Come confrontarsi con la produzione economica cinese

C’e un tormentone che circola per tutti i salotti televisivi : “la Cina è un rischio o è un’opportunità?” Io, che giro per tutte le fabbriche tessili del territorio – la Lombardia che con i suoi 200.000 addetti rappresenta il 30% del volume d’affari e sarebbe il più popolato distretto tessile d’Europa – mi sono fatto questa idea: la Cina potrebbe essere certo un’opportunità ma per il 5% del fatturato italiano, ma è un rischio per il 95%. Può essere un’opportunità ma solo per quanti (pochi) stanno già operando nelle produzioni alte – filati di lana, di cotone, tessuti elasticizzati – alle quali i cinesi non guardano. E, ancora, potrebbe essere una opportunità per quanti (ancora meno) hanno raccolto la domanda di chi, che invece in Cina sono tantissimi, vuole e oggi può, “vestire italiano”.
La Cina rappresenta altresì un rischio per quegli imprenditori che ingaggiano tuttora una impossibile competizione di prezzo su produzioni come maglieria, jeans, calzetteria, mutande e reggiseni, gareggiando con i cinesi sul loro terreno. E’ una concorrenza pazzesca questa che vede lo scontro tra i settori bassi italiani della filiera con quelli bassi del “ made in China”. E non c’è flessibilità in Italia che regga quando vanno allo scontro un lavoro retribuito, come nella Cina costiera, a 0,6 / Euro ora e uno retribuito in Italia a 13/14 Euro ora.
Questo avviene non solo nel tessile ma in ogni realtà industriale in quanto l’Italia ha perso, pressoché ovunque, la corsa dell’aggancio dei propri settori alti che ha abbandonato – siderurgia, elettromeccanica pesante, auto – con i rispettivi settori alti cinesi, che si stanno sviluppando come nella navalmeccanica.
E oggi, ad esempio, è Franco Tosi che già lavora sulla committenza cinese.
Ritorno al tessile per dire che se finora, in Italia, era la PMI a reggere e la grande a ricorrere agli ammortizzatori – da Manifattura di Legnano a Whilrpool di Varese – oggi la crisi travolge i piccoli e l’artigianato.
Che si fa? In Italia si fa la cosa peggiore: si delocalizza nella Cina stessa dove, oltretutto la nostra imprenditoria contribuisce a mantenere basso il costo del lavoro, per poi importare prodotti in Italia, massacrando quel che resta dell’imprenditoria nazionale. E sono prodotti ai quali viene appiccicato il marchio fasullo del “Made in Italy”. E’ una truffa (anche se una sentenza recente di Cassazione non lo riconosce).
La contraffazione dei marchi è problema vero, ma essa riguarda soprattutto gli imprenditori italiani verso i quali vanno attivate le prime clausole di salvaguardia. Ma se dal rischio Cina ci si può anche difendere, seppur parzialmente, la composizione di questo rischio con il dollaro tenuto artificiosamente debole o, se si vuole, con l’euro che si è rivalutato in 2 anni del 30% rispetto alla lira, produce un mix esplosivo. Un solo dato per comprovarlo che estraiamo dal comparto calzature.
Dal gennaio 2005, quando è andato in prevista dissolvenza l’accordo Multifibre, ad oggi, i prezzi medi delle scarpe in Italia si sono abbattuti del 30% perché le importazioni dalla Cina sono aumentate, si badi, del 1800% (!), annullando però anche la capacità di esportazione ( il comparto lavorava per il 90% per l’export) bloccata, appunto, dall’euro forte.
Siamo perciò stretti in una morsa dalla quale non si esce nè disertando verso l’ Est, né inseguendo in Italia la folle chimera dell’abbattimento del costo del lavoro. E nemmeno ci si salva con la moda, dove aumentano, è vero, le sfilate “grandi firme”, ma diminuiscono i clienti. E non c’è nemmeno la compensazione in altri settori: si cede sul tessile ma non si aumenta nell’elettronica da consumo ad esempio. Non è così.
In Italia si cede su tutto. Siamo nel quadro del dissesto.
Come se ne esce, allora, dalla crisi del tessile! A parere mio o se ne esce fortemente ristrutturati, ma ci vuole una politica, o se ne esce a pezzi: basta andare avanti così, come oggi, alla cieca.
Una politica però vuole un approccio difensivo e un progetto.
Bisogna, innanzi tutto , proteggere il lavoratore e l’impresa.
Per il lavoratore, si tratta di almeno estendere la CIG alle realtà sotto i 16 dipendenti, le Province di Bergamo e Biella lo hanno già fatto, a Milano lo stiamo facendo. Per l’impresa si tratta di sgravarla almeno del costo dell’elettricità e del metano, che pesa anche il 15% nel fatturato (in alcuni Comuni avanzano buoni accordi in tal senso), poi proponendosi in quanto istituzioni, come intermediatori per l’accesso al credito, seppur condizionati dall’accordo di Basilea 2 che non agevola certo la PMI.

Occorre, parallelamente, lo slancio della progettualità, operando in più direzioni dentro un disegno:
– occorre sostenere l’investimento su prodotti sottratti alla competizione di prezzo (le produzioni tessili alte ) e non sostenere le imprese che scappano delocalizzando. Le delocalizzazioni sono il volto dell’”irresponsabilità sociale dell’impresa”.
– Occorre promuovere un piano di formazione correlato alle produzioni innovative di prototipo e di ideazione stilistica.
Si pensi che la Cina sforna ogni anno 25000 ingegneri tessili e l’Italia, che è il Paese più tessile d’Europa, solo qualche decina.
– Vanno sottoscritti con la Cina accordi di reciprocità commerciali di accesso.
Sono del resto i cinesi stessi che dicono all’Europa “non potete venire in Cina a venderci i vostri Airbus e impedirci di vendervi i nostri prodotti tessili”.
– Vanno costituite in Italia reti di impresa, particolarmente medie e piccole, sul “made in Italy” con l’obbligo dell’etichetta di origine, perché non regge più la stessa dimensione distrettuale quando avanza il “distrettone” Cina.
– Occorre almeno presidiare il settore e, a Milano, ci proviamo avendo costituito l’OATAM (Osservatorio Attivo Tessile Abbigliamento Moda) con Provincia, Comuni, Scuole Professionali, Organizzazioni Sindacali , Agenzie del Lavoro, Imprenditori .
Almeno ci fa capire preventivamente dove si va.

* Direzione naz. Prc (Essere Comunisti) – Assessore al Lavoro – Provincia di Milano