Colpi di coda

Stiamo vivendo la fine di un’epoca, se non proprio di un “regime”. Berlusconi e la sua corte di prosseneti, affaristi ed escort sono invitati ormai apertamente ad andarsene. Ma non è chiaro affatto quali equilibri sono già pronti a sostituire l’attuale blocco in decomposizione. Un momento di relativo vuoto di potere che, la storia ci insegna, è sempre denso di rischi.

Specie quando un premier in pieno marasma arriva a dire – come riportano tutti i media in queste ore – “se questi faranno il governo tecnico noi gli scateneremo contro la guerra civile, avranno una reazione come nemmeno s’ immaginano…”.
Sappiamo perfettamente che, nonostante tutti i suoi squilibri, in Italia non c’ è affatto un clima da guerra civile. Una sparata così, in qualsiasi altro paese, sarebbe presa come una boutade o come un reato passibile di arresto. Ma siamo in Italia, e il colpo di genio – o più spesso il “colpo di coda” – sembra parte costitutiva del “carattere nazionale”. Il premier d’altronde è un piduista della prima ora (tessera 1816), così come il capogruppo del Pdl al Senato, Fabrizio Cicchitto, tessera 2232. Ospitava un boss mafioso nella sua tenuta, ancora oggi considerato “un eroe” – per non aver collaborato con gli inquirenti, forse – dal senatore Marcello Dell’Utri, con condanna confermata in appello per “concorso esterno in associazione mafiosa”.
Siamo in Italia e non si può non notare che in parlamento siedono almeno un paio di ex membri di “Terza Posizione”, la formazione neofascista romana che negli anni ’70 operava in pratica come “facciata legale” dei Nar. Molti altri “militanti” con la stessa provenienza, e più o meno anni di galera sulle spalle, sono comodamente sistemati nelle segreterie politiche, negli assessorati, nelle aziende pubbliche.
Siamo in Italia e questo governo ha già provato a “scaldare” il clima politico- poliziesco davanti a normalissime manifestazioni di dissenso. Il ministro dell’ interno, Roberto Maroni, aveva addirittura evocato la possibilità del “morto” nei giorni precedenti il corteo della Fiom del 16 ottobre.
Pochi giorni dopo gli aveva copiato il copione anche il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, che era arrivato ad utilizzare qualche goliardata tipica della concorrenza tra sindacati, esistente da sempre in forme anche più ruvide, per parlare di “terrorismo” e “fino a quando non arriva il morto” per qualche uovo seminato davanti a due o tre sedi della Cisl.
Il vittimismo aggressivo del personale filogovernativo è stato poi comicamente evidente nel presunto agguato al direttore di Libero, Maurizio Belpietro. A cui auguriamo ovviamente lunga e sanissima vita, mentre siamo obbligati a constatare che del suo “attentatore” non è riuscito trovata traccia neppure la pletora della telecamere a circuito chiuso che proteggono la sua palazzina. L’ unica “prova” resta ancor oggi l’autocertificazione del suo caposcorta, peraltro “allarmista recidivo”.
Persino il portavoce del Pdl, l’ex radicale Daniele Capezzone, ha denunciato un più modesto “pugno” ricevuto in pieno centro – blindato – di Roma, senza che ahinoi nessuno riuscisse a vedere nulla.

Scherzi a parte, ci rendiamo dunque conto che un blocco di potere sta per uscire definitivamente di scena. E non ha alcuna intenzione di farsi da parte silenziosamente, come sarebbe naturale in un sistema liberale e democratico. L’ evocazione della “guerra civile”, qui da noi, ha assunto più frequentemente la forma della provocazione stragista. O anche dell’”operazione antiterrorismo” nei confronti di gruppi politici assolutamente pacifici (ricordiamo il caso di Iniziativa Comunista). Oppure ancora la forma del gruppo di agenti infiltrato in ambienti di sinistra per “provocare” situazioni poi utilizzabili sul piano mediatico e repressivo.

La fantasia piduista è limitata e ripetitiva. Ma pericolosa e spesso omicida. I movimenti e la sinistra politica debbono affrontare con lucidità e molta consapevolezza questa fase di passaggio. Una volta si sarebbe detto: vigilanza, compagni! I tempi sono cambiati. Ma il potere no.