Cofferati, non sempre la legalità è legittima

In tutte le città italiane, le istituzioni pubbliche, lo Stato, con il suo apparato repressivo, e i Comuni, con le loro prioritarie funzioni di garanzia della coesione sociale, si trovano a fronteggiare questioni complesse e ardue.

In particolare, i flussi migratori si sviluppano con l’inserimento al lavoro di stranieri in possesso del permesso di soggiorno e con una massa di irregolari, sfruttati col lavoro nero o vaganti nel tentativo di sopravvivere con mille espedienti.

Le carenze abitative investono le fasce popolari più deboli ed emarginate. Fra queste si collocano i lavoratori, italiani e stranieri, il cui salario non consente il pagamento degli esosi affitti di mercato; i nomadi, che continuano a coltivare la libertà di movimento e si accampano ove è possibile trovare un riparo; i lavoratori in nero e gli stranieri irregolari, che non dispongono di alcuna certezza economica; gli studenti universitari fuori sede, costretti a corrispondere anche trecento euro mensili per l’affitto di un posto letto; le giovani coppie che rinviano la convivenza perché non sono in grado di sostenere il costo di un alloggio.

In mancanza di politiche pubbliche di tutela della famiglia, del lavoro, dell’universalità dell’istruzione sono inevitabili i conflitti sociali. E’ altresì inevitabile che il conflitto si apra fra le stesse persone, vittime della negazione dei loro fondamentali diritti umani, e attraversi l’intera collettività.

Si riproduce così un fenomeno, ben noto alla storia del nostro paese. Talora, la protesta e la ribellione scardinano la solidarietà interna fra gli oppressi, aprendo una lotta fra gli stessi emarginati. Sempre, il fastidio e, a volte, la violenza con la quale si manifesta la rivendicazione di diritti elementari, sollecitano le comunità ad invocare ordine, sicurezza e legalità.

Le tensioni, che il conflitto provoca ed alimenta, investono necessariamente, nell’assenza totale dello Stato, il Comune, l’istituzione più visibile e più vicina ai cittadini. E i sindaci, per l’investitura popolare ricevuta, oggi più di ieri, sono chiamati ad affrontare e risolvere questioni, per le quali non hanno poteri e risorse.

I sindaci italiani, soprattutto nelle città storicamente amministrate da giunte di sinistra o di centro sinistra, hanno una lunga tradizione di metodo democratico nel fronteggiare le gravi crisi sociali.

Questo metodo si esprime nella collegialità, nel dialogo, nel confronto, nella ricerca continua di soluzioni condivise, nella risposta – anche parziale e temporanea – al disagio e al dramma che la protesta esprime, nella distinzione del ruolo del sindaco rispetto agli apparati repressivi e quindi nel rifiuto, comunque, dell’uso della forza, per la quale peraltro, esistono questori e prefetti.

Un prestigioso sindaco di Bologna, in epoca non certo priva di conflitti, ha testimoniato questa cultura, rievocando il suo rifiuto all’intervento della polizia nella casa comunale e sottolineando che i problemi di Bologna non sono né i lavavetri né le baracche.

L’attuale sindaco, al contrario, pretende di risolvere, prioritariamente, sul terreno dell’ordine pubblico, e quindi della repressione, il suo rapporto con le questioni che immigrati, lavavetri, nomadi, lavoratori e studenti sollevano.

E’ vero che al di fuori della legalità vi è soltanto la giungla del più forte, del più ricco, del più prepotente e che in essa soccombono proprio i più deboli, gli sfruttati, gli emarginati.

E’ vero che la sicurezza è un valore democratico. Il diritto alla sicurezza fu sancito infatti per la prima volta nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 ed è ora riconosciuto nell’art. II-66 del Trattato Costituzionale europeo come diritto collettivo e individuale.

Ma occorre avere consapevolezza del significato autentico di legalità e sicurezza.

Legalità e sicurezza non sono, come predica da sempre la destra italiana (che non a caso plaude alle ruspe inviate a smantellare le baracche dei rom), repressione dei deboli e impunità per i forti, né semplicemente, come sostengono taluni “riformisti”, certezza della legge e tranquillità.

Muovendo dal mito di Antigone, un illustre costituzionalista, Gustavo Zagrebelsky, ha invitato a riflettere sul mutevole rapporto, che ha percorso la storia culturale e giuridica della civiltà occidentale, tra lex e ius e sulla progressiva (e tuttora possibile e immanente) divaricazione fra legalità, che è propria della legge, e legittimità, che è propria del diritto.

In una epoca, egli sostiene, contrassegnata dalla prevalenza del principio di legalità, concepita come mera corrispondenza alla legge, a scapito e mortificazione e sovente annullamento della legittimità, ovvero la corrispondenza al diritto, e quindi al riconoscimento delle garanzie sociali, l’unica forma di resistenza e di difesa dall’arbitrio legalizzato del potere che si fa legge (e che dunque tollera ingiustizie e discriminazioni, arbitrio e illegalità: non sono forse tali gli affitti esosi, lo sfruttamento del lavoro nero, l’abbandono e il degrado di intere comunità?) è invocare la legalità costituzionale.

E’ questa la legalità che contiene lex e ius, in quanto è espressione dei valori, primi fra essi la centralità della persona e dei suoi diritti inalienabili, assunti come fondativi della stessa civile convivenza e quindi della sicurezza e della tranquillità delle comunità.

Di questa legalità costituzionale deve farsi promotrice e garante la cultura e la politica del centro sinistra, in sede locale e nazionale. Essa non esclude il contrasto della violenza ma, in primo luogo, previene il conflitto, dialoga e comprende, garantisce i diritti, risolve i problemi, e, soprattutto, sa distinguere fra la illegittimità, che in quanto spregiativa della dignità delle persone deve essere rimossa anche con la repressione, e la semplice violazione formale, per la quale anche la tolleranza può avere un significato politico, alto di giustizia.

Su questo terreno, in particolare è chiamata a misurarsi la sinistra italiana di modo che emerga anche nella coscienza popolare che la vera sicurezza risiede proprio nella espansione e nel consolidamento della democrazia e dei suoi principi di uguaglianza e di giustizia sociale.

*deputato Ds