Cofferati, un sindaco piccolo piccolo che fa le cose in grande

Ha un sacco di carisma. Più che affabile è affascinante. A dirlo non è neanche una bella donna, ma Maurizio Zamboni, assessore all’Urbanistica, Prc, quel Prc che guarda alla “trasfigurazione” di Cofferati, da sindaco democratico a sceriffo texano, con disapprovazione profonda ma anche con dolore. Ma dove va Cofferati? Decaduto d’un colpo, da Grande Speranza a Cocente Delusione. E contro l’ex amato sindaco, Rifondazione, movimenti, studenti e associazioni sono sul piede di lotta. «Più che deluso – dice Tiziano Loreti, segretario della federazione bolognese – Finora la risposta della città è stata debole, ma adesso cercheremo di organizzare una protesta ampia».
Decaduto, solo un anno dopo la “salvifica” vittoria contro Guazzaloca, quando la più bella Bologna lo aveva salutato come il sindaco della Riscossa.

Ora lo chiamano no, non il “Rudy Giuliano del Lungoreno” (sarebbe un paragone di lusso, non appropriato al suo caso, dicono i più maligni); purtroppo ora lo chiamano il “Gentilini di Bologna”, purtroppo l’assimilazione è con quel Gentilini là, il sindaco-monstre di Treviso, gran cacciatore di teste meticce.

Possibile, lui, Cofferati? Cofferati?!

Sempre Mauizio Zamboni, che lo conosce bene e lavora fianco a fianco, dice che è sbagliato paragonarlo a Gentilini, non ancora, almeno. E cita le buone cose della giunta cofferattiana, l’ampliamento dei servizi sociali, la lotta all’inquinamento, l’alt alle speculazioni immbiliari retaggio della passata amministrazione. Ma poi, le ombre ci sono, eccome.

Vedere quello che dovrebbe essere il grande sindaco venuto dalla grande Cgil andare, bardato di tutto punto con regolamentare e francamente ridicolo linguaggio burocratichese («trattasi di persone che agiscono senza alcuna autorizzazione», sic), alla guerra dei lavavetri, è stato un vero choc. Che ha fatto inorridire non solo noi di Rifondazione, ma anche il Vescovo: l’ex Gigante buono contro l’ultimo dei povericristi, beh fa effetto (e ha ben di che irriderlo Platinette che su Internet si domanda, «che ci faceva a Bologna un lavavetri con la Lecciso?», già).

E’ dura da mandar giù, da uno che pure è pur sempre Cofferati (ma quantum mutatus ab illo?). Era stata una intensa, alta campagna elettorale, la sua, circonfusa dall’alone che lui si portava appresso, il Sindacalista Massimo, il Profeta dei tre milioni in corteo, anche l’Ultimo Leader (come si intitola il libro che alla sua biografia ha scritto Nunzia Penelope, giornalista Adnkronos, per gli Editori Riuniti) di una sinistra degna di questo nome.

Quegli spot “illuminati”. Quel “Progetto” generoso. «Vogliamo che la vita, la conoscenza, i sogni siano parte integrante del futuro di questa città». «Insieme abbiamo le risorse, l’intellligenza, la forza per amministrare questa città». Da Bologna (promessa) a Bologna (promossa). Da Bologna (Bologna) a Bologna (Europa). Da Bologna (io) a Bologna (noi). Da Bologna (macchine) a Bologna (bambini)…

Volava alto, una visione moderna, civile, vivificatrice, un Cavallo Bianco che non suda. In una intervista al bimestrale cittadino “Pietra su pietra” dice che anche lui “ha un sogno”, «ho un Progetto ambizioso per una grande Bologna». E “grande” è l’aggettivo che usa di più. Una grande stazione ferroviaria, una grande metropolitana, un grande aeroporto; e Bologna lanciata come avamposto nel cuore della grande Europa. Dove c’è posto anche, e in primo luogo, per un (grande, ovviamente) piano della casa, teso a risolvere la grande emergenza abitativa di anziani, studenti («qui ci sono 40 mila studenti fuori sede, occorre che la città torni ad essere affettuosa e accogliente verso questi ragazzi»). E anche, dice, verso «i migranti che sono utili a colmare i nostri bisogni e che è fondamentale accogliere in modo adeguato».

Era l’aprile 2004, mica troppo lontano.

La sua “favolosa” stagione da Candidato la ricordano molti, anche Tiziano Loreti, con pura disillusione. «Parlava e parlava, allora, in campagna elettorale, di partecipazione, di grande slancio democratico, e poi niente». Nella sua stagione da Candidato, in 40 giorni Sergio Cofferati percorre 300 chilometri tutti dentro Bologna, incontra oltre 25 mila cittadini e 150 tra comitati e associazioni. E’ il Cofferati del lungo viaggio nei quartieri, quello che «studia e raccoglie le forze vive di questa città», di questa Bologna dove «si trovano una energia, una voglia di partecipare e di costruire il futuro».

