«Come a Melfi Restiamo qui fino alla fine»

L’azienda ordina di spostare i presidi, gli operai non ci stanno e chiedono di trattare. Altri 630 in libertà, a Terni è scontro aperto con la ThyssenKrupp. Sindacati e politici si appellano al governo, che continua a tacere

«Come a Melfi, questi ci mandano la polizia. Ma noi faremo resistenza passiva: ci sediamo per terra, ci teniamo per mano in seicento. Da qui non ci smuove nessuno». Nella piccola tenda bianca della portineria Prisciano, infangata e battuta da una cascata di grandine e pioggia, gli operai della ThyssenKrupp sono determinati: la richiesta alle autorità di rimuovere i presidi non ha valore, l’azienda deve trattare con noi. I lavoratori ondeggiano tra l’euforia e la disperazione: «Ci sentiamo abbandonati – spiega Nevio Brunori, Rsu Fiom – Non è più come l’anno scorso, quando avevamo tutte le prime pagine nazionali. Certo, lunedì c’è stata una bellissima manifestazione, la città e le istituzioni locali ci sono vicine, ma voi giornalisti dovete aiutarci, dovete parlare di noi. Perché qui stanno togliendo da vivere a centinaia di famiglie». Cinquantuno anni, da 26 al reparto magnetico delle acciaierie di Terni, adesso Nevio è uno dei 360 cassaintegrati senza un futuro certo. E ieri, assieme alla grandine, un’altra brutta notizia, che gli operai portano dentro il piccolo quartier generale di ferro e plastica: «Mettono in libertà 630 colleghi del Pix e dei servizi». Da questa mattina alle 6, i 630 si aggiungono ai 100 degli altri reparti: tutti a casa senza stipendio. «E’ come un licenziamento temporaneo – spiegano mogi i più giovani – non si sa quanto dura». Al Pix (reparto inossidabile) non possono più produrre, dice la ThyssenKrupp, perché la roba bloccata dai presidi ha ormai costipato i cortili, e la movimentazione è impossibile. Insomma, a catena si sta fermando tutto. Al Tubificio, ad esempio, si sciopera per solidarietà con i messi in libertà, e anche lì stop alla produzione. Ma cosa succede a Terni? Perché l’azienda vuole disinvestire dalla città umbra, che ha prodotto in passato gran parte dell’acciaio magnetico consumato in Europa, e adesso sbaracca? «Qui abbiamo sviluppato l’Ogh2, un sistema di lavorazione che riduce i costi e che oggi applicano anche in Germania – spiega Brunori – E per tutta risposta, l’altra sera a Palazzo Chigi, prima di alzarsi dal tavolo e interrompere le trattative, l’amministratore delegato Rademacker ha detto che siamo “come una grande famiglia” e che dobbiamo essere “orgogliosi” del contributo che abbiamo dato. Sì, orgogliosi di perdere il lavoro». A spiegare il «tradimento» del «capofamiglia ThyssenKrupp», è un altro membro della Rsu, Maurizio Paoloni, della Uilm: «Con gli ultimi accordi, dopo la minaccia dell’anno scorso di chiudere il magnetico e le proteste, avevano promesso di aumentare gli investimenti, portando il prodotto dalle attuali 1.400.000 tonnellate a circa due milioni. Quanto al magnetico, già ci avevano tolto il “non orientato” per riportarlo in patria, ma almeno avevano garantito che quello “orientato” sarebbe rimasto in condivisione con Francia e Germania: da loro 85 mila tonnellate a testa, qui 70 mila, per un totale di 240 mila. Al contrario, dopo l’ultimo consuntivo di settembre, il voltafaccia: tutto il magnetico sarà prodotto in Francia e Germania, 120 mila tonnellate a testa, e da noi nulla». Una scelta prettamente «politica», secondo gli operai, ovvero dovuta alle pressioni di Schroeder e Chirac: il trasloco, infatti, non porterà a una riduzione dei costi. Innanzitutto per il fatto che i lavoratori tedeschi e francesi costano di più, e poi perché la Francia, non dotata di un polo fusorio, dovrà ricevere i semilavorati dagli stabilimenti tedeschi, oltre a investire 120 milioni di euro per adattare gli impianti. Mentre in Italia viene smontata una lavorazione efficiente e a ciclo completo. Senza contare le decine di piccole aziende che si rifornivano a Terni e che adesso dovranno chiudere perché comprare il magnetico d’oltralpe è troppo costoso: «L’Elettroterni sta fallendo – spiegano gli operai – Sono a rischio anche la Magneti e l’Eurotrafo». Nomi di piccole realtà, che ai manager tedeschi diranno poco, ma dietro ci sono tante famiglie che presto potrebbero finire sul lastrico.

Il pericolo dunque è reale, e va oltre i 3800 dipendenti diretti delle acciaierie, investendo il governo nazionale. Che però non fa nulla. Ieri gli appelli di Fim, Fiom, Uilm, delle istituzioni locali, di An, Ds, Prc, Pdci, che hanno provato per l’ennesima volta a sensibilizzare l’esecutivo Berlusconi. Il sindaco Paolo Raffaelli, da Strasburgo, sta tentando di far muovere la Commissione Ue, appoggiato da una folta rappresentanza di eurodeputati italiani, firmatari di un documento contro le delocalizzazioni. Oggi la risoluzione sul futuro di Terni e della siderurgia in Europa verrà dibattuta e messa ai voti all’Europarlamento, e proprio alla vigilia, via fax, la ThyssenKrupp ha inviato a Strasburgo un’informativa in cui spiega che nel sito umbro, «negli ultimi due esercizi, il magnetico ha perso 75 milioni di euro», il che costringerebbe il gruppo a chiuderlo. Però, continua la nota, «ThyssenKrupp ha a cuore tutti i 184 mila dipendenti del mondo, e tra loro i 7 mila italiani: non ci sarà nessun licenziamento strutturale, ai 360 coinvolti nel magnetico sono garantiti i posti di lavoro nella produzione dell’inossidabile. Produzione che – conclude l’azienda – è in crescita e verrà potenziata nel prossimo biennio con investimenti per 120 milioni di euro».