa. Quei tipi come il Bonaventura Alfano e l’Antonio Bonazinga, i due operai iscritti al Pci, che «guidano la lotta dell’Officina 32»… E quei tipi come il Nega – Celeste Negarville, ex operaio, dirigente del Pci torinese, poi deputato – «il Nega che aveva fatto dieci anni di “università speciale” nelle patrie galere, che conosceva a memoria tutti i canti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, e che ci esortava a studiare dicendoci: “Ricordatevi, l’istruzione è obbligatoria,mentre l’ignoranza è facoltativa”». E anche quei tipi come «il segretario della 39ª sezione di Torino che cerca di giustificare l’invasione sovietica dell’Afghanistan con la motivazione che “l’Armata Rossa è fatta per muoversi”». I famosi tipi comunisti doc, quelli delle altrettanto famose frasi fatte, «nella misura in cui», il problema «che si pone», o, al contrario, «si solleva», il dibattito che «si apre» ed è sempre «approfondito», mentre «il Partito lo esige». «Un altro vezzo era quello di indicare nelle risposte tre punti. Come dice ancora spesso Piero Fassino, “le questioni sono tre”»… Sassolini dalle scarpe (uno si chiama Macaluso, un altro Chiamparino…), schizzi e ritratti, il libro ne abbonda. Uno riguarda Giuliano Ferrara (quello d’antan, quello di allora, dirigente del Pci torinese): infuriato con l’assessore della cultura Giorgio Balmas, reo di non averdato subito la notizia della strage di Sabra e Chatila per non interrompere un concerto di Berio, per la pace, che il Comune aveva organizzato in piazza, «perdeva il controllo di sé, insultava l’assessore, malmenava il funzionario della ripartizione cultura, stendendolo sul selciato, con un cazzotto in pieno viso». Pci, un’altra storia.