Ebbene? E’ spuntata invece «la politica dello sgombero permanente», la «ricetta di Cofferati», quella con «polizia municipale e carabinieri che “bonificano” le sponde del Lungo Reno abbattendo con le ruspe le baracche di latta dei migranti rumeni», lo accusano dal no global “Melting Pot”.

Sarebbe lo stesso medesimo Cofferati che in una memorabile giornata di fine marzo, anno 2002, è riuscito – con 10 mila pullman, 61 treni speciali, 5 aerei e 4 navi – ad organizzare la più grande manifestazione sindacale della storia europea, «quella convocazione mitologica di un’Italia che era arrivata a Roma non per rivendicazioni materiali, ma per qualcosa “che non si mangia”»?

Lo stesso medesimo Cofferati. Non stupitevi poi troppo, dicono alcuni a Bologna. Guardatelo bene, lui è “anche” così. Quei tre milioni in piazza in nome dei “diritti universali”, le rose rosse e quelle parole per i più deboli ed emarginati. E: poi il no senza appello al referendum sull’art. 18.

Lui è “anche” così, qualcuno ancor più cattivo dice: gratta Cofferati e ci trovi il padano leghista, gli piacciono i forti, i deboli lo infastidiscono. Piace ai borghesi e i borghesi piacciono a lui. Glielo rimprovano anche da Rifondazione. La sua nuova anima order and law, con la legalità issata come prima bandiera e tabù, significa proprio quello, la voglia di blandire, assecondare il ventre molle di Bologna. «Che esiste ed è esteso, a Bologna», dice il segretaro di Rifondazione. Fu il Signor No, Cofferati, poi il Signor ni, doveva essere il leader della Sinistra che esce dalla palude, col Correntone e i girotondi, ma poi è stato l’uomo del riflusso ed è tornaato a casa, al doppio lavoro, al tavolo di impiegato della Pirelli…

Padano, Sergio Cofferati, almeno geograficamente, lo è di sicuro. Nato, anno 1948, a Sesto e Uniti, un paesino minuscolo in provincia di Cremona, figlio di un dipendente dell’Atm e nipote di un contadino diventato oste. In tasca ha un diploma non di maturità classica ma di perito meccanico, il suo primo lavoro è alla Pirelli Bicocca a Milano, entra come addetto al controllo dei tempi. Si iscrive al Pci, entra nel sindacato dei chimici Cgil, la Filcea; da qui inizierà quel percorso che lo porterà ai vertici dell’organizzazione. Nell’88 è segretario della Filcea, dal ’90 membro della segreteria nazionale Cgil, nel ’94 viene eletto segretario generale, succedendo a Bruno Trentin. Trent’anni di una cospicua carriera sempre indefettibilmente da moderato (in perenne dissenso con l’ala sinistra del sindacato, in specie con Bertinotti).

«E’ di modi garbati; sta molto a sentire; parla con voce bassa; legge molto», così lo descrive Enrico Deaglio nella prefazione al libro di Luca Telese, “La lunga marcia di Sergio Cofferati” (Sperling&Kupfer). Ha camminato molto, il ragazzo taciturno che veniva da Sesto e Uniti. Oggi Luca Fontana dice di essere colpito dal rapporto che il Cinese ha con la musica «non naif, il suo è un amore esperto, informato, commosso. Ha un piede nella cultura popolare, un altro in quella raffinata, ha un vero interesse, il piacere di una competenza privata». E sa parlare per litote, ed ha fama di comunista “buono”, di cigiellino aziendalista, di sindacalita “ragionevole” con il famoso sorriso. Il sorriso enigmatico di Sergio Cofferati.

Da sindaco di Bologna lavora senza orari e senza risparmio, ha un codazzo di giornalisti
davanti alla sua porta chiusa, è difficilissimo da incontrare (off limits anche per i suoi più stretti collaboratori, l’assessore alla Cultura Angelo Guglielmi compreso), non si sottrae ad incontri di ogni tipo con le associazioni e i centri cittadini. Gli vengono i tick se qualcuno discute le sue decisioni, i cittadini li rappresento io, avverte; e all’assessore alle politiche sociali nonché vice-sindaco Adriana Scaramozzino, che ha lamentato di non essere stata avvertita dello sgombero sul Lungo Reno, manda a dire: lei pensi alle donne e ai bambini, al resto ci penso io. E quando la polizia in assetto antiguerriglia va a cacciare tre-quattro studenti che hanno fatto un’occupazione, lui si fa vedere che va al supermercato, a far la spesa con la sua nuova compagna…

La città è sorpresa, i Ds tacciono, i movimenti civili sono in subbuglio, FI applaude.

Cofferati, dove sei?