Clandestini contro Bush: “Blocchiamo l’America”

Fabbriche senza operai, mercati senza verdura, camion fermi nei parcheggi, ristoranti senza camerieri e scuole vuote. È questo l’obiettivo del «Great Boycott Day», il giorno del grande boicottaggio, indetto per il 1° maggio da una galassia di organizzazioni di immigranti determinate a paralizzare le maggiori città d’America per protestare contro la legge in discussione al Congresso che potrebbe trasformare in criminali i quasi 12 milioni di clandestini presenti dentro i confini nazionali.
Se il 10 marzo gli immigrati ed i loro sostenitori si sono mobilitati una prima volta portando in piazza dalla California all’Ohio qualche milione di persone – in gran parte ispanici, ma non solo – adesso Juan Josè Gutierrez, coordinatore del «Latino Movement Usa», spiega che l’obiettivo è assai più ambizoso: «Milioni e milioni di operai, uomini e donne senza documenti così come milioni di altri loro sostenitori cittadini degli Stati Uniti lunedì non si presenteranno al posto di lavoro e non andranno a scuola».
In una nazione dove il 1° maggio è giorno feriale – il Labour Day cade all’inizio di settembre – l’intenzione è di farne il simbolo della maggiore mobilitazione popolare dai tempi dell’opposizione alla guerra in Vietnam. La vigilia del boicottaggio è stata segnata da tensioni: sono oltre mille gli illegali arrestati dagli agenti federali in più località del Paese e per reazione in alcune città della Florida molti di loro non si sono presentati al lavoro mentre l’industria della carne teme i danni economici del blocco della produzione e grandi aziende come Carill e Tyson Foods hanno decretato in anticipo la chiusura di decine di impianti. La tesi degli organizzatori della protesta è che la legge approvata dalla maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti sulla trasformazione dell’immigrazione illegale in reato penale contraddice i valori della Costituzione americana. «La rivoluzione iniziò con l’opposizione a pagare le tasse da parte di chi non aveva alcuna rappresentanza politica – spiega Josè Gutierrez – ed oggi in America vi sono milioni di persone che pagano le tasse da anni ma che non esistono legalmente ed anzi vengono sfruttate, umiliate ed offese».
L’epicentro della protesta si annuncia in California, dove a Los Angeles si prevedono almeno mezzo milione di manifestanti ai quali è andato il sostegno del Senato dello Stato che con una votazione a sorpresa ha approvato un documento nel quale il «Grande Boicottaggio 2006» viene definito «un tentativo di educare gli americani sull’importante contributo dato ogni giorno dagli immigrati allo sviluppo della società e dell’economia». In grande maggioranza gli ispanici sono cattolici ma la Chiesa non ha una posizione uniforme sul boicottaggio: se a Chicago l’arcidiocesi ha chiesto ad ogni fedele di scendere in piazza per esprimere solidarietà, a Los Angeles il cardinale Roger Mahony ha invece firmato un appello nel quale si legge «andate a lavorare, andate a scuola e dopo, quando avete finito, unitevi a noi nel partecipare alle manifestazioni».
Dietro la posizione di Mahony c’è il fatto che alcune comunità di immigrati, come ad esempio gli honduregni di Miami, temono che il boicottaggio possa dare un’errata impressione all’opinione pubblica e spingere il Congresso su posizioni ancora più rigide nei confronti dei clandestini. A confermare l’esistenza di disaccordi fra i manifestanti c’è anche l’assenza di intesa sul nome da dare alla mobilitazione perché alcuni gruppi vorrebbero togliere proprio il termine «boicottaggio».
La battaglia politica si svolge ora perché dopo il varo della legge da parte della Camera spetta al Senato esprimersi ed i manifestanti chiedono che faccia cadere l’identificazione fra clandestini e criminali. Un’altra richiesta, condivisa dal governatore della Calfornia Arnold Schwarzenegger, è quella di non approvare la costruzione di un muro di separazione lungo i confini del Messico. Consapevole del peso politico che la battaglia sull’immigrazione può avere sulle elezioni legislative di novembre, il presidente americano George W. Bush, si posiziona a metà strada nel braccio di ferro fra Congresso e manifestanti: da un lato sostiene la proposta di assegnare a tutti i clandestini dei permessi di lavoro temporanei al fine di legalizzarli ma dall’altro resta favorevole alla costruzione del muro di separazione dal Messico e si è espresso duramente contro il «Grande Boicottaggio», affermando a chiare lettere di non condivide tale tipo di proteste.
La Russia è il secondo Paese al mondo, dopo gli Usa, per numero di immigrati: 15 milioni, il 10% della popolazione. Il «sogno russo» attira soprattutto i popoli delle ex repubbliche sovietiche – tagiki, moldavi, azeri, ucraini, armeni – dove il tenore di vita è inferiore a Mosca, e guerre civili, conflitti interetnici e governi autoritari spesso rendono la vita impossibile. Ma la Russia attira anche chi non ha un passato sovietico: i cinesi in Estremo Oriente, i vietnamiti con i loro giganteschi mercati, gli indiani e gli africani attratti dalle scuole meno costose di quelle europee, i profughi curdi e afghani. Ogni anno arrivano 500 mila nuovi immigrati, di cui solo 1 su 4 riesce a legalizzarsi superando leggi draconiane, destreggiandosi tra decine di uffici di burocrati e polizia, e distribuendo mazzette. La maggior parte vive di lavoro nero nel commercio e nell’edilizia, con salari da fame e costretti a condizioni di vita che, secondo stime non ufficiali, portano almeno 5 mila operai (soprattutto tagiki) all’anno a morire nei cantieri di Mosca. Chi riesce a farcela, deve comunque affrontare il diffuso razzismo: solo il 7% dei russi vede di buon occhio gli immigrati, e trovare casa, andare a scuola, anche solo uscire di casa significa rischiare conflitti che possono andare dagli insulti alla coltellata. I neonazisti sono sempre più forti e diffusi, e dal 2005 in Russia ci sono stati 45 omicidi a sfondo razzista e centinaia di aggressioni: pochi giorni fa un ragazzo armeno è stato ucciso nella metropolitana di Mosca, in pieno centro.