Colonie, Sharon riprende l’espansione scatenando le ire dei palestinesi

La maggioranza degli israeliani, invece, vuole ritiro dalla West Bank e nuovi negoziati

Le lettere con gli ordini di confisca delle terre sono iniziati ad arrivare nell’ultimo giorno del ritiro, mentre nelle colonie israeliane nella striscia di Gaza andava in onda il confronto in mondovisione tra gli ottomila coloni e i circa 15mila agenti di polizia. Mittente delle missive l’Israeli Defence Forces (Idf), l’esercito israeliano. Destinatari, alcune municipalità arabe e centinaia di contadini palestinesi proprietari di decine di dunam di terra (mille metri quadrati, un decimo di ettaro) a ridosso di Gerusalemme Est, nella zona dove sorge il grande insediamento di Maale Adumim.
«La terra è necessaria per costruire il muro intorno a Maale Adumim», si sono giustificati i portavoce del governo israeliano. «E’ un piano per ampliare ancora la colonia e rubare un’altra enorme fetta di Cisgiordania», gli hanno fatto eco da Ramallah i rappresentanti dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), in testa il premier Ahmed Qureia che ieri ha parlato addirittura di «una dichiarazione di guerra».

E’ di nuovo buio pesto nei rapporti tra Israele e Anp. Tre giorni dopo la fine dell’evacuazione dei coloni dall’enclave palestinese affacciata sulla costa del Mediterraneo, il capitale di fiducia che aveva accompagnato la realizzazione del piano Sharon sembra liquefatto, sparito in ventiquattro ore prima con il raid con cui l’Idf ha ucciso cinque palestinesi a Tulkarem, poi con la pubblicazione, ieri, dei nuovi progetti per gli insediamenti in Cisgiordania. L’ariaccia tornata in un attimo a soffiare a Gerusalemme e dintorni è resa ancora più irrespirabile dalla pubblicazione di alcuni sondaggi e cifre che fanno riflettere.

Mentre a Gaza ottomila coloni venivano evacuati in un clima di commozione nazionale, in Cisgiordania il numero dei settlers che vivono nelle 126 colonie della West Bank è aumentato in un anno di 12.800 unità. Le informazioni, fornite dal portavoce del ministero dell’Interno Gilad Heiman, indicano che attualmente sono circa 246mila i coloni (i palestinesi della Cisgiordania sono 2milioni e 400mila), una somma da cui sono esclusi sia gli abitanti di Maale Adumim che quelli residenti in altre zone di Gerusalemme al di là della linea verde (quindi all’esterno di quelli che le Nazioni Unite riconoscono come i confini ufficiali di Israele).

Si tratta in gran parte di religiosi ortodossi, tradizionalmente poveri, motivati dai prezzi vantaggiosi delle case negli insediamenti più che da ragioni ideologiche, ha aggiunto Heiman spiegando che circa 10mila sarebbero i nuovi arrivati (il calcolo è fatto da giugno 2004 a giugno 2005), mentre il restante 5 per cento è dovuto alla crescita demografica.

L’ultimo pomo della discordia non è tuttavia la crescita dei coloni, né si limita alla terra sequestrata per il nuovo tratto del muro. La rabbia esplosa a Ramallah è piuttosto la concomitanza delle confische con la ripresa del progetto di costruzione nell’area cosiddetta E-1, una zona tra Gerusalemme e la colonia di Maale Adumim, il più grande degli insediamento israeliano in Cisgiordania (30mila abitanti) a due passi da Gerusalemme Est, sviluppatasi in profondità nella parte che l’Onu assegna ai palestinesi. La zona E-1 è da anni dal centro di polemiche.

Se la costruzione venisse completata come nei piani, la colonia sarebbe a tutti gli effetti connessa con gli altri quartieri abitati da israeliani e i palestinesi denunciano il progetto come l’ultimo capitolo per “israelianizzare” una volta per tutte Gerusalemme Est. «Circondando i quartieri arabi con una cintura abitata da israeliani non solo si compie l’ennesima prepotenza e violazione del diritto internazionale, ma si taglia definitivamente la continuità territoriale tra il Sud e il Nord della Cisgiordania» accusa ancora il premier Qureia.

Nel progetto originale, due anni fa, il governo Likud aveva dato via libera all’edificazione di 30.500 nuove abitazioni nella E-1, ma fino all’inizio di agosto i lavori erano stati bloccati dal veto della Casa Bianca e di Condoleezza Rice, che nel febbraio scorso aveva accolto le lamentele della leadership palestinese convincendo Sharon a non procedere. Proprio in questi giorni, tuttavia, nella zona E-1 ruspe e operai hanno iniziato a spianare il terreno gettando le prime colate di cemento. Per ora, secondo l’annuncio del ministero delle Infrastrutture, si tratta solo di una stazione di polizia, una costruzione comunque simbolica dal momento che l’edificio sarà il nuovo quartier generale nel distretto Samaria e Giudea.

La mossa del governo Sharon, in grande difficoltà alla Knesset (il premier non controlla più il Likud e il Labour ha minacciato di andarsene se non si andrà avanti con un ritiro anche dalla Cisgiordania) e che vede una probabile elezione da qui all’inizio del 2006, ha il proposito, nel caso di trattative, di mettere di nuovo i palestinesi di fronte a «fatti compiuti». Il primo ministro del Likud aveva promesso da tempo ai coloni che Maale Adumim sarebbe stata «parte integrante di Israele e connessa a Gerusalemme»; ma la terra sequestrata per costruirvi intorno il muro è ben più ampia del perimetro della colonia e annette di fatto un’altra fetta di territorio palestinese, buona parte della quale inclusa nella E-1. Nella sezione Est taglia un pezzo della regione tra Gerusalemme Est e Gerico, mentre a Ovest il perimetro dell’area confiscata fa pensare alla volontà di annettere anche l’area industriale di Mishor Adumim, oltre a una significativa zona di territorio non edificato e alcuni insediamenti satellite.

Il tutto proprio mentre gli ultimi sondaggi indicano, invece, che la maggioranza degli israeliani è favorevole allo sgombero di altri insediamenti in Cisgiordania e vuole la ripresa del processo di pace. Questi i risultati di un indagine pubblicata ieri dal quotidiano Yedioth Ahronoth.

E così il cielo torna a farsi cupo, nel calderone mediorientale. Dopo il ritiro da Gaza la destra israeliana parla apertamente di un «regalo ai terroristi», mentre buona parte dei palestinesi definiscono l’evacuazione come «un trucco per continuare l’annessione della Cisgiordania». La verità è che per determinare chi beneficerà del ritiro occorre sapere cosa accadrà in seguito. E nessuno ne ha un’idea precisa. Anche perché se il piano Sharon ha una caratteristica è quella di non essere un piano, ovvero di non avere altre fasi, almeno all’apparenza.

«E’ difficile non considerare la decisione riguardo al muro nell’area di Maale Adumim come una provocazione, messa in atto nel momento peggiore – scriveva ieri amaro l’editoriale dell’edizione del sabato di Haaretz – come un danno agli sforzi per ricostruire la fiducia con l’Autorità Palestinese e rafforzare il suo leader moderato, Mahmoud Abbas. Così facendo si nutrono i sospetti palestinesi, secondo i quali il ritiro da Gaza è solo un trucco di Israele per distogliere l’attenzione del mondo mentre a Gerusalemme Est e in Cisgiordania l’occupazione avanza. Oggi la priorità di Israele non dovrebbe essere costruzioni provocatorie e avventurose all’interno della West Bank, ma riprendere il dialogo con l’Anp»