Cluster, l’Onu lancia l’inchiesta

Il dibattito sull’uso delle bombe a grappolo, utilizzate nel sud del Libano dalle forze armate israeliane, sembra tutt’altro che avviato verso una conclusione.
Alle dichiarazioni del Segretario delle Nazioni unite, Kofi Annan che accusava Tel Aviv di aver usato cluster bomb in aree popolate, e a quelle dei suoi collaboratori che dichiaravano «immorale» l’uso di tali armamenti, si sono aggiunte le prese di posizione di importanti organizzazioni internazionali che si occupano di monitorare, ormai da diverse settimane, il rispetto e la salvaguardia dei diritti umani nelle aree interessate al conflitto israelo-libanese. Innumerevoli sono stati inoltre i dossier messi a disposizione dei mezzi di informazione che hanno raccontato questi 34 giorni di guerra. I dati dal fronte non fanno che cambiare ogni giorno e, man mano che gli osservatori internazionali si muovono fra le rovine di un paese in ginocchio (il Libano), vengono alla luce diversi «crimini di guerra». Fino a ieri gli ordigni inesplosi in buona parte bombe a grappolo, secondo David Shearer, Coordinatore umanitario dell’Onu in Libano, hanno causato la morte di 14 persone (di cui tre bambini) e il ferimento di altre 61. Una media di un morto e tre feriti al giorno dall’entrata in vigore del cessate il fuoco del 14 agosto. Nell’operazione di bonifica sono impegnati, sempre secondo le Nazioni unite, 100 sminatori che fino ad oggi hanno localizzato 450 siti contaminati e distrutto 2900 piccole bombe delle circa 100mila stimate.
Ma il dato che più colpisce della conferenza stampa, tenuta ieri a Ginevra da Shearer, è tuttavia quello riguardante la percentuale di bombe che non sono deflagrate al contato con il suolo. «Il tasso di munizioni inesplose – spiega il Coordinatore dell’Onu – è del 10 % per i vari ordigni e del 40 % per le bombe a grappolo». Se si pensa che la difettosità ufficialmente dichiarata delle cluster si attesta su un 5 %, e fino a prima del conflitto, i dati raccolti sul campo arrivavano addirittura al 20 % (cifra comunque pericolosamente elevata) ci troviamo di fronte ad un livello di fallibilità troppo grande. Di fatto quindi, «l’uso di bombe a grappolo in zone densamente abitate – ha dichiarato Kate Gilmor, vicesegretaria generale dell’organizzazione umanitaria Amnesty international – viola chiaramente il divieto di attacchi indiscriminati e pertanto è una grave violazione del diritto umanitario. Gli Usa, il principale fornitore di armi a Israele, così come altri paesi, – ha continuato la Gilmor – dovrebbero cessare di fornire queste munizioni e impegnarsi per una moratoria mondiale sul loro uso». Per accertare le violazioni del diritto umanitario commesse sia dai militari israeliani che dai guerriglieri hezbollah, Amnesty international, due giorni fa, ha lanciato un appello ai ministri degli esteri dell’Ue affinché «sostengano attivamente» la proposta dell’Onu di istituire una commissione d’inchiesta.
Un timido primo passo lo ha compiuto Tel Aviv che ieri per voce di un suo rappresentante militare ha detto di aver consegnato all’Unifil «le carte che indicano in termini generali le zone del sud del Libano dove potrebbero esserci ancora esplosivi di vario genere». La risposta delle Nazioni Unite intanto non si è fatta attendere ed ha istituito, attraverso il Consiglio per i diritti umani, una commissione d’inchiesta composta da tre esperti legali provenienti da Brasile, Tanzania e Grecia.