Clash, storia di un gruppo di rivoluzionari

E’ finalmente arrivata in Italia per i tipi dell’Arcana la monumentale biografia dei Clash scritta da Pat Gilbert e uscita in Gran Bretagna due anni fa con titolo di Passion is a fashion. The real story of the Clash. Qui da noi diventa (chissà perché?) The Clash. Death or glory ma mantiene intatto il suo fascino. E’ un bel lavoro e non era scontato. I Clash, infatti, sono merce difficile da trattare per chi non usa l’intelligenza. La ragione è che non sono soltanto una rockband ma il terminale artistico ed esistenziale di un’intricata serie di passioni generazionali in cui la musica diventa parte della politica vissuta come tentativo di cambiare lo stato delle cose presenti e non come lamento esistenziale. Il valore maggiore di quest’opera non è tanto negli aneddoti personali dei protagonisti, nessuno dei quali è talmente nuovo da illuminare la vita di tutti noi, quanto nella capacità di Gilbert di disegnare con efficacia gli eventi, le idee, il clima sociale e culturale di un’epoca che la superficialità dei ricostruttori da rotocalco rischia di coprire con la vernicetta del punk adolescenziale più scontato. In questo senso la biografia è il romanzo di una generazione che si ritrova a cantare con le parole di Joe Strummer e dei suoi compagni. E’ il 1977 quando la band pubblica il suo primo singolo White riot. Ispirato ai disordini scoppiati in occasione del carnevale giamaicano di Notthing Hill quando i giovani di colore avevano reagito alle provocazioni della polizia, il brano si rivolge esplicitamente ai giovani londinesi bianchi invitandoli a dare un senso alla loro rabbia: «Il nero ha un casino di problemi/ma non si fa menate se deve tirare un mattone… Tutto il potere è nelle mani/di chi è abbastanza ricco da comprarlo/mentre noi camminiamo per le strade/troppo stupidi per sfidarlo/… nessuno vuol finire in galera». La musica, tirata e travolgente, è in linea con la semplicità dei due-accordi-due di quel periodo, ma l’humor sarcastico di Strummer spiazza gli “esteti” del punk. Nessuno può accorgersene, ma quel gruppo dove spiccano l’inflessione gergale di Joe (rinforzata da qualche coretto alla Ramones) e il chitarrismo di Mick Jones sta anticipando in musica la rabbia con la quale i disoccupati infiammeranno Brixton pochi anni dopo. In piena era punk i Clash lanciano così una sfida al ribellismo più esistenziale che sociale di gruppi come i Sex Pistols e i Damned. «Non siamo ribelli, siamo rivoluzionari!» è il loro grido di rivolta e il disegno è chiaro: trasformare un movimento musicale anarchico, spontaneo e nichilista in qualcosa di più solido, aggressivo e politicamente più incisivo. Il loro lavoro si muove su piani diversi. Uno è quello musicale. Saldano l’esperienza del punk ad altre culture generando nuovi suoni e ponendo le basi a quella contaminazione che diventerà quasi una regola negli anni successivi. L’altro è quello politico. I Clash fanno politica non soltanto con le canzoni, ma partecipando attivamente alla costruzione di movimenti contro il razzismo e di solidarietà nei confronti delle grandi lotte sociali. Utilizzano poi la loro popolarità per far filtrare messaggi orientati alla costruzione di un’opposizione radicale e di massa (un esempio su tutti sono le migliaia di magliette con la scritta “sicurezza sociale” in un’epoca in cui altri gruppi privilegiavano slogan come “distruzione” o “suicidio”). Negli anni successivi vanno oltre. Sfruttando il grande potere contrattuale che deriva dalla loro popolarità impongono limiti ai costi dei biglietti e accettano di rinunciare a parte delle royalties pur di pubblicare il triplo album Sandinista a prezzo ridotto. Lo slang operaio di Joe Strummer, volgare e provocante, dà parole e musica alla voglia di cambiare il mondo di un’intera generazione. Dal punto di vista strettamente musicale poi c’è il ribaltamento della monotona ripetitività depressiva dei Sex Pistols. Il loro è un punk rock carico d’emotività che trasforma ogni brano in un inno trascinante aprendosi al mondo e mescolando rock and roll, garage, skiffle e reggae. Quando il punk tira le cuoia loro non restano spiazzati perché si sono già avventurati in altri territori contaminandosi con le radici ancora più nere del soul e del funk. Sul piano dei concetti rafforzano l’impegno sociale e la coerenza è la loro bandiera, tanto da rifiutarsi di cambiare nome alla tournée statunitense, chiamata provocatoriamente “Pearl Harbour Tour”. Sono a fianco della rivoluzione sandinista in Nicaragua e, in patria, tra i promotori dei movimenti antifascisti e antirazzisti. Quando la loro storia finisce non accetteranno mai di tornare insieme, né per nostalgia né per soldi. Gilbert nel suo libro cerca di farci capire il senso anche di questa scelta. Lo fa dando spazio alle considerazioni degli amici e dei collaboratori presenti al funerale di Strummer e osserva: «…sopravvivere ai Clash non fu duro soltanto per i membri del gruppo, fu difficile anche per molti di quelli che avevano lavorato con loro e li avevano frequentati… Molti hanno descritto l’esperienza come il ritorno a casa dopo una guerra. Trovarono difficile riabituarsi alla vita civile…».