Codice penale e Costituzione: incongruenze antiche…

Nel nostro paese è tuttora in vigore un codice penale che non ha nulla a che vedere con la nostra Costituzione. Nessuno pare pensarci, se non chi suo malgrado ci incappa, ma il CP è davvero l’unica cosa a non essere mai stata riformata dopo il crollo della dittatura fascista, abbiamo una Costituzione che sancisce dei diritti e un codice, in vigore dal 1930, che li nega. Basti pensare all’ art.27 della Costituzione, sconosciuto e inapplicato. Basti pensare ai “reati associativi”, dove la contestazione del reato non avviene in base alla partecipazione a specifiche azioni o fatti illeciti, ma più semplicemente in relazione a un astratto contesto di “pericolo” o “di scopo”, valutando cioè la coscienza e la volontà, eventualmente presunte, degli imputati, indipendentemente dalla reale condotta dell’individuo.
In tal modo si attua un vero e proprio processo alle intenzioni, dove la condivisione, tutta ideologica, di un determinato obiettivo storico diviene già partecipazione e può comportare anni e anni di detenzione, secondo il criterio “general preventivo” della pena applicato in questi casi. Questo è il lascito sul terreno giudiziario di 20 anni di dittatura che viene puntualmente rispolverato, con interpretazioni all’occasione forzate ed estremizzate alla luce della odierna “guerra al terrorismo”, ogni qualvolta se ne presenta l’occasione.
La legislazione emergenziale in Italia ha subito progressivi peggioramenti, riguardo i reati associativi: alla fine degli anni “70 al tristemente noto art.270 -grazie al quale centinaia di antifascisti, tra cui i padri fondatori della nostra Costituzione, patirono durante il ventennio anni di carcere- si aggiunse il più aggiornato art.270bis. In questo caso si applicano gli stessi principi “preventivi” che per l’ art.270, ovviamente con un surplus di pena, quantificato in anni, e maggiori possibilità investigative.
Tali pene, anche in assenza di qualunque altro specifico reato, restando cioè su un terreno sostanzialmente ideologico, sono state aumentate, sia sui minimi che sui massimi, poco dopo il fatidico 11 Settembre 2001; mentre a partire dal 2003, nel pieno del berlusconismo, sono stati aboliti i benefici penitenziari e l’accesso alla sospensione della misura restrittiva sotto i tre anni di residuo pena (sospensione prevista dalla legge Simeone), per tutti i condannati per reati di eversione e terrorismo, come appunto i condannati per art.270bis. Gli stessi ad essere esclusi da qualunque misura di amnistia o indulto, gli stessi ad essere rinchiusi secondo una inappellabile ed illegittima classificazione amministrativa nei reparti speciali EIV…ciò a significare la volontà di non voler mai richiudere le ferite di un conflitto che si vorrebbe evidentemente perenne ed endemico quanto privo di prospettiva, senza soluzione politica possibile, a eterna giustificazione delle manie sicuritarie e repressive.
La recente sentenza contro i manifestanti di Milano, con il suo approccio preventivo e con condanne spropositate, non è che l’applicazione di questa mentalità sul terreno della mobilitazione di massa. La lista dei “nemici” interni inizia ad allungarsi. Poco importa se l’eversione fascista sfilava a Milano con una indegna copertura istituzionale, così come poco importa se il tradimento della nostra Costituzione, con la ripetuta violazione dell’ art.11 e la partecipazione a guerre e occupazioni, spesso in sostegno di gruppi o regimi terroristici come ad esempio in Kosovo (cosa confermata tra l’altro da inascoltate informative dei servizi), comporti una reale e pratica emergenza democratica, un pericolo effettivo per la sicurezza e il futuro di tutti: eversivo per sempre continua ad essere chi si oppone a tutto questo.